3 riNDlCF ^■□ei libri oelmesehi Letterature Saggistica letteraria Gialli e neri Cultura antica Arte Biografie Economia Internazionale Nazismo Europa Letterature Willa Cather, Il mio mortale nemico, ed. orig. 1926, trad. dall'inglese di Monica Pareschi, introd. di Antonia Byatt, pp. 116, €9, Adelphi, Milano 2006 Nel 1926, tra The Professori House e Death Comes for the Archbishop. Willa Cather pubblicò My Mortai Enemy, un romanzo breve (proposto nell'accurata traduzione di Monica Pareschi) nel quale metteva in pratica la lezione teorica enunciata in un manifesto poetico del 1922. Come ricorda Antonia Byatt nel bel saggio introduttivo, in tale occasione la scrittrice aveva espresso la predilezione per un dettato costruito su un'accorta selezione dei dettagli; un"'arte spoglia, da ballata", che escludesse ogni particolare superfluo per far leva su poche immagini eloquenti. Nell'offrirci una sintesi del personaggio di Myra Henshawe, Cather si affida allo sguardo sognante e al tempo stesso vigile di una quindicenne, Nellie Birdseye, che nutre una sconfinata ammirazione per la donna, pur conoscendola solo dai racconti di sua zia. Myra vi viene descritta come una persona coraggiosa e anticonformista, capace di rinunciare al proprio patrimonio pur di sposare Oswald Henshawe, inviso alla sua famiglia; oppure come una raffinata signora dell'alta società, che vive con l'amato marito a New York, circondata da artisti e intellettuali. Quando, in occasione delle festività natalizie, può finalmente incontrarla di persona, Nellie resta immediatamente colpita dal fascino che la donna emana. Madison Square, "capolavoro di armonia" che incarna l'esistenza degli Henshawe, le appare alla stregua di un "salotto all'aperto", in cui Myra si muove con la disinvoltura di una padrona di casa. Un giorno, un litigio tra i coniugi sconvolge questo equilibrio perfetto, e pare che l'inverno, finora simile a un "orso polare al guinzaglio di una bella signora", sia giunto all'improvviso, non invitato, nel "regno della spensieratezza e delle belle maniere". Dieci anni dopo, Nellie si imbatte nuovamente negli Henshawe, che nel frattempo hanno subito un tracollo economico. Sebbene conservi ancora il suo piglio severo, Myra è ormai vecchia e malata. La sua convivenza con Oswald, per il quale, una volta, aveva trovato la forza di rinunciare a tutto, ha da tempo assunto il peso di una condanna. E la giovane comprende finalmente che, sotto la parvenza idilliaca, quel matrimonio poggia su un sentimento ambivalente, su un misto di odio e amore; poiché, le confida l'anziana donna, "si può essere nemici e amarsi allo stesso tempo". Massimo Paravizzini un pessimo servizio a questo romanzo divertente e ricco di invenzioni, in cui lo scrittore dell'Indiana si scaglia contro l'insensatezza della guerra e l'uso strumentale della fede. Nel frattempo, Vonnegut sembra sfruttare tutti gli archetipi della fantascienza classica per riflettere sul senso della vita e della storia. Naturalmente, come è nel suo stile, offre una lettura tragicomica dell'esistenza, la sola che possa proporre dopo gli episodi di guerra vissuti in prima persona. Come infatti avrebbe raccontato anni dopo in Mattatoio N. 5 (1969), lo scrittore si trovava a Dresda il 13 febbraio 1945, nel giorno in cui le bombe alleate raserò letteralmente al suolo la città, mietendo 135.000 vittime in una sola notte. Dopo quell'esperienza traumatica, la guerra e la storia stessa hanno assunto un volto talmente assurdo ai suoi occhi, da poter essere descritte solo con la lente deformante del sarcasmo e del grottesco. (M.P.) di una parte di sé e che finisce per imprigionarla in un'estenuante commemorazione del passato. Prima della tragedia la giovane viveva una vita simile a quella di una qualsiasi ragazzina americana di estrazione borghese e di radicata fede cristiana, ora, invece, trascorre le giornate nascosta nel rifugio costruito dal fratello, in preda a ricordi e pensieri cupi, oppure si divide tra i problemi di un'anoressia nervosa di cui nessuno sembra accorgersi e l'amore per una compagna di classe che solo a tratti la allontana dalla sofferenza. Ben presto, quindi, cadono tutti i punti di riferimento della giovane protagonista, fino a che l'omosessualità e la totale perdita della fede a causa di una morte di cui non riesce a farsi una ragione sfociano in una crisi esistenziale che le rende estranei persino i genitori, anch'essi persi nel dolore per il figlio morto. I mesi tuttavia sembrano scorrere nel loro complesso indifferenti, perché Ali-son ha già progettato di non superare i diciotto anni, in modo da non vivere più a lungo dell'amato fratello. Naturalmente il finale è un altro ed è appropriato alla storia. Scritta in forma di autobiografia, l'opera ha tutte le caratteristiche del romanzo di formazione, dalla presenza di una protagonista giovane alla crescita interiore in seguito al superamento del dolore, e può vantare una buona prosa e un tono delicato e sincero, ma non emerge nel suo genere né per un effettivo spessore dei personaggi né per la resa dell'ambientazione, che rimangono discreti senza però raggiungere vette di originalità. (S.C.) Kurt Vonnegut, Le sirene di Titano, ed. orig. 1959, trad. dall'inglese di Vincenzo Mantovani, pp. 256, € 15, Feltrinelli, Milano 2006 Con Sirens of Titan, pubblicato nel 1959, Vonnegut inventa una gustosa ricetta che avrebbe continuato a sfruttare con successo nei romanzi più maturi: un cocktail di fantascienza e satira sociale, black humour ed estetica postmoderna, divenuto ormai da tempo la cifra distintiva della sua opera. Viaggiando a bordo della sua nave spaziale in compagnia del fedele cane Kazak, Winston Niles Rumfoord si imbatte in un "infundibulo cronosinclastico", un luogo dove "le diverse specie di verità si incastrano le une nelle altre". In seguito a questo episodio, Rumfoord diviene consapevole di ogni evento passato e futuro e, sfruttando questo suo potere, fomenta una guerra fra la Terra e Marte, nella quale coinvolge Malachi Constant, l'uomo più ricco d'America. Tutto rientra in un elaborato piano per fondare una propria religione, la "Chiesa di Dio del tutto indifferente". Anticipare ulteriori dettagli della complessa trama renderebbe John Haskell. American purgatorio, ed. orig. 2005, trad. dall'inglese di Vincenzo Mantovani, pp. 247, € 16,50, Feltrinelli, Milano 2006 Questo romanzo di John Haskell, fondatore dello Huron Theater di Chicago e scrittore molto apprezzato dalla critica, narra di un viaggio attraverso gli Stati Uniti, tra motel fuori mano e minimarket di periferia, anonime cittadine e resti di villaggi indiani. A farlo è il narratore, alla ricerca disperata della moglie persa in una stazione di servizio: un romanzo di viaggio, quindi, tra numerosi personaggi tipici, dal barbone al poliziotto, dall'hippy al ladro. Il protagonista incontra ovunque le fattezze dell'America cosi come appaiono nell'immaginario collettivo, quelle cioè del "sogno americano", ma in qualche modo questa dimensione nota sembra rivelare una sua irrealtà, man mano che veniamo a conoscere quello che è veramente successo in quella fatidica stazione di servizio. Questo graduale emergere della verità viene percepito dalla mente ormai offuscata del protagonista come un vero e proprio purgatorio, con i vari capitoli del libro che prendono il titolo dai sette peccati capitali, mentre l'uomo vaga al volante della sua utilitaria rossa alla ricerca di se stesso, della moglie e della fede nella vita. Un romanzo davvero bello e intenso, che riesce a trasmettere una fascinazione per lo squallore come molti romanzi contemporanei sanno fare, ma infondendovi in più una sottigliezza decisamente fuori dal comune nel raccontare un'esperienza umana. Attraverso lo sguardo malinconico e quasi minimalista del protagonista, il rapporto che abbiamo con il mondo viene prima messo in forse, quindi vivisezionato e decostruito dalla possibilità che sia la semplice assenza della persona amata a fare la differenza. Serena Corallini Alison Smith La parte buia del giorno, ed. orig. 2004, trad. dall'inglese di Stefania Bertola, pp. 359, € 16, Mondadori, Milano 2006 Il romanzo è incentrato sul dolore della quindicenne Alison per la morte improvvisa del fratello, evento vissuto come mutilazione Charles D'Ambrosio, Il museo dei pesci morti, ed. orig. 2006, trad. dall'inglese di Martina Testa, pp. 287, € 13,50, minimum fax, Roma 2006 Sono i luoghi e gli oggetti a raccontare le vite lacerate dei protagonisti dei racconti di Charles D'Ambrosio. Quelli contenuti in questa raccolta sono ambientati in zone remote e desolate, profondamente americane e universali allo stesso tempo. Gli sconfinati spazi del Michigan settentrionale e dello lowa, le squallide periferie di Seattle, gli ospedali psichiatrici e i motel periferici costituiscono un'unica immensa Waste Land. Le vite dei personaggi sono come folgorate nei loro momenti più estremi, lasciando presagire catastrofi imminenti che però rimangono non dette. Un uomo che ripara vecchie macchine da scrivere chiede aiuto a un assistente sociale per il figlio schizofrenico; uno sceneggiatore psicopatico si invaghisce di una ballerina che si ustiona parti del corpo; un falegname che ha tentato il suicidio lavora sul set di un film porno; un uomo capisce che l'infedeltà della moglie affonda le sue radici nello stupro che subì da bambina da un amico di suo padre; una famiglia si riunisce in una casa poco fuori da Mount Vernon dove il fiume in piena travolge la terra circostante che, al ritiro delle acque, si popola di pesci agonizzanti. Non mancano tuttavia i "pescatori di sogni", quelli che sperano in un riscatto, come il disoccupato che si ostina a tendere la canna da pesca sulla riva del fiume che sta per straripare o come lo psicotico che paragona la ballerina in fiamme a una fenice. La descrizione è l'elemento narrativo predominante di D'Ambrosio, che si è imposto nel panorama letterario americano esclusivamente come autore emergente di short tales (tre dei suoi racconti sono stati inclusi nella prestigiosa antologia annuale delle Best American Short Stories). Una capacità descrittiva, la sua, che riesce a fondere perfettamente realismo e metafora, in cui molte immagini sono cariche di una potenza evocativa capace di coinvolgere il lettore in storie senza trama. Susanna Battisti