Strumenti La patria è dovunque si stia bene di Stefano Lanuzza Carlo Lapucci DIZIONARIO DEI PROVERBI ITALIANI pp. LUI-1354, €26, Le Mounier, Firenze 2006 Più del motto filosofico fondato sulla "domanda", più del vago aforisma, della generica massima, del precetto, della verbosa sentenza, della vaga facezia o della citazione intertestuale, per la sua struttura icastica il proverbio (probatum verbum, "parola provata"; prò verbum, "a favore della parola") ha la privilegiata funzione di "risposta": ma una risposta tesa a rifuggire la lettera-lità e introdurre metafore ora serie, ora facete o sarcastiche, pungenti ovvero ironiche. Ne derivano significati che, eludendo l'accezione diretta, alludono a un nuovo senso. Allo stesso tempo, un po' come l'epiteto, il proverbio è altresì paraso-fistico e lapidariamente conciso: così, rispondendo, avverte, insegna o "detta". Sono ben 25.000 i detti memorabili raccolti e commentati da Carlo Lapucci nel suo Dizionario dei proverbi italiani, esito monumentale d'una ricerca iniziata nel 1970 e preceduta dalla feconda serie di antefatti presentati dall'autore in una gran messe di volumi: Dizionario dei modi di dire della lingua italiana (Valmartina, 1969), I proverbi dei mesi (con Anna Maria Antoni; Cappelli, 1972), Dizionario delle facezie proverbiali della lingua italiana (Valmartina, 1978), La Bibbia dei poveri (Mondadori, 1985), Indovinelli italiani (Vallardi-Garzanti, 1986), I proverbi dei mesi (Val-lardi-Garzanti, 1983), Dizionario dei modi di vivere del passato (Ponte alle Grazie, 1996); fino al più recente Fiorentino spirito bizzarro (Nerbini, 2006), dedicato all'arguzia estemporanea, all'ironia irridente e all'autonoma malinconica connotanti, con l'inevitabile "gorgia" o "c" aspirata, lo "spiritaccio" fiorentino. Poeta, narratore, saggista, studioso di linguistica e tradizioni popolari, Lapucci compie quella che fino a oggi è la più ampia ed esaustiva ricognizione d'un deposito di conoscenza talora sbrigativamente etichettato come minoritaria "cultura sommersa" o folcloristica e illetterata "sapienza dei poveri". In realtà, non sempre possono attribuirsi origini popolari ai proverbi che, nati come formule sapienziali marcate - spiega Lapucci - da "una convivenza millenaria (...) con la cultura dei dotti", risalgono in molti casi a una tradizione erudita quando non elitaria (sia scritta, sia parlata) e sono stati "patrimonio delle persone colte, da Aristotele a Petrarca a Manzoni". Vere e proprie sillogi paremio-logiche sono l'Ecclesiaste, i Salmi, Giobbe, il Vecchio Testamento e il Vangelo di Matteo nel Nuovo Testamento; e repleta di proverbi è la sapienzialità latina infiltrata da quella greca (cfr. i Disticba Catonis, le Favole di Fedro, le Sentenze di Publilio Siro; con la Storia naturale di Plinio e le Georgiche di Virgilio). Dall'epoca classica, il filo rosso della consuetudine proverbiale attraversa il medioevo (cfr. Libri proverbiorum), l'Umanesimo (cfr. gli anonimi Adagia o i motti, numerosi, del Canzoniere petrarchesco), il Rinascimento (cfr. le X Tavole di proverbi veneti), il Seicento barocco (cfr. il Bertoldo e il Bertoldino di Giulio Cesare Croce o II Malmantile racquistato di Lorenzo Lippi), il Settecento illuminista (cfr. gli apologhi dei Pignotti, Clasio, Pananti) e sostanzia i Bill magnifici repertori HI* ottocenteschi di Proverbi siciliani del Pi-trè. L'Ottocento, secolo del Romanticismo, è anche la fase storica in cui s'accentua l'interesse per la problematica paremiologica poi sfociato nelle numerose ricerche novecentesche coinvolgenti l'etnolinguistica, la semantica, la semiologia e la stessa letteratura. Malgrado la rarefazione subita dalla paremiologia, sempre riottosa verso il postmoderno globalizzato e le progressive revoche indotte dalla società metropolitana, la lingua italiana moderna non cessa d'interagire con i dialetti regionali (in Italia e Spagna più numerosi che in ogni altra nazione europea), con talune rielaborate forme d'uso e con svariati sistemi pa-remiografici di conio latino: Natura non facit saltus (Linneo), "La natura non procede a balzi"; Ubique medium caelus est (Petronio), "Dovunque c'è in mezzo il cielo"; Patria est ubicumque est bene (Pacuvio), "La patria è dovunque si stia bene"; Occidit miseros crambe reperita magistros (Giovenale), "I cavoli rifritti uccidono i poveri maestri"; Nemo mortalium omnibus horis sapit (Plinio il vecchio), "Nessun mortale è saggio a tutte le ore"; In sole... lucernam adhibere nihil interest (Cicerone), "Non serve a niente usare la lanterna in pieno sole"; Militat omnis amans (Ovidio), "Ogni amante è soldato"; Melius nil caelibe vita (Orazio), "Niente è migliore della vita da celibe"; De mortuis nil nisi bene (derivato da un precetto greco attribuito a Chilone o a Omero), "Dei morti non si deve dire che bene"; Melius abun-dare quam deficere (citato da sant'Agostino in De civitate Dei), "Meglio abbondare che scarseggiare". Non collocabile in specifici spazi temporali e affrancato dall'anodina ufficialità storiografica, grazie alla sua stabilizzazione concettuale escludente i preamboli o le fogge prolisse ("La lunghezza è la peggior nemica del proverbio" ammonisce l'autore), il proverbio continua ad affermare la propria efficiente presenza anche nello scambio comunicativo ludico basato sull'inventiva sintattica, sulle deformazioni e anomalie fonodialettali, sull'antitesi, la ritmica, la brusca rima in distici, l'assonanza, l'allitterazione rimata: "Febbraio nevoso / estate gioioso"; "Pasqua mar-zotica / o moria o famotica"; "Chi sta in ascolteria / sente cose che non vorria"; "Chi si loda / s'imbroda"; "Settembre set-tembrotte / tanto il dì quanto la notte"; "Dottore dolore"; "Sardo testardo"; "Amore amaro"; "L'orto vuol l'uomo morto"; fino ai ricorrenti "Padre padrone", "Sposa spesa", "Donna danno". Pressoché nessun argomento - dal lavoro al gioco alla pigrizia, dalla donna alla casa alla famiglia, dalla ricchezza alla povertà alla politica, dai preti al sacro a Dio, dalla pazzia all'arte, dalla giovinezza alla vecchiaia, dalla vita alla morte - si esime dal correlato risvolto paremiologico in quest'ineludibile opera " classica" di Lapucci, supportata da una vasta bibliografia e distribuita da Le Monnier a distanza d'un secolo e mezzo dall'edizione (a cura di Gino Capponi), presso lo stesso editore, della miscellanea di Proverbi toscani redatta da Giuseppe Giusti. ■ stef.vlad@libero.it S. Lanuzza è consulente editoriale e saggista I testi di Dan Brown di Edoardo Bona Bart D. Ehrman I CRISTIANESIMI PERDUTI Apocrifi, sette ed eretici nella battaglia per le Sacre Scritture ed. orig. 2003, trad. dall'inglese di Lorenzo Argentieri, pp. 356, €28,40, Carocci, Roma 2006 I Cristianesimi perduti ftrtu wtUsitapK te SÌJ» $t*istii« Protovangelo di Giacomo, Vangelo di Tommaso, Vangelo degli Egiziani, Vangelo della Verità, Apocalissi di Pietro, terza lettera di Paolo ai Corinzi: nei primi secoli, al di là dei ventuno libri riconosciuti da più di un millennio come testo sacro dalla stragrande maggioranza delle confessioni cristiane, a dispetto delle divergenze teologiche che le contrappongono, ebbe vita e talora notevole diffusione una vasta galassia di altri scritti, di tipologia e contenuto estremamente vario, che testimonia la coesistenza nel cristianesimo delle origini di un'ampia varietà di visioni teologiche e interpretazioni della nuova religione (a dire il vero, anzi, per alcuni neppure nuova, se consideriamo la forte continuità con l'ebraismo che caratterizza il pensiero di gruppi come ad esempio gli Ebioniti). Il progressivo formarsi e imporsi di un'ortodossia ha portato alla perdita di questi testi, a noi noti solo grazie a fortunosi ritrovamenti o ricostruibili solo attraverso la tendenziosa testimonianza delle confutazioni degli ortodossi. D'altra parte, sono le stesse opere accolte nel canone a presentare con evidenza una grande varietà di letture della figura e dell'opera di Gesù: basti pensare a come gli Atti degli Apostoli tentino di mascherare la divergenza fra le posizioni di Pietro e Paolo che dalle stesse lettere paoline appare come uno scontro frontale senza possibilità di mediazioni. È delle testimonianze di questa varietà originaria che va a caccia Bart D. Ehrman in queste pagine, scritte con una passione che le rende a volte avvincenti come un romanzo (da non perdere a questo proposito il capitolo sul vangelo segreto di Marco, probabile falso recente, la cui storia è sapientemente presentata come un vero thriller). Non si tratta però di uno di quei romanzi a carattere giallistico-religioso che vedono ormai la luce quasi quotidianamente e che sembrano esercitare un particolare fascino sui lettori dei nostri giorni: lo studioso inglese, noto ai lettori italiani anche al di fuori della cerchia degli specialisti proprio per aver mosso obiezioni al bestseller di Dan Brown con il suo La verità sul Codice da Vinci (Mondadori, 2005), è un vero esperto di cristianesimo delle origini e riesce a coniugare precisione ed equilibrio nell'informazione con una chiarezza espositiva che permette la fruizione del testo anche a chi è pressoché digiuno di questi argomenti. I testi sacri dei cristianesimi alternativi, conosciuti per via diretta o indiretta, sono presentati in maniera sistematica, senza dare nulla per scontato, esponendo, seppur in sintesi, le diverse possibili chiavi interpretative e i perché del loro destino di "apocrifi". Si passa quindi al delicato tema della formazione del canone, senza trascurare di soffermarsi prima con ampiezza sulla storia degli studi in merito: come cioè si è iniziato a rivolgere uno sguardo storico-critico sui testi sacri, affrancandone progressivamente l'esame da una lettura dogmatica radicata da secoli. Un lettore esperto può forse talora sentire il desiderio di maggiori indicazioni bibliografiche, ma l'informazione fornita è ricca e ben fondata, anche se l'autore sembra talora peccare di eccessivo entusiasmo per l'oggetto della propria ricerca. Occupandosi principalmente di presentare le forme di cristianesimo alternative alla linea rivelatasi vincente nei secoli, evidentemente per reazione ai trionfalistici toni con cui l'ortodossia ha trasmesso alla storia le proprie vittorie contro "pericolosi eretici", Ehrman mostra infatti un'aperta simpatia per gli sconfitti. In più casi i prete ortodossi sono di conseguenza connotati come un insieme di individui boriosi, aggressivi e intolleranti, che hanno brutalmente annientato e letteralmente fatto scomparire le dottrine in contrasto con le proprie, salvo poi altrove mettere in luce anche i tratti di violenta aggressività di alcuni apocrifi verso le idee dei proto-ortodossi. L? appassionata ricerca di ciò che "abbiamo perso" in seguito alla sconfitta dei cristianesimi alternativi, che rende la lettura del volume avvincente, induce talora lo studioso persino a porre delle domande improponibili, per non dire gratuite: che cosa sarebbe successo se non avessero vinto i proto-ortodossi? Un cristianesimo ebionita avrebbe portato alla nascita dell'antisemitismo? E un cristianesimo invece di tipo marcionita? Avrebbe perseguitato gli ebrei in quanto portatori di una falsa dottrina o li avrebbe ignorati in quanto del tutto estranei alla religione cristiana? L'autore, tuttavia, nella sezione conclusiva del volume fa un passo indietro e afferma apertamente che a questo genere di quesiti, pur affascinanti, non ci può essere risposta, ma forse non fa notare a sufficienza che non è del tutto casuale che la vittoria sia andata a una forma di cristianesimo che ben più di altre si prestava a essere accolta dall'impero: un cristianesimo, per esempio, che non imponeva ai suoi adepti prescrizioni come la circoncisione, del tutto estranee alla cultura greco-romana. ■ edoardo.bonaSunito.it E. Bona è ricercatore di filologia classica all'Università di Torino