Storia Dare un futuro al futuro di Francesco Regalzi Massimo L. Salvadori L'IDEA DI PROGRESSO Possiamo farne a meno? pp. 153, € 13, Donzelli, Roma 2006 A dispetto del titolo, l'ultimo lavoro di Massimo Salvadori non è solo un libro sul progresso, anzi, attraverso un'approfondita analisi della storia culturale e politica dell'età contemporanea, esso sembra essere soprattutto un pamphlet politico, ulteriore tappa di quell'indagine sul futuro del socialismo iniziata dall'autore alcuni anni or sono. Il presupposto è la constatazione della profonda crisi in cui attualmente versa l'idea di progresso dell'umanità, ascrivibile non tanto - o piuttosto non solo - a categorie tecnico-scientifiche, quanto filosofico-politiche. Sviluppatasi sul finire del XVII secolo e ampiamente diffusasi fin agli inizi del Novecento, si offriva ad almeno due principali interpretazioni. La prima, nata in seno agli ambienti della rivoluzione scientifica seicentesca e largamente dominante nei circoli illuministi, vedeva nel progresso un ideale regolativo cui ispirarsi e che doveva essere pertanto difeso e protetto dalle spinte delle forze avverse. Il secondo modello lo interpretava invece come un processo necessario che, seppur temporaneamente contrastabile, si sarebbe definitivamente affermato nel corso della storia e attribuiva alle scienze umane e sociali il compito di definire le leggi necessarie che lo avrebbero determinato. Questa seconda visione ebbe particolare fortuna nel corso del XIX secolo, sia negli ambienti del positivismo evoluzionistico, di orientamento liberale o socialista, sia nel materialismo storico. Quest'ultimo, in particolare, contribuì notevolmente all'affermazione dell'idea di progresso che, per suo tramite, si trovò allora a uscire dagli ambienti della borghesia illuminata per divenire oggetto delle speranze di grandi masse. Icapritoli centrali del libro sono dedicati a una panoramica della fortuna di questo concetto nel secolo scorso e al sostegno che ebbe, o non ebbe, di fronte alle grandi alternative politiche novecentesche. Il socialismo -sia nella variante rivoluzionaria, sia in quella riformista - lo accolse con una fede quasi religiosa, mentre esso subì un destino ben diverso nel periodo tra le due guerre, con l'affermazione di fascismo e nazismo. Il totalitarismo rappresentò infatti un grande ostacolo all'affermarsi del concetto. Il comunismo, in particolare, soprattutto nella variante staliniana, simboleggiò "l'espressione compiuta dello stravolgimento dell'idea di progresso divenuta dottrina dello Stato totalitario", mentre il nazismo la rifiutava apertamente, ponendo la propria speranza nel miglioramento della società non nella fuga progressista verso il futuro, bensì in un ritorno al passato, alle radici di un'antica civiltà che dovevano essere recuperate. Questa "profonda eclissi" dell'idea di progresso fu finalmente superata con la diffusione delle democrazie moderne in larga parte dell'Europa all'indomani della seconda guerra mondiale. In questa cornice, grazie all'impulso del liberalismo democratico e della socialdemocrazia, gli ideali, originariamente illuministici, di uguaglianza, libertà e progresso tornarono a vivere una nuova giovinezza nel sistema di Welfa-re State. L'autore volge quindi l'attenzione verso le trasformazioni che hanno segnato il pianeta negli ultimi decenni. La crisi, prima, e la caduta, poi, del comunismo, aprirono la strada al neoconservatorismo sviluppatosi in Inghilterra e Stati Uniti negli anni ottanta, interpretato da Salva-dori come uno dei responsabili di quel processo di globalizzazione oggi così discusso. Una vera e propria rivoluzione segnò la storia politica degli ultimi anni. E ci fu il ritorno "a una concezione neodarwiniana che affida lo sviluppo al primato degli interessi economici più forti e alla subordinazione ad essi della politica" che travolse l'idea di progresso, non più declinabile al singolare, ma svuotata in una pluralità di significati (scientifico, tecnico, economico) che ne snaturarono l'originale riferimento all'umanità. Se nella prima parte del Novecento i grandi regimi totalitari erano stati i maggiori nemici dell'idea di progresso, ora - sostiene Salva-dori - questa funzione sembra svolta dal capitalismo, neoconservatore e neoliberista, e dai fondamentalismi religiosi. La nuova filosofia dello sviluppo economico, impassibile pure di fronte al drammatico emergere della preoccupante crisi ecologica, alle capacità distruttive della tecnoscienza e alla rincorsa al profitto globale, in contrasto con il benessere umano e ambientale, rischia ora di trovarsi priva di forti voci contrastanti. E partendo da queste considerazioni, e dalla "difficoltà di dare un futuro al futuro", che Salva-dori invoca un ritorno al progresso, in una forma rinnovata e aggiornata, memore dell'eredità illuminista, ma conscia del fatto che esso non sia più da considerarsi uno sviluppo necessario nel corso storico, quanto piuttosto - unico appiglio rimasto a un mondo sull'orlo dell'autodistruzione - "un bisogno che la ragione suggerisce, ma che nulla può di per sé imporre all'uomo spingendolo ad agire". ■ francesco.regalzi@yahoo.it F. Regalzi è dottorando in studi politici europei ed euroamericani all'Università di Torino Un melting pot di culture diverse HOIÌA £>! l'ROGMSSO ì£ Peter Burke LINGUE E COMUNITÀ NELL'EUROPA MODERNA ed. orig. 2004, trad. dall'inglese di Biagio Forino, pp. 266, €22, il Mulino, Bologna 2006 4 i T)rincipale scopo di questo libro è riflet-Xtere sulla trasformazione del rapporto fra lingua e comunità - o, più precisamente, fra lingue e comunità, al plurale - in Europa e nelle altre regioni in cui si parlavano lingue europee, dall'invenzione della stampa alla rivoluzione francese". Con tale programma Burke scrive un bel saggio di storia sociale e storia comparata della lingua, risalendo alle origini di un problema attualissimo: la trasformazione dell'Europa in un melting pot di culture diverse sotto la spinta dell'immigrazione extracomunitaria. Fin dal tardo medioevo, infatti, la relazione fra lingua e comunità ha orientato la progressiva presa di coscienza della diversità linguistica e la nascita stessa della storia della lingua come disciplina. Fondamentale criterio di "solidarietà" e "identità collettiva", il nesso che stringe insieme lingua, religione, gruppi professionali e sociali può quindi essere usato per raccontare la storia europea: tutt'altro che "semplice" o "lineare" e tutt'altro che "progressiva", ma interamente attraversata dal "costante conflitto fra forze centripete e centrifughe". Burke riesamina anche la funzione universale del latino come "lingua in cerca di una comunità" nell'Europa tardo-medioevale e moderna, descrivendo poi l'ascesa dei volgari in termini di "competizione", vera e propria "contesa per occupare il centro ed emarginare i rivali" nell'ambito religioso, culturale e amministrativo. Le vicende lin- guistiche appaiono insomma come lotte di potere con tanto di "vincitori e vinti", verso una sorta di multi-imperialismo che non coincide ancora con le separazioni nazionali. La successiva standardizzazione grammaticale, energicamente agevolata dalla scoperta della stampa, non produce tuttavia una serie di monadi autosufficienti, ma favorisce al contrario una "crescente unificazione culturale d'Europa": quella che Burke - con termine attuale - definisce "globalizzazione". È proprio l'ottica comparatistica di questo saggio a mettere in evidenza le occasioni di mescolanza fra le lingue, piuttosto che le istanze separatistiche. Così lo studio delle lingue straniere e le pratiche parodiche, ma anche i viaggi e le vicende militari, formano una fittissima rete di scambi, dove i vari registri e le varie culture si incrociano ma anche si scontrano, in un "processo di illuminazione reciproca" assai stimolante. Nell'Europa moderna, peraltro, la capacità di "percepire la mescolanza" agisce anche in senso contrario, come resistenza e censura che le varie forme di "purismo difensivo" oppongono alla contaminazione e alla trasformazione linguistica. Burke mette bene in luce le motivazioni e i pregiudizi religiosi e sociali di una simile "difesa dei-territorio", insistendo sul fatto che in questo campo ogni posizione e ogni decisione è sempre "politica". Non a caso il suo libro si conclude sulla nascita delle strategie linguistiche "consapevoli" degli stati europei, che, a partire dalla metà del Settecento, si occupano sempre più da vicino del rapporto fra la "lingua quotidiana" e le "comunità": la prima, in quest'ottica nazionalista, diventa "simbolo di autonomia politica e arma di conflitto politico"; le seconde si trasformano in "comunità immaginate" rigorosamente ideologiche. (R.R.) Lo zio Tom accusato e assolto di Rinaldo Rinaldi Hubert Wolf STORIA DELL'INDICE Il Vaticano e i libri proibiti ed. orig. 2006, trad. dal tedesco di Stefano Bacin, pp. 278, €27, Donzelli, Roma 2006 Ideale continuazione delle ricerche ormai classiche di Gigliola Fragnito sui primi due secoli di censura ecclesiastica, il libro di Hubert Wolf affronta l'Indice dei libri proibiti fra il Settecento e la sua abolizione nel 1965. Nel 1998 è stato del resto finalmente consentito agli studiosi l'accesso agli archivi della Congregazione dell'Indice e l'autore ha potuto quindi ricostruire le complesse procedure che scandivano l'iter censorio: dalle denunce preliminari al processo vero e proprio, con le relazioni, le deliberazioni e la sentenza conclusiva. L'interesse maggiore del saggio, comunque, non sta nella parte introduttiva, che presenta in sintesi la complessa articolazione dei regolamenti e dei provvedimenti, bensì nella seconda parte, dedicata all'esame di nove casi particolari fra Sette e Novecento, Gli autori studiati da Wolf, con un'eccezione, sono di lingua tedesca e appartengono dunque a un gruppo minoritario nella storia dell'Indice, poiché i libri scritti nelle "lingue barbare" erano meno diffusi nel mondo cattolico e risultavano quindi meno pericolosi. Proprio questa posizione marginale, tuttavia, permette di illuminare meglio certi meccanismi della macchina censoria: i frequenti esiti assolutori, per esempio, ottenuti in seguito a efficaci difese all'interno stesso della Congregazione e spesso legati a conflitti personali o di "ordini rivali" (esemplare il caso della Storia dei Papi di Leopold von Ranke, accusata di anti-gesui-tismo, assolta nel 1838 e ' condannata nel 1841). La difficoltà maggiore della ricerca, la frequente assenza di documentazione e quindi di un "riscontro decisivo nelle fonti", costringe a "ricorrere (...) agli indizi" e impedisce dunque clamorose scoperte. Tuttavia l'autore ci dà un'idea chiarissima dell'intreccio fra interessi politici e ragioni teologiche che guida sovente i procedimenti vaticani. La denuncia e la condanna di alcune opere di Heine nel 1836, per esempio, permette a Wolf di immaginare con buona probabilità i "retroscena" e i "mandanti"; facendo riferimento al ruolo del poeta nell'associazione liberale della Giovane Germa- PK OKU; noKVM, ! RECVUS CONPSCTIS [>£t?m Tmftstiru^o.lfi iiiderit«eS«i&ifs.OJi. Piì t tij, Pent; Max. «Biprobjtus. nia e alla cooperazione in chiave "antirivoluzionaria" fra papa Gregorio XVI e il cancelliere austriaco Metternich. Al tempo stesso Wolf traccia con mano sicura la linea evolutiva che porta alla relativa modernizzazione dell'Indice, stimolata dai contributi di Franz Heinrich Reusch e attuata sotto Leone XIII fra il 1892 e il 1900. La sorte di alcune opere letterarie, denunciate come eretiche fra Otto e Novecento, è in questo senso significativa: già nel 1853 è assolto il romanzo La capanna dello zio Tom dell'americana Harriet Beecher Stowe, che era stato accusato di "me-todismo" e di voler "rovesciare l'ordine costituito"; e nel 1910 il giudizio è sospeso sulla letteratura per ragazzi del notissimo scrittore tedesco Karl May, accusato di "indifferentismo religioso, dottrine spiritistiche su visioni dell'aldilà, monismo e panteismo". Sono tracce tenui eppure eloquenti della teologia moderata che si fa strada lentamente nella Congregazione. Il risultato finale, emblematico, sarà la lettera di Paolo VI Motu proprio Integrae servandaè del 7 dicembre 1965, che di fatto toglierà all'Indice ogni valore normativo trasformandolo in un "documento storico". ■ rrinaldi@un.ipr. it R. Rinaldi insegna letteratura italiana all'Università di Parma