Storia Una visione disincantata di Alfonso Botti Bartolomé Bennassar LA GUERRA DI SPAGNA Una tragedia nazionale ed. orig. 2004, trad. dal francese di Valeria Zini, pp. 519, €28, Einaudi, Torino 2006 Si inizia con un rapido excursus che dall'Ottocento giunge alla seconda repubblica. Segue la prima parte del lavoro. E qui si affrontano nell'ordine la sollevazione militare e la risposta governativa nei primi mesi del conflitto, la sua internazionalizzazione e la battaglia di Madrid, la configurazione politica delle due Spagne e le grandi battaglie, per poi chiudere con il crollo della repubblica. Nella seconda parte l'autore ripercorre le vicende della guerra, mettendo a fuoco cinque grandi temi: di storia militare il primo, laddove si richiamano le sperimentazioni di armi e di tattiche, sottolineando il ruolo decisivo svolto dall'aviazione; di storia sociale il secondo, sulla rivoluzione anarchica e la sua crisi; di storia politica il terzo e quarto, sulle trasformazioni in seno al governo repubblicano per l'accresciuto peso dei comunisti e sul configurarsi del regime franchista, tra tentazione fascista e ripiegamento confessionale; l'ultimo sulla dimensione propagandistica del conflitto. La terza parte dell'opera è dedicata agli esili: dai primi esodi dalla Catalogna per scampare alla rivoluzione e alle persecuzioni, all'evacuazione dei bambini baschi della primavera del 1937, dalla marea umana (circa mezzo milione di persone) che si riversò in Francia alla fine della guerra, all'"esilio interiore". In questo contesto Bennassar, professore emerito all'Università di Toulouse, si sofferma sulle conseguenze della presenza in Francia degli esuli spagnoli fino al 1942, sull'accoglienza che venne loro riservata, sulla solidarietà e le tensioni che essa produsse (grazie alla documentazione inedita proveniente dagli archivi prefettizi dipartimentali), sui campi di raccolta e di concentramento, non trascurando cenni ai gruppi che approdarono nelle Americhe e nell'Urss. Allo stesso tempo si spinge fino al dibattito attuale sul recupero della memoria storica, soffermandosi sugli anni '39-42 e sulla repressione, "scandalosa per ampiezza e durata", di un regime che giudica "molto più repressivo di quello italiano". L'opera, costruita fondamentalmente sulla letteratura esistente, ma senza rinunciare all'uso di alcune fonti dirette, presenta un quadro degli avvenimenti credibile, anche se non sempre adeguatamente proble- matico. Insomma: alcune luci e altrettante ombre. Partiamo dalle prime. Il volume offre una visione disincantata della tragedia spagnola del '36-39, sulla quale, com'è noto, esiste tuttora un forte deposito di passioni. Contro le immagini mitiche della seconda repubblica, l'autore insiste sui limiti di quell'esperienza politica segnata dalla mancanza di una classe media, dall'esiguo numero di repubblicani "borghesi" e di socialisti "responsabili" (sue le virgolette), di gran lunga sovrastato dalla presenza di socialisti e comunisti orientati a seguire le orme della Russia, di cattolici dimentichi delle encicliche sociali e da una destra incapace di prendere in considerazioni soluzioni che non prevedessero l'uso della forza. Per quanto riguarda i mesi che seguirono la vittoria del Fronte popolare, calca forse la mano sul costante disordine pubblico e, pur escludendo categoricamante che vi fosse un pericolo di presa del potere da parte dei comunisti, raffigura la situazione del paese come scappata di mano al governo. Ma quando più avanti scrive che nell'agosto del 1936 nella zona repubblicana lo stato non esisteva più, implicitamente riconosce che l'autorità dello stato era esistita fino a quel momento, e cioè dal febbraio al 18 luglio. Con altri storici considera decisivo per l'esito della guerra il passaggio dello stretto di Gibilterra da parte delle truppe coloniali (per il quale i ribelli poterono contare oltre che su aerei tedeschi anche su nove Savoia-Marchetti inviati da Mussolini). Puntuali sono anche le pagine sul finanziamento della guerra e sull'approvvigionamento delle armi, corredate da stime quantitative e cifre. L'attenzione agli a-spetti quantitativi del conflitto è del resto costante. A più riprese Bennassar sottolinea la relativa indipendenza rispetto a Mosca dei dirigenti comunisti spagnoli e catalani all'inizio della guerra e ancora nel 1937. La sua tesi è che essi furono manipolati dai sovietici. Tra la linea rivoluzionaria del Poum e quella comunista, comunque, scrive che, nella congiuntura del 1936, era la visione del Pce ad essere "più adeguata". Con tutto ciò è incline a ritenere probabile che i fatti barcellonesi del maggio del '37 furono una provocazione ordita dai sovietici per eliminare anarchici e Poum, mentre più sul vago resta di fronte alla tesi esposta da Burnett Bolloten nel 1961, e ribadita nel 1979, secondo cui dietro il sostegno alla repubblica si celò il progetto sovietico della presa del potere dei comunisti e della parallela distruzione di anarchici e trockisti. Particolarmente centrate le pagine sulla guerra del Nord e sul trattamento di favore (se comparato al livello che raggiunse la repressione altrove) che Franco riservò ai Paesi baschi dopo la loro occupazione, così come esaurienti si rivelano quelle sulla rivoluzione libertaria in Catalogna, Aragona e Paese va-lenziano, definita come il "tentativo di rivoluzione più profondo e completo mai effettuato in Euro- pa", senza tacerne le intolleranze (in materia di costumi, di uso del tempo libero e di pratica religiosa). Puntuali anche i cenni alla volontà del cognato di Franco, Serrano Suner, di costruire uno stato di tipo fascista e sui primi passi che la Falange mosse verso lo stato totalitario. Efficace, infine, nelle conclusioni, è l'osservazione che nella transizione non si potè aprire un processo al franchismo perché esso avrebbe trascinato con sé quello ai responsabili della repressione repubblicana, come Santiago Carrillo, implicato nelle uccisioni di Para-cuellos del Jarama. Le ombre cominciano dalle prime due righe della prefazione, nelle quali si legge che la guerra civile sollecita oggi la memoria degli ultimi testimoni e le ricerche degli storici "dopo un periodo di volontaria e quasi totale amnesia durata circa vent'anni". Verrebbe da chiedersi dov'è stato per tutto questo tempo l'ispanista francese, se non si evincesse più avanti che Bennassar è alla mancanza di studi in Francia che intendeva riferirsi, la qual cosa lascia pensare che una riìettura e correzione in vista dell'edizione italiana avrebbe giovato all'opera. Quando scrive che l'ideale di Gii Robles "era un modello di Democrazia cristiana all'austriaca (Dollfuss) o italiana (don Sturzo)" mostra di non capire le differenze profonde tra questi due uomini politici e questi due partiti, ma soprattutto colloca il leader della destra cattolica autoritaria spagnola all'interno di una famiglia politica a cui fu sostanzialmente estraneo. Mette poi un'enfasi che le fonti disponibili non suffragano sull'ipotesi che alcuni politici repubblicani, tra i quali lo stesso Azana, considerassero come "congiuntura favorevole" una sollevazione militare che, affrontata e sconfitta, avrebbe offerto l'occasione per infliggere un duro colpo alle destre. A proposito del terrore scrive che "si trattò di fatto di due opposte volontà di sterminio, una più organizzata, è vero, l'altra più istintiva". Ma elude l'esame ravvicinato dei due schieramenti, che vide tutte le componenti del campo franchista (militari, falangisti e requetés) coinvolte nell'esercizio del terrore, mentre nel campo repubblicano vi furono settori (socialisti moderati, nazionalisti baschi e catalani, ma anche settori comunisti e anarchici) che ne restarono immuni. L'autore non tiene talora conto delle ricerche più recenti. Per esempio, per quanto riguarda la condotta della chiesa, trascura le opere di Àlvarez Bolado e Hilari Raguer, per riferirsi (anche quando non la cita espressamente) a quella ideologico-apologe-tica di Càrcel Orti, del quale accoglie la tesi secondo cui "esisteva un vero e proprio progetto di distruzione della Chiesa cattolica e della religione" da parte dell'estrema sinistra (sinistra socialista, anarchici e Poum), che però l'autore non dimostra, limitandosi a segnalare passi truculenti tratti da alcuni articoli della stampa rivoluzionaria. Sorprende poi in un'opera così attenta alla Francia l'assenza di riferimenti alle inizative degli intellettuali cattolici (Maritain, Mounier e altri) contro l'interpretazione del conflitto spagnolo come "crociata" e per una soluzione negoziata dello stesso. Bennassar intercala la narrazione con riferimenti alla storiografia. Scrive che condivide o non condivide. Bacchetta. Dialoga. E polemizza, nel testo e nelle note, non solo con i colleghi, ma anche con i personaggi storici. Vi sono poi citazioni orfane di autore, numeri ballerini (i caduti del Ctv a Guadalaja-ra sono una volta 2000 e un'altra 400, il bombardamento di Guernica anticipato al 20 aprile e poi correttamente datato 26 aprile 1937, i combattenti baschi sono 37 mila e 25 la pagina dopo), Rosselli è indicato tra i "militanti anarchici stranieri deliranti di entusiasmo" per le comuni agricole. In definitiva una discreta sintesi, che non presenta interpretazioni innovative, ma che, pur con alcune cadute e i difetti di cui si è detto, illumina aspetti meno noti o che meno spazio hanno avuto in analoghi lavori. ■ a.botti@uniurb.it A. Botti insegna storia contemporanea all'Università di Urbino Superare il peso della memoria di Carmelo Adagio Gabriele Ranzato IL PASSATO DI BRONZO L'eredità della guerra civile nella Spagna democratica pp. 154, € 15, Laterza, Roma-Bari 2006 Ranzato, che a lungo ha riflettuto e scritto sulla guerra civile spagnola, sceglie ora di occuparsi delle eredità odierne del conflitto. A partire dalla domanda sul perché siano ancora oggi impossibili in Spagna un "distacco dal passato" e una considerazione serena e senza l'ingombro di sentimenti e risentimenti del passato stesso, Ranzato si sofferma sugli anni della transizione, immediatamente successivi alla morte del dittatore, e al cosiddetto "patto dell'oblio", consapevolmente assunto dagli attori politici per impedire che il peso della storia (non solo la guerra, ma anche gli altri trentasei anni di feroce dittatura franchista) rendesse impossibile il percorso verso la democrazia. Conseguenze furono l'impossibilità di condannare il vecchio regime, l'impunità per i suoi collaboratori, che anzi in parte parteciparono alla nuova fase democratica, e il permanere di vestigia dittatoriali, (vie, piazze e statue dedicate a Franco e al regime). Ranzato sembra polemizzare contro le letture della transizione "edulcorate", le quali, nell'evi-denziare la positività del passaggio dalla dittatura alla democrazia, sottovalutano le conseguenze di questo volontario silenzio sul passato, così come il peso, a lungo presente, di minacce militari e golpiste. Se tali minacce ci consentono di comprendere il collettivo mettere nel dimenticatoio il passato, esse hanno avuto altresì come conseguenza anche l'ibernazione della memoria e l'impossibilità di una sua metabolizzazione storica. L'approccio al passato non riesce allora a sbarazzarsi dei ricordi visibili - solo nel 2005 viene rimossa una grande statua equestre di Franco da Madrid - e nel contempo mitizza il ruolo della repubblica come antesignana della democrazia attuale. Questo sembra il nodo centrale del libro di Ranzato: la considerazione, come già in L'eclisse della democrazia (Bollati Boringhieri, 2004, cfr. "L'Indice", 2004, n. 9), dell'insufficienza democratica di Caballero, Prieto o dello stesso Azana: la considerazione, soprattutto, dell'impossibilità di leggere in continuità la costituzione del 1931 con quella del 1978, l'esperienza repubblicana con la democrazia odierna. La mancata condanna del franchismo ha comportato, per Ranzato, una difficoltà a valutare storicamente e criticamente le insufficienze della repubblica spagnola e dei repubblicani, che solo grazie alle conseguenze del patto dell'oblio possono assurgere a lontani padri della democrazia, mentre da essa erano lontani - sebbene, ovviamente, non nella stessa misura di Franco e dei franchisti. Per questo, sulla stessa repubblica, secondo Ranzato, è oggi difficile un sereno confronto storiografico: troppo forte è ancora il peso, da un lato, dell'impunità del passato regime; e, dall'altro, dell'affermarsi, come verità storica, della continuità fra repubblica e democrazia attuale. Ranzato auspica un superamento del peso della memoria nella valutazione del passato spagnolo, invocando che, al posto di essa, possa la storia dare un giudizio più equilibrato e concorrere a rasserenare gli animi, da una parte contribuendo ad abbattere ogni residuo vestigio del regime (e Ranzato è assai severo contro l'attuale "revisionismo" filofranchista), dall'altra assumendo il giusto distacco dal mondo veterorepubblicano, che non può essere preso a modello del presente.