3 L'MDICE libri oelmeseHì Narratori italiani La partecipazione distratta di Massimo Arcangeli Elena Stancanelli FIRENZE DA PICCOLA pp. 162, €9, Laterza, Roma-Bari 2006 Sembrerebbe, Firenze da piccola, una retrospettiva sull'infanzia trascorsa in una città che continua a esercitare il suo fascino anche dopo il distacco dell'autrice e il suo trasferimento nella capitale; una città che non si sa, né si vuole, consegnare al l'oblio ("Ogni tanto mi chiedo se sono davvero andata via"). E anche questo il reportage di Stancanelli, ma non è solo questo: perché sembra che adulta, l'autrice, non sia ancora; che si porti dietro il bagaglio (il fardello?) di un'infanzia, un'adolescenza, una giovinezza vissute in un débrayage, uno stacco esistenziale, prima, è ovvio, inconsapevole, poi assunto invece a sguardo proiettato su un mondo lontano e indomabile. La finestra dalla quale, picco- lissima, "in piedi su una sedia, di fronte ai vetri aperti", guardava la città passare il giorno di una storica alluvione (il 4 novembre 1966), è anche la metaforica finestra sul mondo da cui, in gioventù, osservava sfilare, "immersa in malinconici corsi serali di teatro", la partecipazione emotiva alla vita di altri giovani come lei ("Ero giovane, credevo bastasse osservare da fuori per capire. Ancora non sapevo che fino a una certa età per capire bisogna aderire, farsi coinvolgere e massacrare. Al contrario di quando si diventa adulti. Adesso per provare e capire ancora devo esercitare un distacco che mi preservi dal rancore biologico. Quello che a una certa età ti fa dire, come un riflesso condizionato, 'arrivano i barbari'"). La possibilità del narrare si fonda allora su una partecipazione "distratta" che unisce la soggettività del punto di vista allo sguardo-camera da presa che del soggetto tenta di neutralizzare la paura di cadere vittima dei pericolosi effetti destabilizzanti dell'impantanamento nel flusso esistenziale; sono tanto più le cose che si amano, perciò, quelle da tenere a bada, da mantenere a debita distanza ("In generale sono una che si tiene defilata dalle cose che ama. Amerei una vita piena di meraviglie e invece mi batto perché non accada niente, mi piace tantissimo viaggiare e non faccio un vero viaggio da anni. Perfino con la scrittura è così: quando sento che sta per arrivare una frase bella, smetto di scrivere. Tiro il freno. Le cose me le devo strappare dalle mani dopo essermi distratta, come si fa coi bambini"). La bambina, come tutti i bambini, voleva esserci sempre, per sottrarsi al costante pensiero dell'abbandono. Ma era altro dai bambini di oggi, era della generazione dei bambini prototipo, costretti a un insopportabile comunismo dei giocattoli, sui quali la tv non aveva ancora allungato le mani e la pubblicità, al tempo non frammentata negli innumerevoli target, aveva appena cominciato a portare attenzione ("Squaletti nani, pronti a spalancare le fauci per inghiottire prodotti. Bastava trovare il punto dove stimolarci e saremmo presto stati in grado di influenzare con i nostri desideri le scelte dei genitori, persino su cibi e automobili"). L'adolescente, come tutti gli adolescenti, voleva essere ovunque, cercando sfogo alle tensioni nella rifrazione delle scelte complicate ("La vita mi sembrava troppo noiosa e non vedevo l'o- ra di complicarmela. Tutta l'energia che abbiamo a quell'età ha bisogno di essere distolta, altrimenti esplodiamo") e vivendo nell'illusione delle diverse esistenze possibili, al riparo dalla mortale fissità dei ruoli dei grandi ("Da adolescenti abbiamo tante vite tra le quali scegliere. Quando assumiamo un'identità, un lavoro un amore dei figli, cominciamo a morire"). Ma era altro dagli adolescenti di oggi, sempre più propensi a barattare la crescita individuale con la fretta di arrivare, dove che sia e in qualche modo, o con il rispecchiamento in logiche e comportamenti collettivi perversi ("io, come tutti gli adolescenti, in quel periodo amavo tantissimo le persone impegnative"). La giovane, bionda, grassoccia e sgraziata, ha voluto non esserci mai (perché "credeva bastasse osservare da fuori per capire"), perdendosi così gli anni della libertà disinibita, ma al fondo ingenua e scanzonata, delle donne che spesso non portavano le mutande sotto la minigonna e degli amori consumati senza profilattico. Che erano altro dagli anni dell'impunità e della programmata oscenità metabolizzati, quando non vissuti, dai giovani di oggi. L'adulta, che non sa parlare né d'amore né di sesso (si dichiara "autistica" sull'argomento), abbraccia la diversità e l'imperfezione; il contatto e l'incontro tra le diverse abitudini, le diverse culture, le diverse lingue ("forse i nuovi bambini cresceranno con una consapevolezza linguistica migliore della nostra. Saranno facilitati dal contatto fin da piccoli con tanti accenti, tanto impaccio nel pronunciare le parole che produrrà una lingua nuova, più viva e allegra"); la contaminazione e l'intreccio, anche qui con un occhio alla materia linguistica (si difende, così, il fiorentino meticciato e impuro di Machiavelli, Landolfi, Bilenchi, contro la purezza, l'autarchia linguistica, le endogamie senza futuro); l'alterità e la marginalità ("Occuparsi dei marginali non significa immaginare che, anche solo tendenzialmente, nelle società sparirà la sofferenza, l'intera categoria dei poveri. Ciò che conta è alleviare la pena, ottenere dilazioni di tem po, spazi di dignità"); il naturale sfacimento della bellezza corporea, perché la bellezza autentica non si ferma, è un pendolo che vibra in eterno ("La bellezza deve sfuggire all'immobilità. Deve potersi trasformare, deve marcire con la vita. Deve avere anche il coraggio di sparire se vuole compiere il proprio destino"); l'uguaglianza e la comunione nella sepoltura, tra Parini e Totò ("È strana questa nostra abitudine di dividerci di nuovo dopo la morte secondo la religione di appartenenza. Le città non hanno più una geografia dettata dal culto. Viviamo tutta la vita mischiati, ma i nostri corpi riposeranno separati. Proprio quando dovremmo tornare a essere tutti uguali"); il caos. Parole, tutte, contromano. Perché oggi non si vuole - in molti casi non si può - realmente incontrare nessuno; si pontifica (è il caso di dirlo) contro il relativismo morale e culturale; si dimentica troppo spesso che alle patologie dell'ingurgitazione di cibo di cui soffrono pochi benestanti corrisponde l'impossibilità di nutrirsi di intere popolazioni di sottoalimentati per le quali la fame non è desiderio compulsivo di cibo per placare il dolore dell'esser stati poco amati, non è quell'impulso che precede l'ingozzamento selvaggio e indiscriminato e che è seguito dal vomito ("La fame è Il testo Il linguista Arcangeli segue da vicino lingua e temi, frasi, parole: il testo di Stancanelli. Già altre volte Arcangeli ha recensito e commentato scritture femminili. Segnaliamo: Dacia Maraini, Colomba, Rizzoli ("L'Indice", 2005, n. 3), Giulia Belloni (a cura di), Gli intemperanti, Meridiano zero ("L'Indice", 2004, n. 4). quando non hai niente da mangiare e se dura parecchio alla fine muori"); si elegge a canonica bellezza la maschera di una procace fisicità che ci si illude di poter portare per sempre; si programmano le nostre fantasie sul mondo e si decerebrano le nostre capacità di pensiero, addormentate da striscianti forme di censura, dai condizionamenti di una pubblicità che non è più l'elementare mezzo di persuasione occulta di Vance Packard, dalla montante volgarità televisiva, dai trilli e dagli schermi ubiqui dei telefoni cellulari ("Brutta storia i telefonini. Non serve a niente lasciarli a casa, perché del loro pensiero non ti liberi lo stesso. Bisognerebbe semplicemente che non fossero stati inventati"). Un libro per certi versi sorprendente, questo di Elena Stancanelli, di cui non mi erano piaciute le scialbe teatranti di Attrici e che mi aveva lasciato perplesso con il lesbo grotesque di Lenni e Stella, le ragazze cattive, molto Thelma e Louise, di Benzina. "Ogni tanto verrebbe voglia di operare in maniera contraria", dice. Questa voglia, che mi accompagna da un po' di tempo in modo costante, l'autrice ha il merito di farmela sembrare a tratti irresistibile. E se "ogni minuto che passa le cose intorno cambiano, si trasformano, e se aspetti troppo non le riconosci più", sostiene la svagata, distrattissima Lenni, allora tanto vale rinunciare del tutto a operare e aspettare semplicemente che ritornino. Sarà una immobilità nuova. Di una bellezza fattasi anch'essa distratta. Di un corpo che ha rinunciato a girare intorno alle cose ma anche a prendere una strada e percorrerla fino in fondo. Perché, in definitiva, la fine e l'inizio del viaggio sono nello stesso punto. ■ maxarcangeliStin.it M. Arcangeli insegna linguistica italiana all'Università di Cagliari bensì con una struttura evidente. Una prima parte d'infanzia e formazione, fino al Lucentini che già conoscevamo, quello che filosofeggiava (su "la cosa in sé") e da studente a Roma stava fra i pochi "disfattisti impegnati", antifascisti insomma, e poi fu a Parigi, in cerca di lavoro, ed ecco comparire Carlo Frutterò. Una seconda parte, che incomincia a p. 112, è incentrata su Simone Benne-Darsen ("questa signora, divorziata, con un bambino di qualche anno, aveva tredici anni più di Franco"). Tocca a Simone il profilo della perturbante straniera, della protagonista/antagonista, che genera l'enigma di due vite "dipese l'una dall'altra" per cinquant'anni. Meglio però la prima parte, in cui rivive una periferia romana di piccolo commercio, pochi soldi e molti figli. Cinque ne aveva da un primo matrimonio il panettiere Venanzio Lucentini, quando sposò Emma che ne fece tre, Franco Massimo e Mauro, e li accudì tutti. Da leggere una delle prime poesie di Franco, Quartiere (1938): "Ricordo antiche sere / tra vie perdute / da tanto: c'era / una miseria di giardini / uno sfacelo umido di case". Da guardare, nell'apparato iconografico che completa il volume, la prima foto di Franco a un anno. Come una bella bambina in posa ha la vestina larga, scarpe col cinturino e calzette bianche. Le scarpe col cinturino, il punto che punge, il punctum di certe fotografie secondo Barthes. Antonio Daniele, Ferume, pp. 68, edizione non venale, Padova 2006 Professore e saggista, fedele agli studi petrarcheschi e al suo paese, come nel piccolo memoriale di Magnaboschi (Cierre, 2006), Antonio Daniele, per i sessantanni, ha voluto ancora concedersi un proprio libretto di poesia, una cinquantina circa di liriche pavane composte nel 2004-2006. Lingua pavana, sua lingua d'infanzia, che s'intona alla materia personale, del cuore, del luogo, punteggiata dalle riprese di testi affini di Heine, Goethe, Hòlder-lin. Ne è venuto un libro squisito e non facile. Il pavano crea l'effetto di una lingua speciale che lo isola dal consumo pubblico e mediatico. Impone una lettura lenta, in cui l'ideale biografia dell'autore lentamente si dispiega associando senza sforzo la vicenda umana al naturale passaggio del tempo e delle stagioni in un nuovo e dolcissimo crepuscolarismo: "Gode-mo sti colori / che ciama primavera" (è il 22 febbraio) "ché 'vanti de la sera / no manca pi che on'ora". Così dunque Daniele ricompone la vita senza lacerazioni: "e torno là da 'ndove so partio". Silvia Ballestra, Contro le donne nei secoli dei secoli, pp. 94, € 7, Il Saggiatore, Milano 2006 Nei suoi anni sicuri, mentre potrebbe dire di sé (come in Nina) che la vita la tiene "nel palmo della mano", Silvia Ballestra non rinuncia all'originario impianto narrativo: rappresentare dal vivo, e standoci in mezzo, situazioni fluide, sregolamenti di cose e di linguaggi, mutevolezze d'epoca. Su questo fondo ha collocato finora le variazioni collegate ai diversi tempi: dai felici esordi, nelle scene di giovinezza adriatica esemplari della letteratura di fine secolo, a qualche ritratto di donna, come nel romanzo dell'anno scorso, il nono, La seconda Nora, una Nora sotto il fascismo divenuta cattolica da ebrea. Silvia Ballestra, nata marchigiana nel 1969, ora vive a Milano ed è madre ("ok sono madre di maschi -ok ok lo dico"). Pubblica ora questo pamphlet, che lei preferisce chiamare "una scenata mia personale", sull'uso delle donne, perché "abbiamo fatto un vero, innegabile, strabiliante passo indietro". Bucando lo spessore della saggistica, trascurando le controversie di genere nelle incertezze del postfemminismo, ha scelto lo stile di un parlato irridente e di un impegno esplicito. Dalla pubblicità ("capaci d'essere carnazza anche solo con la voce") alla politica, alla chiesa, alla televisione, a un giro per la città, per concludere con Storia di L., conosciuta ai giardini. Dispersa nel libro mette anche la sua storia, una giornata nello scenario urbano. Ha l'abitudine di controllare la posta elettronica; va ai dibattiti anche in tv e qualche volta concorda gli interventi, va ai giochi di un parchetto in centro, dove si chiacchiera soprattutto fra bianche. E lei, da scrittrice registra. Seda le risse dei duenni. Un po' di minimalismo in questa Ballestra del pamphlet.