Narratori italiani Romanzo di storie di Novella Bellucci Laura Bocci SENSIBILE AL DOLORE pp. 261, € 17,50, Rizzoli, Milano 2006 A due anni di distanza dal suo primo libro, Di seconda mano (Rizzoli, 2004), vera e propria rivelazione letteraria che aveva guadagnato svariati premi e collezionato molte recensioni positive, Laura Bocci esce con una seconda opera dal titolo preso a prestito da una folgorante citazione di Elias Canetti. All'originale struttura del primo, sorta di riuscitissima mescolanza di generi e di situazioni tenute insieme dal grande tema della traduzione letteraria (il saggio critico-teorico vi si intrecciava con il racconto, con l'autobiografia, con la biografia, in una felicissima organizzazione narrativa fatta di un avvicendarsi di aperture e di riprese sotto il segno di una scrittura intensa, vitale, nutrita da una straordinaria cultura letteraria e capace di diverse tonalità stilistiche), fa riscontro, in questo secondo libro, un'impostazione di taglio più decisamente narrativo che ne dichiara l'appartenenza al genere "romanzo". E, tuttavia, nella totale differenza di registri, di struttura, di ispirazione, di senso, i due testi rivelano i segni di una comune discendenza. Li rivelano intanto nella cifra della molteplicità, della ricchezza di temi che si accavallano e irrompono in una scrittura che comunica una straordinaria energia e va in profondità, colpisce e, soprattutto nel secondo libro, inquieta. Se in Di seconda mano l'impianto si prestava felicemente a contenere il tanto che la scrittrice affidava alle sue pagine, in Sensibile al dolore la struttura narrativa risulta a tratti sovraccarica sotto la pressione dell'urgenza dei contenuti che si riversano da una trama complessa, segnata, per di più, da una sorta di triplicazione della figura della protagonista. Non esito, dunque, a ricorrere alla categoria dell'imperfezione" per qualificare l'impianto di questo romanzo, intenso quanto sovrabbondante. E, tuttavia, è proprio all'interno di questa "imperfezione" che esso esprime la sua forza e trova la sua realizzazione più significativa, imponendosi non solo come opera letteraria rilevante nello scenario di una narrativa, quale è quella contemporanea, segnata più dal poco (e spesso dall'esiguo) che dal troppo, ma anche come testimonianza forte di un momento cruciale della nostra storia recente e delle sue conseguenze nelle vite, vive e vere, di molte donne che di quella storia (rivoluzionaria e lacerante) sono state protagoniste. E come dire che per tradurre letterariamente vissuti estremi come sono stati, in molti casi, quelli dei soggetti storici (le don- ne, naturalmente) che hanno, in una manciata di anni, ribaltato costami e visioni del mondo pagando in contanti sulla propria pelle e sulla propria anima, vadano banditi canoni di compostezza, di organicità, di ordine narrativo e necessiti, per così dire, un'estetica ispirata alla frattura, agli scarti, alle impennate, alla giustapposizione di sequenze, di voci, di toni, che sola può dare forma alla molteplicità e alla oltranza di quei vissuti, al dolore e anche alla disperazione di cui essi sono nutriti, al rischio della follia che essi hanno sfiorato. Le storie di Sensibile al dolore - la storia della voce narrante (la donna che in apertura ci appare dentro un treno nella notte diretta verso la biblioteca di una città tedesca) giustapposta alla storia della sua bizzarra compagna di viaggio, Anna, autrice di un diario che racconta di una doppia violenza (quella subita da bambina e quella, non meno grave, sofferta dentro il rapporto psicoanalitico) e che introduce la storia della terza donna, Maria P., malata psichiatrica, al tempo stesso capro espiatorio e vendicatrice di ogni sopruso esercitato da coloro che pretendono di curare le anime con la psicoanalisi - raccontano un dolore esistenziale individuale, una sorta di entrata tragica nella vita psichica (l'imper-donabilità dell'abbandono materno dalle irrimediabili e immedicabili conseguenze e le fallimentari compensazioni cercate nei rapporti con gli uomini), all'interno di un progetto letterario coraggioso e ostinato, sostenuto dalla volontà inesausta di dare forma al pensiero femminile, alla sua infaticabilità, alla sua voracità implacabile. Questa è in fondo la scommessa più urgente del romanzo di Laura Bocci: qui vanno cercate le ragioni degli eccessi, delle turbolenze, perfino della protervia, che talora fuoriesce dalle parole; qui vanno cercate le ragioni dei tanti ricorsi alle figure e alle parole della grande letteratura europea, alle quali l'autrice si affida in cerca di autorevoli e cari interlocutori della propria scrittura; e qui vanno cercate anche le ragioni della folgorante bellezza di tante pagine che, all'improvviso, illuminano, con la forza della grande letteratura, il testo. Penso alle pagine, indimenticabili, sulla madre, titolate L'isola; a quelle, intense e appassionate, sul senso della scrittura; e, infine, penso alla pagina finale che racchiude, in un'immagine di potenza cosmica quasi leopardiana, il senso di gran parte dei pensieri di cui si nutre questo libro, i pensieri sulla dolorosissima e non consolabile scomparsa degli uomini dallo "scenario del mondo" delle donne, destinata a lasciare "un interrogativo, o forse molti, (...) senza risposta; e una specie di silenzio siderale, come di un cosmo improvvisamente disabitato e desolato; e infine una vaga nostalgia - che apparteneva però soprattutto al corpo - di un abbraccio nella notte, di un bacio in mezzo alle spalle, della vibrazione forte di un uomo". ■ novellabellucciShotmail.com N. Bellucci lavora al Dipartimento di italianistica e spettacolo dell'Università "La Sapienza" di Roma Una questione di responsabilità di Cristina Bracchi FORME DELLA DIVERSITÀ Genere, precarietà e intercultura a cura di Clotilde Barbarulli e Liana Borghi pp.314, €22, Cuec, Cagliari 2006 Fidarsi dell'intelligenza che c'è nelle emozioni e contare sulla dimensione affettiva del pensiero è una delle sollecitazioni intellettuali di Maria Zambrano, a cui il Laboratorio di mediazione culturale Raccontatisi), della Società italiana delle letterate, fa riferimento con sempre maggiore efficacia critica. Il volume Forme della diversità, che raccoglie i contributi di due appuntamenti annuali a Prato, segue i precedenti Visioni in/sostenibili e Figure della complessità, sempre a cura di Liana Borghi e Clotilde Barbarulli, in un percorso di riflessione tra genere e intercultura, in cui i discorsi e le pratiche vanno nella direzione che Giovanna Covi definisce "responsabilmente impegnata". Fare la cosa giusta, immaginare il mondo come lo si vuole, costruire comunità proprio nel contesto della precarietà soggettiva e sociale contemporanea, tematizzata da Judith Butler in Vite precarie (Meltemi, 2004), è questione di responsabilità, che ci richiama all'etica della letteratura. Amore, giustizia, bellezza e soprattutto femminismo sono gli altri concetti da attraversare per ripensare il vivere associato, decostruirne i principi di guerra e di violenza. Diversità (laboratorio 2004) e Precarietà (laboratorio 2005) sono momenti distinti ma relati di una strategia della soggettività. Negli scenari postcoloniali, neoliberisti, globalizzati, i saggi del volume (numerosi, densi, utili), teorizzano (e interrogano) soggetti politici complessi, poetica delle relazioni, pedagogia della differenza e pratiche di nuove cittadinanze che, nella relazione etica con l'altra/o, resistono alla durezza e permanenza di una cultura che connota ogni riferimento alla precarietà, svuotandola delle potenzialità di mutamento, di dissenso e critica. La letteratura, in questo contesto, suscita politica, a cominciare dalle domande importanti, che durante i laboratori hanno preso forma, sul divenire, sulla comparazione, sugli incroci, sul tran- Archivio sgender, sul queer, sulla multicul-tura, la policultura, l'intercultura, sulla sorellanza, sulla comunità, sulla genealogia. Le scritture migranti, in particolare, contenenti pensieri di spostamento e di erranza, e i testi di confine (Clotilde Barbarulli), suggeriscono la dismisura, la diversità critica e dicono della propria diversità, a chi legge più consapevolmente, più responsabilmente. Le scritture dell'esilio ri-significano l'idea di memoria e di nostalgia come risorsa (Monica Farnetti). La dimensione narrativa può essere il medium fra il testo e la pratica, fra il testo e l'esperienza, può essere lo spazio della ibridità, della discontinuità, cui la prassi laborato-riale di Villa Fiorelli dà sostanza. L'esito che va oltre l'intelligenza dei testi e dei contesti (in prevalenza del secondo Novecento planetario) dà l'indicazione di una politica culturale che nel porre domande alle domande fa la differenza e persevera nel seguire quella che Liana Borghi definisce "insopprimibile visione". Che è poi, senza allucinati idealismi, l'aspirazione a espandere la produzione di "beni sociali" in alternativa alla produzione di sole merci, cui è triste e sciocco ridimensionare l'umano. Il laboratorio del 2006, su Figur-Azioni: genere, corpi, intercultura, ha raccolto questa eredità. ■ Biografie diverse di Lidia De Federicis Ernesto Ferrerò, Vita di Lalla Romano raccontata da lei medesima a cura di Antonio Ria, pp. 172, € 16, Manni, Lecce 2006 Antonio Ria è il "buon samaritano" e lei, che era stata la ragazza "severa e spregiudicata" di cui era difficile non innamorarsi, è divenuta infine la vecchia signora, berretto con visiera, che guarda frontalmente da una foto nell'ultima pagina. Sono i protagonisti di una storia vera. Li accompagna, in questo volume, che di proposito ci coinvolge, l'autorità del grande mediatore Ernesto Ferrerò. Il volume raccoglie un'eccellente testimonianza della pittura di Lalla Romano, allieva di Casorati e di Paola Levi Montalcini: un raggruppamento di autoritratti e commenti, dal 1921 al 1940, per la prima volta riprodotti e ordinati in sequenza. Sono il contributo specifico di Ria, compagno di vita degli ultimi anni (sue parole: "una visione di assoluto"). Sulla scrittura ha invece lavorato Ferrerò, traendo materiali narrativi da tutte le opere e collegandoli in un racconto filato. Ogni fase della vita appare incorniciata dal privilegio della semplicità e libertà intellettuale. S'incomincia con l'ascendente, lo zio Giuseppe Peano, che nella nipote Lalla crede di riconoscere la mente di un matematico. Lei s'iscrive invece a Lettere e qui crea la sua cerchia intellettuale, tra professori e studenti, Venturi, Antonicelli. Nell'introduzione Ferrerò fissa essenziali note metodologiche sul carattere del testo che ha messo insieme. Si tratta naturalmente dell'immagine che Lalla Romano voleva di sé proiettare. Quindi, di una rappresentazione, una letteraria finzione. Costruita con l'intervento del curatore (o doppio curatore), che ha scelto e montato i testi. Il risultato, per chi legge, è un racconto sfaccettato e assertivo, che seguendo sempre l'autrice ne ribadisce le verità, "una sua idea del bello, del vero, dell'assoluto", "l'ansia di assoluto". Ma lo sommuove l'autobiografismo, che ne era ritenuto il limite. Anzi, il tipo di autobiografismo che appare oggi come la sua novità e modernità, dice Ferrerò. Che l'assoluto coincida per Lalla Romano con il relativo dell'esperienza quotidiana, con la trama delle relazioni, è un bel paradosso. Ha lasciato scritto in una poesia tardiva "amo il Verbo / non le parole / unico è il Verbo / le parole, troppe". Ma le parole la risucchiavano, e queste pagine sono piene di figure e nomi, anche di realtà semplicemente anagrafica. Nella ricchezza di testi e commenti possiamo distinguere percorsi selettivi. Uno sui costumi d'epoca e il loro variare. Un altro sulla storia civile e politica, guerre, stragi (vedi i tedeschi a Boves). Infine (il più interessante) uno sul-l'autorappresentazione di un corpo di giovane donna e della sua sessualità. Questo è un libro celebrativo e straordinario, destinato a molti e diversi lettori. Mauro Lucentini, Il Genio familiare. Vita di Franco Lucentini scritta da suo fratello, pp. 196, € 12,50, Marlin, Cava de' Tirreni 2006 Di Franco Lucentini tornano in libreria (a cura di Domenico Scarpa per Einaudi) I compagni sconosciuti, e proprio ora il fratello Mauro, di quattro anni più giovane, ne pubblica una biografia fraternamente indiscreta. Vite affini e unite in rapporti strettissimi, questa è la sua cifra interpretativa nel racconto delle vite vissute, e per la maggior parte concluse, di due fratelli e di genitori, amici, amori. Mauro vive a New York e di mestiere à stato giornalista. Con giornalistica bravura si è proposto di registrare "la serie di fatti curiosi, o strani, o esilaranti, o dolorosi" che sono rotolati sul duplice fraterno pendio. Biografia non ufficiale. Non però digressiva,