N. 3 EdztoriA Fantaboxe culturale di Silvia Lorenzi 64 Tarlavamo di libri - cita Nick Hornby da Fea-JTst of Love di Charles Baxter - della noia mortale di leggerli, e di quanto li amassimo malgrado ciò". E proprio l'amore per i libri è il filo rosso che lega le "recensioni de-acidificate" scritte da Hornby a partire dal settembre 2003 al giugno 2006 per la rubrica "Stuff I've Been Reading" (la traduzione sarebbe "Roba che ho letto") della rivista americana "The Believer", e raccolte in The Complete Polysyllabic Spree, ora tradotto in italiano in Una vita da lettore (ed.-orig. 2006, trad. dall'inglese di Massimo Boccinola, pp. 280, € 15,50, Guanda, Milano 2006). Unico vincolo: non stroncare, e infatti il libro più che una raccolta di saggi critici e il diario di viaggio di un romanziere (al quale i lettori italiani si sono affezionati dagli esordi, ai tempi di Alta fedeltà e Febbre a 90), di un lettore ironico su se stesso, sui propri gusti e limiti, sulle proprie ambizioni letterarie e sulle proprie capacità di critico, ma anche di un padre alle prese con i propri figli ("perché cos'altro fai con un bambino nuovo, se non bighellonare in libreria?") e di tifoso dell'Arse-nal. Una raccolta di "esperienze di lettura", da leggere perché fa riflettere sul cosa e sul perché leggiamo, e perché è una piacevole e istruttiva carrellata di opere e autori, da George Eliot a McEwan, da Chesterton a Amos Oz, da Zadie Smith a Dylan Thomas, con uno sguardo talvolta più illuminante dei tecnici. In continua finta polemica con gli "psicotici" direttori del "Believer", immaginati perennemente vestiti di bianco e in numero incerto, Hornby ammette di annoiarsi mortalmente a leggere certi libri, quelli che danno a ogni lettore l'impressione di non essere stati scritti "per lui", e ricerca, tra bancherelle dell'usato e librerie, opere godibili e moderne, libri autentici, grintosi, scritti bene e densi, in parole povere: "definitivi", ovvero quelli che "ti risollevano il morale, ti senti intelligente ma hai anche un pò di vertigini, e ogni tanto ti fanno pure ridere". Hornby consiglia di leggere per divertirsi, per migliorarsi, e se si è curiosi perché solo la narrativa rende certi dettagli sui meccanismi del cuore e della Roth sul ring Esce il nuovissimo, nero, romanzo di Philip Roth e, molto opportunamente, grazie a un'anomala serata, si rievoca l'uscita in Italia - per allora più che scandalosa - del Lamento di Fortnoy, che cadde nel 1967, in una traduzione edulcorata. Quella infelice versione attraversò e formò tutta una generazione. A prenderne le difese e, invece, a prenderne le distanze, si sono incontrati Domenico Starnone e Paolo Nori in un incontro organizzato dalla Scuola Holden di Torino. Inserita in un ciclo dal titolo (forse un po' troppo televisivo e modaiolo) "Pugilato letterario", con tanto di vittoria e di sconfitta decretate dal pubblico, il confronto tra Nori e Starnone ha rappresentato un ottimo esempio di come sia possibile utilizzare le competenze di due scrittori, per altro non vicini per intenti e stile, allo scopo di "riscoprire" un libro lontano nel tempo e nel costume. Per una volta liberi dalle pressioni dell'autorappresentazione, i due scrittori italiani hanno davvero lavorato da scrittori. Nori ha evaso ogni impegno teorico, preferendo leggere testi sperimentali del primo Novecento russo, mentre Starnone ha fatto il professore, entrando nel merito con garbo e divertito distacco. Insomma, la morale è che, forse, gli scrittori possono fare spettacolo quando non è il loro ultimo libro al centro della scena. Playground mente umana. Ogni saggio inizia con due liste (e non potrebbe essere altrimenti, vista la maniacale passione dell'autore per liste ed elenchi): quella dei "Libri Acquistati" e quella dei "Libri Letti"; quasi sempre i due elenchi non coincidono, magari a causa della fine dell'estate e dell'inizio del campionato di calcio. Ma già solo per averli scelti o comprati per capriccio anche i libri non letti diventano anno dopo anno sempre più capaci di descriverci, e sono "l'espressione più piena che abbiamo a disposizione della nostra personalità". E consigliandoci di leggere "di tutto, purché non vediate l'ora di riprendere in mano il vostro libro", rende più facile "no,ve volte su dieci puntare sulla letteratura", in quel campionato immaginario di fantaboxe culturale dove i libri combattono schierati contro il meglio di tutte le altre forme d'arte. E, per gli amanti dei libri, vincono. ■ La striscia del Calvino Con la "striscia" seguiremo le tracce del premio Calvino nei suoi movimenti, nelle sue scoperte, nelle sue iniziative, nei suoi incunaboli, ne ripercorreremo la storia, ma soprattutto seguiremo le pubblica zioni (e, magari, anche le non pubblicazioni) e le carriere dei nostri scrittori, vinci tori, segnalati, selezionati, incoraggiati. Ci saranno sorprese anche per noi. * Un nostro plurifinalista dei primi (( anni novanta, Marco Palasciano, ad esempio, è uscito nell'anno appena A. passato con Frove tecniche di romanzo storico (Lavieri, 2006), che è il rimaneggiamento di un pirotecnico e spiazzante testo che presentò, giovanissimo, in concorso una quindicina di anni fa. Scopriamo, inoltre, che nel frattempo ha fondato una bizzarra e patafisica "Accademia palasciana" operante in quel di Caserta. Spostando lo sguardo sulla vincitrice della 12" edizione con il visionario La lotteria (Marcos y Marcos, 2006), Luisa Carnielli, investigando scopriremo che in realtà l'autrice costituisce con il fratello una "piccola cooperativa di scrittura" (un'esperienza originale che continua a produrre romanzi). La vittoria, in quella tornata (1998-99), fu ex aequo tra la outsider e "proletaria" dei nostri tempi Carnielli e la raffinata insegnante di lettere Paola Mastrocola che, con La gallina volante, ha saputo toccare un tema ormai evidentemente sensibile come quello della crisi della scuola di massa. Da allora Mastro-cola si è affermata come autrice di successo e giornalista autorevole, continuando a scavare nel terreno elettivo della formazione dei giovani e di ciò che si deve intendere per cultura. Queste sono le sorprese che può riservare il Calvino: fare emergere contemporaneamente personaggi e stili divergenti, ma tutti degni della massima attenzione, attinenti a sfere diverse dell'esperienza e dell'immaginario. Ciò è reso possibile da un ampio e variegato comitato di lettura, modificatosi nel corso del tempo, a da una giuria ogni anno diversa, cui partecipano critici, scrittori, studiosi, addetti al lavoro letterario tra i più rappresentativi del panorama italiano, e non solo: dal "maestro" Cesare Segre a Jacqueline Risset, da Gina Lagorio a Silvana Grasso a Tiziano Scarpa ad Antonio Scurati, per citarne solo alcuni. Volgendo lo sguardo ali'in- dietro, colpisce il ventaglio di generi, di scritture, di visioni del mondo emerse: dal severo rigore avanguardistico di Codice di Mario Giorgi, al postmoderno Dall'altra parte degli occhi di Dario Buzzolan \ ai libri di grande impegno sulla realtà contemporanea come Buio a mezxo-giorno della compianta Paola Biocca (cui è intitolato l'omonimo premio sul reportage), o II megafono di Dio di Laura Facchi, ai barocchi roman-' zi storici di Vladimiro Bottone, alla favola gotica di Tea Ranno, Cenere, al delizioso libro di memoria dell'allora (1995) ottantenne Giulia Fjorn (Non m'importa se non hai trovato l'uva fragola), a squarci sul mondo giovane - come Ondate di calore di Alessandra Montrucchio (giornalista, traduttrice e ormai anche coinvolta nel cinema) - o giovanissimo, come 0 tenero A testa bassa Nicol di Martino Ferro (anche cultore di teatro di burattini), appena uscito presso Einaudi con il nuovo titolo II primo che sorride. Ci accorgiamo anche che si sono delineati bouquet di autori che ripropongono la perdurante forza dell'humus regionale in Italia: gli ormai affermati Marcello Fois e Flavio Soriga che hanno tratto forza e ispirazione dall'isola nura-gica, e le tante giovani scrittrici del Sud, come Antonella Cilento, Rossella Milone, Antonella del Giudice, Roberta Scotto Galletta, innovative eredi della mitopoietica cultura napoletana o moderne indagatrici dei nuovi "lazzari". Anche i nuovi scriventi e parlanti italiano dell'insorgente mondo immigrato hanno fatto la loro comparsa al Premio, con Lululare dei lupi (in uscita presso l'ancora del mediterraneo) dell'algerino Amor Dekhis - ma non solo. Il panorama degli editori che hanno pubblicato i testi del Calvino (un analogo discorso potrebbe valere per le giurie e l'universo letterario italiano) è, a sua volta, interessante, e in filigrana ci fa intuire le evoluzioni del mondo dei libri: si va dalle case editrici storiche alle tante piccole e pionieristiche degli ultimi anni che seminano il terreno per il futuro, a quelle locali - e magari anche a qualcuno che ha fatto da sé, come Claudia Vio con il suo lancinante La vocazione delle donne (non a caso, Unica Edizioni). Tracce e storie da approfondire nelle prossime "strisce". Mario Marchetti intervista a Andrea Bergamini Playground è nata qualche anno fa grazie all'iniziativa del suo editore, e direttore, Andrea Bergamini. Un nome già noto nell'editoria per avere partecipato con due racconti a due diverse edizioni dell'antologia Men on Men uscite da Mondadori. Con lui, abbiamo cercato di fare un bilancio dell'attività della sua casa editrice e della accoglienza che ha trovato. Playground nasce proponendosi come editore di narrativa a carattere omosessuale ma, in verità, dal catalogo, emerge anche la necessità di inserire le tematiche gay all'interno di una ricerca letterariamente alta. Per fare qualche nome, troviamo autori quali Dennis Cooper, Hervé Guibert e Jackie Kay... Sì, credo che nel passato le case editrici cosiddette di "argomento" hanno svolto un lavoro teso soprattutto a stabilire l'esistenza di un'identità, mentre Playground ha privilegiato le esperienze individuali, le storie, in altri termini lo specifico della narrativa. Questo ci ha perciò consentito di guardare alla qualità e non soltanto a forme di narrativa di genere. La narrativa della Playground è fatta di libri che hanno spesso per protagonisti dei gay, ma che sono lontanissimi dalla letteratura di genere in senso tradizionale. Questo ci ha anche consentito di spaziare tantissimo sia in ambito geografico che temporale: nel catalogo si può trovare un capolavoro del verismo brasiliano di fine Ottocento, come II negro di Adolfo Caminha, ma anche una raccolta di articoli e saggi sulla cultura popolare contemporanea come Tutt'orecchi di Dennis Cooper. Abbiamo autori che vengono dall'Argentina, dal Sudafrica, dal Marocco, dalla Russia, oltre che americani e francesi. Anche questo credo stia a dimostrare come ad animare Play-ground sia soprattutto la curiosità per la vita, piuttosto che il bisogno di esprimere identità e tesi. Il vostro lavoro è già abbondantemente avviato. E possibile pensare di fare un bilancio? Certamente sì. La casa editrice ha una natura bicefala, che in qualche misura riproduce la mia stessa natura. Abbiamo collane di letteratura alta dove trovano posto Hervé Guibert, Rachid O., Edmund White (di prossima uscita) e la collana "High School", che guarda a una fenomenologia decisamente televisiva. La collana si ispira a quei telefilm americani che tanta parte hanno avuto nella formazione mia e della mia generazione. È una collana, in qualche modo, propedeutica alla crescita che aiuta a liberarsi da molti stereotipi attraverso l'uso di stereotipi più forti. Mi ha colpito l'affetto che i lettori ci hanno dimostrato. Io rivendico con forza il valore di servizio di un certo tipo di letteratura. Non ho alcun tipo di remora a utilizzare meccanismi e modelli provenienti da altri linguaggi. Come lavorate? Quanti titoli riuscite a fare all'anno? Il 2006 si è chiuso con otto titoli pubblicati. Per il 2007 ne prevediamo dieci. Leggo tutto in lingua originale, e infatti non è un caso che purtroppo manchino testi di area tedesca (lingua che non conosco). Oltre a una natura evidentemente accentratrice dell'editore, questa scelta credo risponda anche al bisogno di pubblicare testi amati per meglio essere promossi. ■