N. 3 Storia Il partito rimasto Piuttosto Hitler che Blum sulla carta di Francesco Germinario Valeria Galimi L'ANTISEMITISMO IN AZIONE Pratiche antiebraiche nella Francia degli anni Trenta pp. 335, € 15, Unicopli, Milano 2007 Il lavoro si inserisce in una copiosa mole di studi. Perché l'interesse per l'antisemitismo francese degli anni trenta? La Francia, ecco il punto, era forse la nazione democratica in cui la pubblicistica antisemita era più diffusa, con almeno duecento saggi razzisti usciti dal 1935. L'arrivo di Blum al potere fu poi visto dagli antisemiti come una catastrofe che portava a compimento i piani di conquista ebraica. Da qui gli slogan relativi al fatto che era meglio Hitler che Blum; e che Blum, gli ebrei profughi dalla Germania e l'ebraismo mondiale stavano organizzando un'altra guerra mondiale. Per gli antisemiti il governo di Blum era forse più grave dell 'affaire Dreyfus. Il merito principale del lavoro di Galimi, almeno sotto l'aspetto metodologico, è l'avere associato lo spoglio della ricca pubblicistica antisemita alle carte di polizia sulle manifestazioni di piazza e sugli incontri pubblici, ricostruendo inoltre l'attività di alcuni dei professionisti più conosciuti dell'antisemitismo. Quanto ai motivi per cui l'antisemitismo si è diffuso nella Francia di quegli anni, l'ipotesi storiografica di Galimi, sulla scorta di Sternhell e Birnbaum, è che l'antisemitismo divenne una metafora della lotta contro i valori politici a fondamento della democrazia repubblicana. Fu "finalizzato soprattutto ad attaccare il sistema democratico". Galimi legge insomma l'an- tisemitismo quale indicatore di una crisi della repubblica. E il limite maggiore della classe politica fu proprio quello di non intuire che l'antisemitismo rimetteva in gioco proprio la democrazia. La conseguenza fu che l'apparato di repressione statale, che un quarantennio prima era riuscito a fronteggiare il movimento anti-Dreyfus, si dimostrò inefficace nella repressione delle "pratiche discorsive antiebraiche", cui si associavano aggressioni agli ebrei, quasi del tutto assenti, a quanto ci risulta, ai tempi dell 'affaire. Il quadro politico finale è quello della formazione nell'opinione pubblica di un'"abitudine e assuefazione" ai discorsi antisemiti. Se dunque per un verso ci furono forti aspetti di continuità con la tradizione nazionale antisemita, per l'altro si verificò la riorganizzazione del discorso antisemita. La continuità fu assicurata dal richiamo all'opera di Drumont. Notiamo che almeno cinque fra i più rappresentativi professionisti dell'antisemitismo (Drault, Gohier, Dau-det, Maurras, Pemjean) si erano formati direttamente alla scuola di Drumont e i primi tre erano stati collaboratori o redattori di "La Libre parole". Rispetto alla fine dell'Ottocento, tuttavia, il discorso antisemita poteva avvalersi della categoria del "giudeobolscevismo", facendosi forte dei Protocolli dei Savi di Sion, più volte ristampati. L'avvento del nazismo costituì cioè un elemento di novità per l'antisemitismo francese. L'impressione è che, se settori di antisemiti furono calamitati dal nazismo, gli spazi di manovra si fecero sempre più stretti per quegli antisemiti germanofobi - e in Francia spesso la germanofobia era stata un'articolazione del discorso antisemita - come Maurras e Daudet, poco disposti ad andare a lezione a Berlino. Cancellare la colpa di Francesco Cassata Giovanna D'Amico QUANDO L'ECCEZIONE DIVENTA NORMA La reintegrazione degli ebrei nell'Italia postfascista pp. 390, €39, Bollati Boringhieri, Torino 2006 Sulla base di una ricerca minuziosa, che attinge ai fondi dell'Archivio centrale dello Stato, del ministero degli Esteri e dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, il libro analizza la genesi dei provvedimenti legislativi, adottati dai governi dell'Italia postbellica (1943-1950), che reintegrarono gli ebrei sia nei posti di lavoro da cui erano stati espulsi, sia nel possesso dei beni sottratti loro dal fascismo. Lo studio s'inserisce in un filone di ricerca che, pur essendo in Italia inesplorato, ha trovato ben altro successo in ambito europeo: la storiografia tedesca lo definisce con il termine Wiedergutmachung, parola che, oltre a implicazioni di carattere materiale (risarcimenti in senso stretto), rimanda a concetti morali come "perdono" e "cancellazione della colpa". Più che sul momento materiale delle restituzioni, la ricerca di D'Amico si concentra sui processi decisionali che ne fornirono la matrice. Dalla ricostruzione emerge chiaramente un duplice processo normativo nella reintegrazione di ebrei e oppositori politici, che si tradusse in una maggiore incisività della reintegrazione dei deportati (politici e razziali) rispetto a quella del resto delle vittime. I provvedimenti di legge che nella titolazione facevano riferimento ai "perseguitati" includevano infatti sia i deportati nei campi di concentramento e di sterminio, sia i perseguitati nell'arco temporale compreso tra l'ottobre 1922 e il luglio 1943; i provvedimenti caratterizzati dalla dicitura "reduci" facevano riferimento unicamente a combattenti, prigionieri di guerra, partigiani, deportati e solo occasionalmente anche agli internati nei campi di concentramento ita liani, ma limitatamente a quelli istituiti dopo l'8 settembre 1943. Il doppio binario normativo rivela indubbiamente una maggiore incisività dell'azione riparatoria nei confronti dei perseguitati politici e razziali del periodo saloino piuttosto che verso le vittime del regime monarchico-fascista: solamente ai perseguitati dopo il luglio 1943, ad esempio, il legislatore concesse la riassunzione nelle imprese private e solamente per questi ultimi considererà prioritario l'ingresso nel pubblico impiego, al punto da facilitarli nei concorsi ordinari, sia attraverso una cospicua riserva di posti (il 50 per cento), sia attraverso l'indizione di concorsi riservati. Dietro la questione giuridica vi è ovviamente il problema politico, impostato storiograficamente da Claudio Pavone, della continuità dello stato fra Italia fascista e repubblica. Nello studio di D'Amico il difficile nodo del pieno reinserimento degli ebrei nell'Italia del dopoguerra s'intreccia costantemente, del resto, con le culture politiche della classe dirigente intenta a costruire la democrazia. Di qui, ad esempio, il progressivo ammorbidimento delle norme epurative verso i "benemeriti" del fascismo: dalla legge che avrebbe definito la reintegrazione di ebrei e politici licenziati dal regime spariranno gli articoli che avrebbero dovuto punire squadristi e fascisti della prima ora. Ma di qui anche l'intransigenza del ministro comunista Scoccimarro, che riterrà non reintegrabili i perseguitati politici e razziali (quali, ad esempio, l'economista Gustavo Del Vecchio) in qualche modo precedentemente compromessi con il fascismo. ■ francesco.cassata@hotmail.com F. Cassata è dottore di ricerca in storia delle società contemporanee all'Università di Torino di Roberto Barzanti Sandro Rogari ANTIFASCISMO RESISTENZA COSTITUZIONE Studi per il sessantennio della Liberazione pp. 366, €22, FrancoAngeli, Milano 2006 Questa raccolta di saggi, ribadendo, fin dal titolo, la necessità di approfondire l'analisi dei nessi che legano l'attività antifascista, l'esplodere della Resistenza e i fondamenti politico-culturali dalla Carta costituzionale, si occupa essenzialmente del fenomeno che potremmo definire la sconfitta del liberalismo tra affermazione dello stato totalitario e ripresa, in Italia, della vita democratica: non tanto, s'intende, del liberalismo come variegata somma di idee, quanto come possibile forza organizzata. Un conto, infatti, è soffermarsi sulla tradizione liberale o sul liberalismo teorico, un conto trattenersi sul "liberalismo reale", sul pulviscolo di riviste, iniziative, gruppi, partiti allo stato nascente che si richiamano a un'antica e nobile matrice. Un possibile percorso di lettura può muovere da una domanda cruciale. Perché il liberalismo politico non divenne un partito di massa? Irrimediabile allergia eli-tistica? Sordità intellettuale? Rifiuto consapevole? Eccesso di frammentazione? Difetto inevitabile di leadership unificante? Giovanni Amendola, al primo congresso dell'Unione nazionale (giugno 1925), che aveva scelto a tema "Per una nuova democrazia", svolse un preveggente intervento. Il futuro di una democrazia da ripristinare era "legato - sostiene Rogari - all'articolazione di grandi partiti di massa, del ceto medio come del proletariato, in competizione politica, ma solidali nella difesa delle libere istituzioni". Non solo: Amendola pensava alla necessità di un bipartitismo all'inglese, "onde - diceva - risulti chiaramente, già in sede elettorale, che un partito è investito della responsabilità del governo dalla volontà del Paese, e che esso ha il diritto di esercitare il potere con sufficiente stabilità non soggetta alle fluttuazioni del corridoio parlamentare". Non diverse, nel fondo, furono le preoccupazioni di Lauro De Bosis e dell'Alleanza per la libertà che aveva in animo di costruire. In un manoscritto vergato alla vigilia della sua eroica fine, nel 1931, De Bosis, esaltando proprio la prospettiva di un'unità europea in grado di sconfiggere nazionalismo ed egoismo, rifiutava con sdegno la rassegnazione: "La democrazia non è fallita", "Il violento scoppio di nazionalismo nelle generazioni passate non ci dovrebbe scoraggiare". E insisteva sul "terribile bisogno di uomini nuovi" che rompessero visibilmente con il passato. In molti si chiesero se fosse stata realizzabile un'alternativa di terza via e/o di terza forza tra fascismo e comunismo. Tra le pagine più alte di questa ricerca si segnala il "socialismo liberale" di Carlo Rosselli, che fu però, anzitutto, una "revisione teorica". Se si restringe lo sguardo al Pli, poi, ci si trova di fronte a un piccolo partito segnato in prevalenza dal moderatismo agrario, anche in Toscana, dove pure le premesse erano ispirate a ideali assai progressivi: tra le quattro libertà per le quali battersi ci doveva essere infatti anche "la libertà di chi la società serve col suo lavoro dalla miseria e dallo sfruttamento". L'autore, a conclusone della sua carrellata che illumina personaggi e esperienze inscrivibili dentro un'area di ispirazione liberale (molto differenziata se può ricomprendere il Pli e Giustizia e libertà, il Partito d'azione e la sinistra liberale del "Mondo") fa notare, anzitutto, come "il modello e l'immagine del partito prefascista abbiano fatto velo agli sforzi dell'antifascismo liberale e alle revisioni dottrinali di quell"intellighenzia' che tentava di dare una configurazione ideologica nuova al partito". Malgrado intuizioni e indicazioni da non ignorare, il liberalismo, in ogni sua diramazione, con differenti gradazioni e sfumature, non si misurò con i problemi che la modernizzazione imponeva, né con l'edificazione di un "partito nuovo", che solo di sfuggita in taluni testi emerge quale necessità irrinunciabile. Furono sottovalutate totalmente la penetrazione del movimento cattolico e la presenza della chiesa. La "forza laica intermedia a orientamento riformatore" o il "partito di mediazione" restarono formule sulla carta. La dimensione internazionale sempre più aspra assunta dalla lotta politica contribuì a chiudere ogni residua velleità terzaforzista. Leo Valiani poteva sperare ancora, nel 1948, in un'unificazione tra socialdemocratici e partito repubblicano che facesse nascere un nuovo partito democratico di sinistra, quale sbocco dell'azionismo lamalfiano. Luigi Russo, in un impeto di focosa e polemica impazienza, gli rispondeva dalle pagine di "Bel-fagor" declamando un'alternativa secca: "Alla larga, alla larga amici; non c'è che una sola soluzione, prender partito se si vuole fare della storia, o a destra o a sinistra". Ed era un discorso ormai totalmente estraneo alle diatribe dell'incerto e divaricato liberalismo della diaspora. ■ roberto.barzanti@tin.it R. Barzanti è stato sindaco di Siena ed europarlamentare Pei, Pds e Ds