Parole ad alto contenuto socio-politico di Guido Abbattista LA FELICITA E UN'IDEA NUOVA IN EUROPA Contributo al lessico della Rivoluzione francese a cura di Cesare Vetter pp. 269, €20, Università di Trieste, Trieste 2006 Studioso di pensiero politico rivoluzionario francese e del Risorgimento italiano, Cesare Vetter ha curato un volume dedicato al linguaggio politico della grande révolu-tion\ opera dichiaratamente non finita e che il curatore ama definire "un cantiere aperto" (destinato a essere completato da un secondo e forse un terzo volume). Siamo di fronte al primo esito di una ricerca di lunga lena sul linguaggio politico dell'epoca rivoluzionaria, che in questo caso sfrutta il metodo dell'analisi lessicometrica e lessicologica di alcuni degli autori più significativi dell'epoca, a partire dall'integrale restituzione in formato digitale delle migliori edizioni attualmente disponibili di scritti di Marat, Robespierre, Saint-Just. Seguiranno in futuro, nell'intento di renderne possibile l'analisi testuale quantitativa mediante appositi strumenti informatici, Hébert, Lequinio, Babeuf, Meslier, De-smoulins, Condorcet, sezioni del Moniteur e delle Archives parlementaires. I risultati di questo genere di indagine costituiscono la seconda parte del volume, preceduti da un'introduzione metodologica alla quale rimandiamo il lettore che volesse sapere di più sui (ben tre distinti) programmi utilizzati per l'analisi quantitativa. Vale la pena mettere in evidenza un solo dato di fatto: gli autori hanno preferito l'indicizzazione mediante programmi informatici proprietari, e la relativa produzione di elenchi a stampa, all'altra soluzione tecnicamente disponibile, ossia la "marcatura" del testo digitale mediante codice "xml", che ne avrebbe consentito un'analisi più flessibile grazie ai marcatori logici e la possibilità di una futura edizione on line. Nell'ordine, il volume presenta per ciascuno dei tre autori considerati (Marat, Robespierre, Saint-Ju-st) una serie di liste di frequenze: parole singole, espressioni complesse, nomi propri, le cento parole più frequenti, le cento parole più frequenti a elevato significato politico. Sono poi presentate, relativamente alle sole opere di Robespierre, liste di concordanze per alcuni termini-chiave: bonheur, félicité, heureux, démocratie, démocrati-que, terreur, liberté civile, liberti politique, liberté publique, nonché indici di co-occorrenze. Si tratta di un materiale di estremo interesse, che fa da fondamento al saggio di Vetter. Riconósciuto l'indiscutibile valore di questi indici, non si può pero non osservare, in accordo con quanto dichiarato da Marco Marin, che ha curato le indagini lessicometriche, che si tratta di materiali con un certo qual carattere di (forse inevitabile) arbitrarietà. Le liste di frequenze non sono evidentemente complete: la decisione di produrne una versione a stampa ha imposto scelte che mal si conciliano con la flessibilità consentita dallo strumento informatico. Le parole "con contenuto semantico socio-politico significativo" rappresentano una piccola selezione di cui la carta stampata accentua la rigida esclusività. Ancora: non è del tutto comprensibile né sufficientemente giustificata la scelta di inserire nelle liste termini che non compaiono mai nelle opere indicizzate. L'assenza di quelle parole è dovuta al fatto che si tratta di termini inesistenti nel linguaggio politico dell'epoca (e allora che senso ha inserirle?) o è relativa, ossia, compare in alcuni autori, ma non in altri? Queste osservazioni, che nulla tolgono all'utilità del lavoro, mirano solo a sottolineare come la disponibilità di strumenti di analisi quantitativa del testo più elastici consenta di superare tutti i limiti e N. 3 Lessicografia gli interrogativi che restano di fronte alla fissità di un prodotto tipografico, con i suoi condizionamenti, non ultimi quelli derivanti dai costi di produzione. Non si può che auspicare, perciò, che questo grande lavoro di digitalizzazione sia reso presto accessibile per garantirne non la gratuità, ma la più ampia possibilità di indagine, grazie a linguaggi di marcatura e di interrogazione più agili ed efficaci. Il saggio di Cesare Vetter, in apertura di volume, mette a fuoco alcuni punti chiave del pensiero di Robespierre con riferimento al concetto di "felicità", di cui l'autore esplora gli aspetti sociali, economici, politici, morali e religiosi. La a riflessione di Vetter ha un /carattere dichiaratamente non sistematico e lascia ancora aperti diversi interrogativi cruciali: per esempio il rapporto tra "libertà pubblica" e "sicurezza pubblica", che emerge nel tema della difesa della rivoluzione all'interno e all'esterno; oppure l'accezione della terreur dal punto di vista dell'individuazione degli strumenti per superare la corruzione dei costumi e permettere la rigenerazione e la conquista della pubblica felicità. Correttamente, però, Vetter evidenzia il problema di fondo che sottostà alla riflessione politica sulla felicità: che rapporto esiste tra felicità e politica? e dunque tra felicità e libertà? Quali sono le forme della politica e le forme della libertà che più direttamente hanno a che fare con la felicità dell'individuo e della collettività? E che rapporto sussiste tra la felicità individuale e quella collettiva? La risposta non è dubbia per quanto riguarda Robespierre. Questi pensa alla politica come a un processo di creazione di norme di comportamento individuali dal forte contenuto educativo, ossia suscitatrici di virtù e castigatrici del vizio, al quale tutti i cittadini devono partecipare in virtù di un'idea fortemente etica del governo e dello stato. E solo in questi spazi -spazi della virtù personale, della frugalità, della moderazione, della mediocrità, dell'armonia, dell'assenza tendenziale di conflitto - che può concepirsi la felicità del singolo. Non si dà una felicità individuale al di fuori di questi limiti, che definiscono la felicità della collettività, o meglio, "l'ortodossia della felicità". La politica viene dunque ad assumere, nel pensiero di Robespierre, un ruolo determinante nell'indicare metodi e fini della felicità individuale; ciò che si prospetta, grazie al valore educativo della legge, è una pressante invadenza nell'esistenza dei singoli, anche se quella legge dovrebbe essere prodotto della partecipazione pubblica come massima virtù civica. E la suprema espressione di una politica che voglia porsi a tutela di una felicità collettiva identificata con la salvezza della Babele. Osservatorio sulla proliferazione semantica Fondamentalismo, s.r. te l'adesione Indica letteralmente l'adesione a un testo sacro, ritenuto "fondamento", fonte infallibile della verità, perché di origine divina. Il termine è entrato nel vocabolario dei media e nella coscienza comune soprattutto a partire dagli ultimi decenni del XX secolo, in concomitanza con l'emergere del radicalismo islamico. Il suo uso originario, in realtà, risale alla reazione del mondo protestante americano, nel primo Novecento, alla diffusione delle teorie evoluzionistiche darwiniane. Alla vigilia della prima guerra mondiale, negli Stati Uniti vennero pubblicati gli opuscoli dei Fundamentals, curati da Reu-ben Torrey e A. C. Dixon, con l'intento di difendere l'autorità delle Scritture. Quei precetti, già emersi peraltro in un congresso svoltosi a Niagara Falls nel 1895, possono essere sintetizzati in cinque punti: l'infallibilità della Scrittura; la nascita virginale di Gesù; il suo sacrificio; la sua resurrezione corporea dalla tomba; l'attesa del suo ritorno. In questi principi si riconobbero teologi appartenenti a diverse filiazioni protestanti. Una prima loro importante vittoria "politica" fu la condanna in tribunale, a metà degli anni venti, di un insegnante del Tennessee, John T. Scopes, "colpevole" di avere spiegato a scuola la teoria evoluzionista. Il fondamentalismo, però, era così diventato qualcosa di ben più ampio rispetto alla pura e semplice questione dell'esegesi biblica: si era esteso infatti a una riaffermazione del valore "pubblico" del cristianesimo (pilastro identi-tario della cultura americana), da cui derivava la condanna di tutti quegli aspetti della "modernità" che non l'avrebbero consentita, dalla libertà dei costumi alla laicità della politica. Si trattava, in ultima analisi, di una forma di "integralismo", differente, però, da quella cattolica, dato che quest'ultima non insisteva tanto, in funzione antimoderna, sull'immediatezza del testo sacro, quanto sull'obbedienza al magistero ecclesiale. Molto più affine al significato originario del "fondamentalismo" risulta, in un certo senso, l'uso di "integrismo" per indicare la reazione degli integralisti cattolici, nei primi anni del Novecento, e innanzitutto in Francia, al "progressismo" in materia di esegesi biblica. "Integrista" fu poi considerata, in generale, l'opposizione al "modernismo" dopo la condanna di quest'ultimo espressa da Pio X nell'enciclica T'ascendi. Tornando al termine "fondamentalismo", esso è poi uscito dai confini del protestantesimo americano, spesso indicando fenomeni che forse potrebbero essere meglio descritti come forme di integralismo religioso, auspicando non solo la ricerca dei "fondamenti" nel testo sacro, ma anche e soprattutto una visione "integrale" della vita e del mondo sulla base dei precetti religiosi. È stato così adoperato in riferimento ai movimenti ultraortodossi ebraici che individuano nella Torab una fonte normativa assoluta. Ma, in particolare, è stato associato all'islamismo radicale (operazione compiuta probabilmente per la prima volta dall'orientalista scozzese sir Hamilton Alexander Rosskeen Gibb, nel testo del 1949 Mobammeddanism: An Historical Survey, punto di riferimento per un'intera generazione di studiosi occidentali della religione musulmana). Agli occhi di molti studiosi la galassia dell'odierno "fondamentalismo" (musulmano, cristiano ed ebraico) rappresenta per molti versi, dopo la scomparsa del totalitarismo "a sfondo secolare", la più grande reazio-collettiva alla modernizzazione, intenden- ne e la politica a forme cari- do essa subordinare la società una morale religiosa unitaria e a smatiche di autorità. Giovanni Borgognone rivoluzione, altro non è che il terrore. Da questo punto di vista, ciò che a nostro avviso assume un valore fondamentale non è, diversamente da quanto ci pare ritenere Vetter, la contrapposizione tra un'idea premoderna o antimoderna della libertà legata alla virtù e un'idea "liberale" della libertà legata alle passioni acquisitive dell'individuo, tra una visione repubblicana e una liberale della libertà: si tratta di una contrapposizione largamente forzata, non pienamente rispondente alle posizioni espresse dalla cultura politica del secolo XVIII. La vera contrapposizione, quale almeno emerge nell'ultimo quarto del secolo tra Rivoluzione americana e Rivoluzione francese, è quella che vede da una parte l'idea di ricerca individuale, ossia di determinazione individuale dei contenuti della felicità intesa come autorealizzazione attraverso l'autonomia, ma anche attraverso l'esercizio della virtù civica della partecipazione, rispetto alla quale la politica si ponga come garanzia delle condizioni e delle opportunità di quella ricerca; e dall'altra l'idea, centrale nel pensiero di Robespierre, secondo cui, invece, la felicità è essa stessa oggetto della politica, la quale ne determina il contenuto e agisce come strumento per il suo perseguimento mediante l'educazione e l'armonizzazione dei fini. Superata senza un nulla di fatto l'annosa controversia tra repubblicanesimo e liberalismo come due visioni contrapposte della libertà nel secolo XVIII, dimostrati i limiti della distinzione di Isaiah Berlin tra libertà "negativa" e "positiva", corretta dall'idea di Skinner circa l'esistenza nella "libertà negativa" di un duplice contenuto, che vede profondamente interrelate la cittadinanza virtuosa e l'assenza di costrizioni, proprio questo tipo di dicotomia è quello che meglio sembra descrivere l'orizzonte delle opzioni presenti nella cultura politica del Settecento. E se a una conclusione sembra indurre il contributo di Vetter, essa va nella direzione della maggiore persuasività dei contenuti di libertà e felicità secondo l'accezione propria dei rivoluzionari americani alla Jefferson, a patto di coglierne la tensione interna rivolta a coniugare il diritto individuale alla ricerca delle felicità e la visione di una felicità strettamente collegata alla pratica di libertà come partecipazione civile e politica. Secondo Hannah Arendt, più che di una tensione si trattò, nel caso americano, di una ambiguità tra fini e orientamenti contrastanti che di fatto ha accompagnato la storia della modernità occidentale. Un'ambiguità, tuttavia, preferibile al tentativo della Rivoluzione francese, di Robespierre in particolare, di superarla in nome di una politica trasformata in macchina per la determinazione dei contenuti della felicità. ■ gabbattista@units.it G. Abbatista insegna storia moderna all'Università di Trieste