L'ultimoeccellente Camilleri Purtroppo è tutto vero di Vittorio Coletti Andrea Camilleri IL GIRO DI BOA pp 269, € 10, Sellerio, Falerno 2003 Siamo in tempi in cui non è possibile (ma quando mai lo è davvero?) scindere interamente il giudizio letterario da quello politico, nel senso che se una poesia o un romanzo si collocano sul terreno della contemporaneità, oggi non è lecito che ne ignorino, specie in Italia, il particolare, inquietante assetto politico e morale. Se non ci si rifugia in universi paralleli (cosa di cui nessuno, per altro, si vorrà scandalizzare), 0 confronto con quello reale e pubblico, nazionale e internazionale, è in un certo senso inevitabile, e il modo con cui un autore lo guarda non è indifferente (anche se non è il solo) ai fini dell'impressione che abbiamo della sua opera. Onore dunque ad Andrea Camilleri, grande e allegro vecchio della nostra recente narrativa, che non rifiuta l'affondo nella contemporaneità, non la nasconde (correndo anche qualche rischio di involontaria o ingiustificata comicità, come quando la famigerata Bossi-Fini diventa, con storpiatura paperinesca, la Cozzi-Pini), prende posizione, manife- MII^mwu ASTROLABIO Thomas H. Ogden CONVERSAZIONI AL CONFINE DEL SOGNO È al confine metaforico Ira preconscio e inconscio che ha luogo l'esperienza del sogno e della réverie; là ha origine ogni tipo di gioco e di creatività ♦ Jacques-Alain Miller CHI SONO I VOSTRI PSICOANALISTI? Si, vi siete mai domandati chi sono i vostri psicoanalisti? Se la cavano forse così bene nella propria vita da essere legittimati a dipanare quella degli altri? ♦ Alexander Berzin L'INIZIAZIONE DI KALACAKRA Gli insegnamenti kalacakra nel loro rapporto con il karma, l'astrologia e la medicina tibetana Glen O Gabbard AMORE E ODIO NEL SETTING ANALITICO Come affrontare e integrare le passioni pericolose che si agitano a doppio senso nell'arena psicoterapeutica ASIDfllAHA sta tutto il suo fastidio e le sue paure. L'inizio e l'intero sfondo di questo nuovo episodio della serie di Montalbano sono infatti centrati sugli eventi politici più torbidi e ripugnanti del berlusco-nismo, a partire dai retroscena polizieschi del G8 e della rivolta napoletana dei poliziotti - che scandalizzano così tanto il commissario da indurlo a pensare seriamente a dimettersi -, per arrivare al razzismo strisciante davanti agli immigrati e alla corruzione di nuovo dilagante e autorizzata (l'abusivismo condonato). Gettati sulla pagina, senza tanti filtri, eventi e comportamenti dell'Italia di oggi mostrano subito il loro volto sinistro, con incredibile funzionalità narrativa, al punto da poter essere scambiati per invenzioni di un autore che voglia, come è solito, isolare il proprio eroe da quelle stesse istituzioni per cui lavora. Invece è, purtroppo, tutto vero. Su questo zoccolo di verità storica rappresentata e contestata, si sviluppa l'ennesima storia di Montalbano, alle prese con trafficanti di immigrati e in particolare di bambini. Il commissario è capace come sempre di annodare i fili di vicende diverse in un unico dossier di malvagità e violenza, contro cui, in polemica ancor più forte con la polizia cui appartiene, combatte più che mai da solo. Nello svolgimento, Camilleri a-dopera tutti gli ingredienti più collaudati dei suoi romanzi del commissariato di Vigata: ci sono gli stessi uomini e le stesse donne, le loro battute, i loro pasticci con la lingua (memorabili questa volta più che mai quelli di Catarella e di Adelina, la "cammarera"), i loro gesti ben noti (le stizze di Livia o l'ombrosità di Mimi Augello o il gusto burocratico per i dati anagrafici di Fazio), i loro tic (tipo "in famiglia tutto bene?" chiesto ogni volta allo scapolo Montalbano dal segretario del questore, il candido Lattes, detto Lattes e miele). Sicché lo sfondo cupo e la trama appassionante sono alleggeriti e interrotti piacevolmente da una miriade di battute, che strappano non di rado un'aperta risata. Nella narrativa di Camilleri ci sono, come si sa, due versanti: quello di Montalbano, situato nella Sicilia di oggi, in cui ci si avvicina sempre di più, parallelamente all'invecchiamento non pacifico del commissario, all'Italia contemporanea, e quello di vicende e personaggi vari, collocati nella vecchia Sicilia, in genere tra Unità d'Italia e fascismo, ma anche più indietro nel tempo, come la storia del Re di Girgenti, ambientata nel Settecento. I capolavori di Camilleri (La concessione del telefono o II birraio di Pre-stori) appartengono tutti a questo secondo filone, ferme restando la godibilità e l'intelligenza della serie di Montalbano. Più mossi e meno prevedibili, i romanzi non seriali di Camilleri si aprono a un N. 5 Narratori italiani certo punto in quel libro splendido (so che non tutti la pensano così), in quella straordinaria scommessa stilistica che è il Re di Girgenti, il più bel romanzo della nostra letteratura quasi interamente scritto in dialetto. Il siciliano non è più solo un colore steso sempre negli stessi punti e parole, ma diventa la lingua prevalente del narratore, ed è il dialetto ad assimilare a sé la lingua e non il contrario. Sinora nei romanzi di Montalbano il dialetto occupava solo poche zone fisse dell'idioletto del commissario e dei suoi uomini, e per intero soltanto il linguaggio di pochi personaggi minori (Catarella, Adelina, i cuochi, i pescatori ecc.). Il giro di boa, invece, mette a frutto la lezione del Re, dimostrando che questo libro ha segnato davvero una svolta nella scrittura di Camilleri, che ora adopera il dialetto in tutti i piani della narrazione, solo alternandolo con un po' di italiano e di siciliano italianizzato, giusto per non perdere il contatto con qualche lettore meno smaliziato. Ù risultato è un esercizio di scrittura di assoluta bravura, in cui, come nel Re di Girgenti, si riesce a leggere un testo quasi interamente dialettale senza accorgersi che è in dialetto. Camilleri aveva già consolidato un uso non troppo vistosamente realistico del dialetto, che fin dalle sue prime prove più che alla verità sociolinguistica serviva all'autenticità psicologica dei personaggi. Ora, con questo eccellente romanzo, consolida un uso non espressionistico del dialetto stesso, una lingua che, per vivere e resistere, non ha più bisogno di fare attrito con quella nazionale, ma se la introietta, restituendocela più fresca e frizzante. Nell'Italia che recupera i dialetti per un nuovo, stolto separatismo pro-vincialistico e rurale, il dialetto di Camilleri ne propone un impiego di alto profilo, pienamente fungibile in chiave nazionale, perfino traducibile in altre lingue nazionali, prive (come l'inglese o il francese) di dialetti. ■ Vittorio.coletti®tin.it Otto storie di ragazzi Parole lisce e bianche di Francesco Roat Nicola Lecca HO VISTO TUTTO pp.143, € 12, Marsilio, Venezia 2003 V. Coletti insegna storia della lingua italiana all'Università di Genova Sono bambini o ragazzi i protagonisti dell'ultimo libro di racconti di Nicola Lecca. Fanciulli spesso colti nella fase di passaggio dalla puerizia all'adolescenza o, meglio, in qualche ambito cruciale che li sospinge anzitempo a varcare la soglia del periodo aurorale della vita per addentrarsi in una giovinezza all'insegna del disincanto, della sofferenza interiore o del lutto. L'atmosfera delle otto storie - caratterizzate da una prosa a sprazzi brevi, ma intensi - è nordica, plumbea, crepuscolare, algida e distaccata. I ragazzini sono introversi e accomunati da una più o meno marcata indigenza. Tutti quanti risultano dediti a una qualche forma di espressione artistica, sebbene essa mi sembri vissuta come una coazione piuttosto che una vocazione. I protagonisti di queste storie, infatti, suonano uno strumento, scrivono o modellano creta, però tali attività paiono appena un rifugio dalla mancanza di riconoscimento da parte degli adulti, ovvero un espediente, un tentativo per esorcizzare il malessere derivato dall'impatto con genitori o comunque uomini e donne ingenerosi nei loro confronti e assai poco empatici. Ma i piccoli inutilmente cercano ne! mondo dei grandi rassicurazioni/consolazioni, giacché l'in-contro/scontro fra bambini e adulti risulta spesso stridente e doloroso, fatto com'è di incomprensioni, insensibilità e fraintendimenti. Nicola Lecca Ho visto tutto m Così, per difesa, si raggelano e si isolano i ragazzi di Lecca. E certo il loro fascino sta anche in questa loro incomunicabilità, in questa disarmata/disarmante timidezza. Ma forse avrebbe giovato ai racconti scandagliare più a fondo nell'animo di questi adolescenti, penetrare sotto la scorza di silenzi e sorrisi dolce-amari, andare oltre la sprezzatura di certi toni saccenti; per fare emergere davvero II dolore, come promette e non riesce a mantenere la seconda parte del libro che porta tale titolo. Solo quando manifestano il loro rancore essi riescono ad apparire autentici (vedi il protagonista di Kiruna) giacché, in barba a tanta ipersensibilità, esprimono assai poco i loro sentimenti, vivendoli soprattutto di testa, razionalizzandoli cioè, rimarcando quindi il clima psicologico di gelo emozionale e il bisogno inappagato d'affetto che permea tutti i racconti. Il risultato, la conseguenza di questa strategia dell'algidità, è una serie di storie in cui si respira un'aria estremamente risentita e crucciata; un'aria di quasi aristocratico "disprezzo nei confronti del mondo e dei suoi rumori". Si avverte in questi personaggi un desiderio di purezza e distacco che talvolta risulta un poco di maniera; come lo stile dell'autore, che a tratti ricorda un po' quello di certi novellieri mitteleuropei absburgici. Ma quando, e avviene molto spesso, Lecca - nel tentativo di impreziosire questi racconti patinati - decide di ancorare la sua scrittura alla descrizione minuziosa di atmosfere, di volti, di idiosincrasie (cercando al contempo di andare oltre e dire altro rispetto alla prosaicità della trama, troppo preso dall'urgenza di affinare/migliorare il proprio registro espressivo), finisce per imbalsamarla in esercizio di stile, in prosa d'arte, in pagina bella. "Le sue parole erano sempre belle, lisce e bianche: con una bilancia mentale precisissima le pesava ad una ad una, ed era severo con loro", dice l'io narrante dell'adulto/eterno adolescente Friedrich (in Vienna), ed è una non so quanto consapevole dichiarazione poetica da parte di un Lecca che con il suo estetismo, però, non riesce a convincere del tutto. ■ francescoroat@infinito.it F. Roat è critico e corpulente editoriale Le nostre e-mail direzione@lindice.191.it redazione@lindice. 191 .it ufficiostampa@lindice.191.it abbonamenti@lindice.191.it