riNDICF ■ dei libri delmese|B k S So C3 k so so o Ronald Everett Capps, Una canzone per Bobby Long, ed. orig. 2004, trad. dall'inglese di Sebastiano Pezzant', pp. 306, € 18,00, Mattioli 1885, Fidenza (Pr) 2008 In copertina la foto di una scena del film tratto dal libro: John Travolta e Scarlett Johansson contemplano il cielo. Basterà il richiamo ai due grandi attori per precipitarsi a leggerlo? Una ragazza nel fiore dell'adolescenza, due marpioni appassiti dai vizi. Tutti e tre si trovano a vivere sotto lo stesso tetto a New Orleans. Hanna, sedicenne senza soldi e senza affetti, è sulle tracce della madre defunta o di qualche magra eredità. La madre conviveva con due sbandati. Sono due post cinquantenni caduti in disgrazia, dal corpo a pezzi, in cui la libidine senile è declinata nella versione sfacciata (Bobby Long) e in quella calcolatrice (Byron Burns). Due ex eruditi dominati dalla vodka, da sguaiati priapismi o, in rari momenti di lucidità, dai testi di Tennessee Williams e Flannery O'Connor. La convivenza a tre scatena in Bobby e Byron istinti bipolari: da una parte il senso paterno verso Hanna, giovane figlia della loro ex amica-amante, dall'altra l'incontenibile desiderio di possesso fisico di una giovane così carina e così ritrosa. È questa l'ossessione del romanzo (molto più soft nel film). La trama si dipana in spirali virtuose quando i due amici stimolano Hanna a diplomarsi e ad avere fiducia in se stessa o quando lei prova a farli vivere in condizioni più decorose. A volte invece le spirali si fanno decadenti quando i due spogliano Hanna ubriaca per contemplare le sue grazie o molestano la sua amica. Hanna scappa e ritorna, studia e non studia, mentre Byron siede tutte le sere davanti al manoscritto che dovrebbe cambiargli la vita e che non riesce mai a finire. Gli sforzi per riempire di lirismo la vita dei "derelitti" sono talora artificiosi facendo somigliare il libro a un clone sbiadito dello Steinbeck di Pian della Tortilla. La convivenza lei-loro è a volte poco credibile e sfocia in stanchi quadretti surreali. Il romanzo riesce però a non cadere nel patetico e lascia germogliare delle idee originali con tocchi di folle umorismo. Federico Jahier Marcello Simonetta, L'enigma montefel- tro, pp. 308, € 19, Rizzoli, Milano 2008 È un'immersione nell'Italia del tardo Quattrocento, con il suo fascino e i suoi misteri, quella che ci propone Marcello Simonetta, docente di storia e letteratura del Rinascimento italiano alla Wesleyan University, nel Connecticut. Laureatosi in Italia e conseguito un dottorato a Yale, ha curato una mostra sulla famiglia Montefel-tro presso la Morgan Library and Museum di New York nel 2007. L'enigma Montefel-tro nasce da questa sua predilezione: protagonista è Federico di Urbino, il maggiore condottiero del tempo. Nel complesso quadro politico dell'Italia di allora, l'assassinio di Galeazzo Maria Sforza destabilizza bruscamente gli equilibri di potere; venuto meno il maggiore alleato dei Medici, la famiglia fiorentina si trova esposta a complotti e trame volti a privarla della sua autorità sull'Italia centrale: "La guerra nell'Italia del Rinascimento era più spesso una questione di astuzia che di coraggio". Simonetta scopre il coinvolgimento di Federico nella Congiura dei Pazzi, architettata dal pontefice per uccidere Lorenzo de' Medici, sulla base di quanto emerge da una lettera redatta nel segreto della cancelleria urbinate. L'interpretazione della missiva è stata resa possibile da un trattato sull'arte della crittografia (vera e propria scienza al tempo, vista la fitta corrispondenza cifrata che intercorreva tra i potenti), opera di Cicco Simonetta, antenato dell'autore e cancelliere degli Sforza. La molla della fascinazione familiare è certamente una delle più forti che concorrono a formare quest'opera: l'autore redige nello stile del più scrupoloso saggio storico una vicenda quasi romanzesca, riuscendo a coniugare il fascino misterioso della trama con la più rigorosa pretesa di oggettività storica. A caratterizzare ulteriormente un libro di per sé già composito è l'inaspettata conclusione: sciolto ogni dubbio sui fatti, Simonetta legge negli affreschi con cui Botticelli e Michelangelo hanno ornato la Cappella Sistina non allegorie, ma un atipico anatema scagliato dai Medici contro il loro persecutore Sisto IV. Giovanna Ieluzzi Anilda Ibrahimi. rosso come una sposa, pp. 263, € 16, Einaudi, Torino 2008 L'opera prima dell'albanese Anilda Ibrahimi è scritta direttamente in italiano, un italiano asciutto, sobrio, più incline al parlato che al linguaggio letterario, ravvivato dal modo spassoso di presentare gli eventi, anche quelli più dolorosi, permeati da una diffusa ironia che nei momenti di maggiore gravità si inasprisce in sarcasmo. Nodo centrale da cui si dipartono tutte le fila della narrazione è Kaltra, sperduto paese della campagna albanese, teatro delle vicende delle protagoniste: quattro donne di generazioni diverse ma della stessa famiglia, le cui storie parlano d'amore, di inimicizia, di ingiustizia, di sofferenza, di rivalsa, raccontando la vita di tutta Kaltra e riassumendo la storia recente di un'intera nazione. La capostipite Meliha, che ha l'equilibrio e la saggezza degli antichi sovrani, è madre di Saba, personaggio che tiene insieme il libro, barcamenandosi con forza e originalità tra le difficoltà della vita. Protagonista assoluta della prima parte dell'opera, nella seconda Saba cede il passo alla nipote Dora, io narrante delle proprie vicende e di quelle della madre Klementina, in un racconto che ha un sapore epico nonostante un filo di umorismo sia sempre pronto ad alleviare anche i brani più drammatici. La vicenda umana si fa portatrice di quella storica, ponendo Kaltra a emblema dell'intero paese: la guerra, il socialismo, la dominazione russa e poi cinese, la caduta del regime e l'aspirazione all'Occidente segnano la vita delle persone determinandone benessere o miseria, agevolandone o, più spesso, ostacolandone gli amori, mostrando l'ipocrisia e la crudeltà del potere, dipingendo un'Albania leggendaria e pressoché sconosciuta. Ilaria Rizzato Lesile Poles Hartley, simonetta perkins, ed. orig. 1925, trad dall'inglese di Sergio Pa-russa, pp. 119, € 12, nottetempo, Roma 2008 Dietro al nom de piume di Simonetta Perkins si cela, in verità, la giovane americana in vacanza a Venezia accompagnata dalla dispotica madre, Lavinia Johnstone, che altri non è che lo scrittore stesso en travesti. I lettori abituati a Henry James e E.M. Forster troveranno atmosfere, riferimenti culturali (alle teorie di Ruskin sull'antico, soprattutto) e battibecchi tipici di quel modo di guardare all'Italia. Qui, in più, è rintracciabile una punta di cattiveria, di frustrazione che tra le righe emerge, nello scacco finale della scena notturna quando Lavinia viene rifiutata. È lei la protagonista, giovane, ma ormai in odore di zitellaggio, istruita, snob fino al midollo, autonoma nel- le scelte (abbandona un possibile marito perché bruttino e troppo vecchio per lei). E tuttavia folgorata dall'apparizione di un bellissimo gondoliere, nonostante le preclusione teoriche sul sentimento d'amore. Si batte accanitamente per ottenere i suoi servizi tutti per lei, contro gli altri turisti che fanno a gara per averlo per ia durata della vacanza. Lo pensa, lo sogna, arriva a desiderare di essere baciata, ma le convenzioni, si sa, sono molto più forti: grazie al tempestivo intervento di un'amica molto scafata (cui Lavinia scrive di nascosto sotto il nome di Simonetta), decide di partire e di lasciare per sempre Venezia. Un romanzo divertente, con i tratti della tragedia, un escamotage scelto da Leslie Poles Hartley per raccontare un amore da lui davvero vissuto e sofferto, una di quelle passioni che, negli trenta, era meglio non confessare. Camilla Valletti Alexander Lernet-Holenia, Il venti di luglio, ed. orig. ???. trad. dal tedesco di Elisbet-ta Dell'Anna Ciancia, pp. 112, € 10, Adelphi, Milano 2008 1944. Il 20 luglio fallisce l'attentato a Hitler. È uno di quei giorni in cui "uomini e popoli perdono la fiducia nei loro dei". Il set scelto da Lernet-Holenia per questa disperata resa: una Vienna periferia dei Reich in agonia. Chiusa tra un cielo di incursioni aeree e sobborghi di macerie e giardini brutti, Suzette, ebrea, si salva dalle irruzioni della Gestapo. Morirà poco dopo in ospedale, sotto il nome dell'amica che i'ha nascosta e che si ritroverà ufficialmente defunta al suo posto e costretta alla fuga. Sempre Vienna, primo e secondo dopoguerra, per gli altri due racconti del libro. Anche qui i protagonisti sono degli sradicati, "assoggettati al destino" che da sempre "obbliga il nostro popolo", i tedeschi, "a distruggersi da sé". Il buio delle cantine e degli interni "oscurati", che fa da sfondo alla vicenda di Suzette, cede a un altro buio, più cupo e torbido, metafora di un'esistenza degradata e incattivita. La follia e un'ineluttabile spirale di crudeli rivalse è l'unica risposta alla condizione di vittime per l'invalido di guerra Fitz, cieco carnefice del suo cane-guida, e per l'ex ufficiale von Hùbner, nobile decaduto, che ucciderà il proprio amato cavallo ritrovato dopo anni. L'autodistruzione è la "legge non scritta" della storia tedesca. A ruota, per le tre storie, nessun riscatto o salvezza. Perfino il ca-ne-guida, che nonostante i maltrattamenti di Fitz "non aveva potuto smettere di amarlo", presto "comincia a ritrasformarsi in belva". Laura Fusco Jeanette Winterson, Gli Dei di pietra, ed. orig. 2007, trad. dall'inglese di Chiara Spallino Rocca, pp. 283, € 17,50, Mondadori, Milano 2008 Uno degli aspetti ricorrenti nei romanzi di Jeanette Winterson è l'infrazione di generi e confini, di linee di demarcazione tra sessi, mondi, cronologie. Il sesso delle ciliegie (Mondadori, 1999) è ambientato nella Londra di Carlo II colpita dalla peste, ma vi domina la trasfigurazione immaginaria e fiabesca del mondo; Passione (Mondadori, 2001) racconta la storia dell'amore di un cuoco dell'esercito di Napoleone per la figlia lesbica di un gondoliere veneziano; Argenta nel tornado del tempo (Mondadori, 2007) colloca una ragazzina di undici anni in un cortocircuito cronologico dove i mammuth hanno occupato le rive del Tamigi. Ora, l'ultimo uscito, Gli dei di pietra, presenta una rottura ancora più accentuata della linearità storica e narrativa, di un'uniformità di genere letterario, ma anche di genere sessuale per i personaggi. Un pratica certo non inconsueta nella letteratura moderna e contemporanea, ma che in certi casi può dare l'impressione di forzature e artificiosità eccessive. Questo romanzo è suddiviso in quattro parti, dislocate su tempi e spazi diversissimi, la cui coesione ruota intorno al punto di vista del personaggio principale, Billie Cru-soe, che assume identità (e nomi) in trasformazione. Nella parte iniziale Billie partecipa a una spedizione di scienziati che partono da Orbus (un pianeta molto somigliante alla nostra Terra, ma ridotto a un'allucinante fabbrica di "mostri" belli, giovani e perfetti) alla volta del Pianeta Azzurro, dove sperano di ritrovare la felicità, uno spazio ancora "pulito" e risparmiato dalla storia: "L'Eldorado, l'Atlantide, la Costa d'Oro, l'Isola di Terranova, Plymouth Rock, l'Isola di Pasqua, Utopia, il Pianeta Azzurro. Scoperto per caso, spiato confusamente attraverso un obiettivo, storie di ubriachi aggrappati a una botte di rum, naufragi, la Bussola della Bibbia; un pesce gigante ci ha portato qui, una tempesta ci ha sbattuti su quest'isola". Durante il viaggio Billie si innamora di Spike, un robot chiamato indifferentemente con il maschile e il femminile. In seguito a questo incontro, la riformulazione dell'amore diventa il principio narrativo, il motore del movimento all'interno di questo labirinto spaziale e temporale, la discesa nel caos e, insieme, la ricerca di quello stes- so Eldorado: '"Billie, secondo te cos'è l'amore?' - le domanda Spike; 'Oh, non saprei. Forse è un riconoscimento, forse una scoperta, a volte è un sacrificio, ma è sempre un tesoro. È un cammino verso un'altra destinazione'". E difatti la protagonista - che non a caso porta il nome di uno dei viaggiatori più famosi di tutti i tempi, Robinson Crusoe - percorre coraggiosamente questo "cammino" spostandosi, con balzi anche un po' troppo bruschi, dal futuro fantascientifico dei nuovi pianeti a ritroso verso l'Isola di Pasqua a fine Settecento (nella seconda parte del romanzo), per approdare in un mondo desolato e postbellico, e infine per tornare a narrare, da una nuova prospettiva, le macerie: quel futuro già "percorso", quel libro già scritto (gli "dei di pietra"), quel momento già vissuto con Spike. Talvolta Un po' stucchevole, questo romanzo non promette di essere un nuovo capolavoro di letteratura utopica, ma diventa - come la maggior parte delle utopie - una efficace (e anche poetica) riflessione sul nostro mondo, sulla nostra imperfezione e sulla nostra, ancora più imperfetta, ricerca della perfezione. Chiara Lombardi