Letterature Romantico incidente di Gabriele Lolli David Leavitt IL MATEMATICO INDIANO ed. orig. 2007, trai, dall'inglese di Delfina Vezzoli, pp. 595, €20, Mondadori, Milano 2008 David Leavitt ha scoperto i matematici e, dopo il saggio L'uomo che sapeva troppo. Alan Turing e l'invenzione del computer (Codice, 2007), ha scritto ora un romanzo biografico su un matematico: il titolo si riferisce a Srinivasa Ramanujan (1887-1920), che nel 1913, da Madras, mandò a God-frey Harold Hardy (1877-1947) una lettera con alcuni squarci sui suoi risultati, incredibili e insospettabili, frutto insieme di una mente visionaria e della mancanza di una preparazione convenzionale. Hardy riconobbe i segni del genio, e si adoperò per farlo venire a Cambridge, dove iniziò una collaborazione proficua per entrambi: Hardy cercò di educare l'istinto dell'indiano e di insegnargli a dimostrare le verità misteriosamente intuite, gli fece pubblicare i risultati più importanti e ottenere onori prestigiosi. Per parte sua, Hardy ne ebbe stimoli importanti, pari a quelli del suo lungo e mitico lavoro congiunto con John E. Lit-tlewood (1885-1977), "una delle uniche collaborazioni riuscite", secondo la traduttrice. Il sodalizio con Ramanujan si protrasse fino al 1918, quando questi ammalato tornò in India per morire all'età di trentatre anni. Se il titolo si riferisce inequivocabilmente a Ramanujan, due sorprese attendono il lettore; una minore è che il titolo originale è The Indian Clerk, che allude al lavoro da contabile di Ramanujan a Madras. Non si riesce a immaginare un motivo. Non è importante che Ramanujan sia un matematico? E suo essere stato un impiegato è significativo nella storia? Nessuna di queste spiegazioni ha riscontro nel romanzo. La sorpresa maggiore consiste nello scoprire che il vero protagonista non è Ramanujan, ma Hardy. Ramanujan è solo il pretesto per seguire la vita di Hardy negli anni 1913-1918, e lo sa l'autore quando concede che "il mio libro è più sul rapporto di Ramanujan con Hardy, che su di lui solo. Volevo anche esplorare la particolare intimità dell'amicizia che si instaurò tra lui e Hardy: un'intimità che da molti punti di vista resiste ai nostri sforzi di definirla'" (intervista a Piergiorgio Odifreddi, "L'Espresso", 24 giugno 2008). La storia non è tuttavia la storia di Hardy matematico, ma la storia di Hardy omosessuale, anche se Leavitt ha dichiarato (ibidem) che "l'omosessualità di Hardy è stata (...) solo un fattore secondario nella mia decisione di scriverlo: quello che mi interessava era piuttosto l'atmosfera sessual- dauld Idavltt Il matematico indiano mente permissiva e sperimentale della Cambridge d'inizio Novecento. In verità il centro della scena è saldamente occupato da Hardy, e non succede molto: una vita regolare fino alla monotonia, priva di sorprese, scandita dal lavoro matematico al mattino, dal cricket al pomeriggio, dalle consuetudini del Trinity. Ramanujan si inserisce come un tassello perfetto nella vita di Hardy, con il comune lavoro mattutino, e nessun disturbo alla sua routine. Con lo scoppio della guerra qualcosa si muove intorno a Hardy, ma non dentro di lui. Viene spontaneo un confronto con quanto si sa dalle testimonianze, in particolare con il ricordo che Charles P. Snow ha premesso ali 'Apologia di un matematico di Hardy (Garzanti, 1989), e dal quale Leavitt ha preso quasi tutti gli episodi reali inseriti nel libro. Snow parla della riservatezza di Hardy nell'espri-mere emozioni e affetto, salvo che per due o tre relazioni di altro tipo: "Queste furono affezioni forti, assorbenti, non fisiche ma di intensa felicità". Invece l'interpretazione di Leavitt è fissata subito, quando fa pronunciare a Hardy, nel corso di una più tarda reminiscenza intercalata alla storia, la dichiarazione (effettivamente scritta da Hardy) che "il mio rapporto con lui [Ramanujan] è stata l'unica vicenda (incident) romantica della mia vita". La frase è presentata con una sfumatura allusiva inequivocabile, e così colta dal pubblico che Leavitt immagina assistere alla conferenza. Soltanto che nel corso di tutta la storia non una volta c'è la minima indicazione di un interesse sessuale di Hardy nei confronti del matematico indiano. Ramanujan non ha alcuna funzione maieutica al di fuori della matematica. Dal suo rapporto con Ramanujan, Hardy emergerebbe come un essere asessuato. Per correggere questa immagine Leavitt introduce elementi dissonanti, in particolare una storia coinvolgente con un soldato ferito ricoverato a Cambridge, l'unica descritta con particolari di sesso, e inventata (per ammissione dell'autore). LI Hardy di Leavitt risulta una persona monocorde, egoista, incapace di piangere i morti, che spinge al suicidio le persone che gli stanno vicino. Lo stesso Ramanujan, visto con gli occhi degli ospiti inglesi, appare buffo e incomprensibile con le sue abitudini e credenze; è riconosciuto di animo gentile, ma anche egoista, quando con lo scoppio della guerra si preoccupa più del tamarindo che gli dovevano portare che del rischio dei suoi corrieri. Le due figure sono delineate solo per viste parziali, e incoerenti. Non è una scelta ispirata dalla fenomenologia husserliana, ma il frutto dello stile di Leavitt. La sua scrittura è piana e fattuale (matter of faci), a frasi brevi, descrittive di azioni semplici, a ritmo serrato. La si ritrova solo a tratti in questo libro; lo stile matter offact non è il più adatto a comporre una personalità attraverso incidenti slegati, e forse corrisponde alla convinzione che non sia possibile. Leavitt ha dichiarato che nel suo lavoro è interessato soprattutto ai contrasti, ad accostare gli opposti. In questo caso si direbbe che gli opposti siano Hardy e Alice Neville, moglie di un collega, perché sono le sole due persone delle quali Leavitt ci fa entrare nella testa, raccontandoci i loro pensieri e stati d'animo. Alice è una creatura poco convenzionale, sposa felice, vivace e curiosa. Ha un ruolo nel convincere Ramanujan a venire in Inghilterra, e lo ospita all'arrivo. Senza peli sulla lingua, dà voce al sospetto che Hardy sfrutti Ramanujan. Si innamora di Ramanujan, prima in modo materno, poi sul serio, e il suo universo entra in crisi, capisce di non amare più suo marito, e non sopporta che lui non se ne accorga; cerca di realizzarsi con un'attività indipendente durante la guerra. Alla fine, dopo la crisi del marito scaricato da Cambridge, rientra nell'ordinario corso della vita. Lo stile matter offact di Leavitt ci risparmia una dose ulteriore di luoghi comuni con la descrizione del travaglio della sua rassegnazione. Con il personaggio di Alice, Leavitt torna su un terreno a lui più confacente. Conferma che la sua dimensione è quella delle storie brevi su persone comuni, mentre questa impegnativa fatica sembra eccedere la sua capacità di dominare intenzioni più ambiziose. Si ha la sensazione di una redazione non del tutto attenta, o revisionata, come in certi gialli affrettati. Ci sono ripetizioni, quasi l'autore si fosse dimenticato di averne già parlato. Il titolo della terza parte, Tatti allegri sul quadrato dell'ipotenusa è un mistero, in questa parte del libro non si riesce a trovare alcuna allusione neppure metaforica a triangoli rettangoli. Hugo Barnacle, sul "New York Times" del 17 febbraio scorso, ha notato, sulla base degli orari, come fosse impossibile la regolare visita di fine settimana di Littlewood dalla sua amante (una giornata di treno e non dal tardo pomeriggio all'ora di cena). In conclusione, sembra di poter convenire con il giudizio di Andrew Robinson su "The Times" che l'opera è complessivamente non convincente, anche se mai sotto il livello dell'intelligenza e del coinvolgimento. Per il coinvolgimento, giudicheranno i lettori (da avvertire che i fluoni a p. 34 non sono una nuova particella, ma i fluenti di Newton; e il teorema di Fermat, p. 33, non dice che la soluzione di xn + yn = zn non è mai un numero maggiore di 2, ma che per un esponente maggiore di 2 non ci sono soluzioni; H. G. Wells non è l'autore di Alice nel paese delle meraviglie, p. 124, il suo "ultimo romanzo", nel 1913, era Tono Bungay; l'ospedale Fitzroy House, p. 567, non è un posto indifferente, ma un posto né buono né cattivo). ■ lolligdm.unito.it G. Lolli insegna logica matematica all'Università di Torino I sogni di un prigioniero di Emilia Perassi Mauricio Rosencof LE LETTERE MAI ARRIVATE ed. orig. 2002, trad. dallo spagnolo di Fabia Del Giudice, postfaz. di Diego Sìmini, pp. Ili, € 14, Le Lettere, Firenze 2008 E difficile immaginare dietro al volto infantile di Mauricio Rosencof la storia di sconfinata durezza che in realtà lo ha formato. Nato nella piccola città di Florida, in Uruguay, nel 1933, da una famiglia di ebreo-polacchi in fuga dall'Europa, in gioventù dirigente del Movimiento de Libera-ción Nacional (Tupamaros), Mauricio Rosencof è stato uno dei nove reclusi che la dittatura militare ha tenuto per tredici anni in carcere, dal 1972 al 1985, in condizioni disumane e di completo isolamento, in una cella di un metro e ottanta per sessanta, con dieci minuti d'aria ogni quindici giorni, facendo di questi prigionieri gli ostaggi sui quali sarebbero ricadute le conseguenze dell'eventuale rinascita della lotta armata. Di questi anni indicibili, trascorsi nello "spazio infinito" di una cella sotterranea, vissuti nel silenzio e nella tortura che ne programmava la distruzione fisica e mentale, Rosencof ha dato ampia testimonianza nei tre volumi di Memorias del calabozo (Montevideo 1988-1989), non ancora tradotti in italiano, scritti a due mani con "l'Abitante dell'Altro Lato", Eleuterio Femàndez Huidobro, prigioniero nella cella accanto. Tra i "due morti in vita" si era instaurato un sistema di comunicazione che funzionava coi colpi delle nocche delle dita corrispondenti ognuno alla posizione delle lettere nell'alfabeto: 1-19-1-19-16-9, ovvero "auguri", era quanto ci si diceva a Natale. Ma ci si scambiava anche notizie, commenti, sensazioni. A colpi di nocche Mauricio ha "scritto" un romanzo così come una serie di racconti da regalare al compagno quando incontrava la figlia, incapace di dare un senso alla prigionia, cioè alla scomparsa, del padre. Per lei Rosencof aveva inventato la favola della bimba i cui sogni erano in grado di diventare realtà, bellissimi, finché ne erano oggetto cerbiatti e piccoli oggetti, paradossali e con messaggio morale come quando la cosa sognata era stata Moby Dick, impossibile da far stare nella vasca da bagno. La capacità di sognare, di immaginare, di ricordare è senz'altro il fulcro del discorso umano e letterario di Rosencof, una capacità che non resta principio astratto, ma si incarna in pratica di salvezza della propria vita. In Le lettere mai arrivate l'autore non parla più "della" cella, come in Memorias del calabozo, ma "dalla" cella, che cessa di essere uno spa- zio da descrivere nella sua fisicità e disumanità per diventare il luogo nel quale il prigioniero trova e intesse la sua strategia di resistenza: ricordare minuziosamente il passato, quello della famiglia, quello degli antenati. E ricordando vivere. Il racconto si costruisce come una lunghissima lettera al padre, una lettera immaginaria mai scritta né mai letta, così come mai scritte né mai lette sono le lettere che il narratore compone per dire della famiglia lasciata in Europa e internata nei campi di concentramento. Immobile nel "qui" al quale viene ridotta la menzione alla cella, la mente del sepolto ripercorre una storia che attraversa geografia e tempi la cui oscillazione disegna l'ampio perimetro del XX secolo: la Polonia dello sterminio, l'Uruguay dell'emigrazione, l'Europa del nazismo, l'America Latina delle dittature militari. Le lettere che raccontano Auschwitz riferiscono con amorosa delicatezza le tappe del cammino verso la morte e il delirio. Affidate alla voce della sorella del padre, disseminano i gesti di un orrore congelato nello sgomento di chi lo subisce. Penso, fra tutte e per tutte, al racconto della doccia finalmente concessa, al gusto per l'acqua che scende calda sulla pelle, allo sconcerto e alle lacrime delle ragazze quando vedono la scritta sul sapone che ne dichiara l'origine nei corpi sterminati. Nelle battute finali del racconto, il protagonista, ormai libero, viaggerà in Polonia per cercare traccia dei congiunti. Ma nulla di quanto pensava di trovare è più: né il ghetto, né le strade con gli indirizzi che ricordava, né una fotografia, come neanche una valigia o una scarpina o una ciocca di capelli nelle vetrine memoriali di Auschwitz. In una sua frase può essere contenuta la lezione di Le lettere mai arrivate, ed è quella che il figlio rivolge al padre pensando ai pochi minuti d'incontro durante la prigionia, parchi di parole, ma pieni d'emozione, capaci di scatenare l'attività salvifica della memoria: "Se raccontiamo i nostri naufragi è perchè non siamo affogati. Forza. Abbiamo navigato a lungo, per molti anni, nei molti minuti di visita durante tutto questo tempo. Le visite sono state per te e per me il Mare dell'Incontro. E lì costruivamo la nostra zattera e giù a remare nei ricordi". Una scrittura di rara compostezza emotiva caratterizza questo libro. E difficile definirlo romanzo, perchè tutto autobiografico, ma neanche è autobiografia in senso stretto, perchè davvero sapiente è la tessitura letteraria delle molte voci che lo costellano. Alla traduzione di Fabia Del Giudice va un espresso riconoscimento, per la freschezza e autenticità con cui ha reso l'accurata e difficile varietà dell'espressione originale. ■ emilia.perassi@unimi.it E. Perassi insegna letterature ispanoamericane all'Università di Milano