AAAAAAAAAAA n.» LIMASSE i Z\/\/\/\/\/\/\/\/\/\/\ r indice ■■DELLA SCUOLA* I costi dell'istruzione di Alessandro Cavalli Quando si racconta che il costo di uno scolaro di scuola primaria e di uno studente di scuola media in Italia è tra i più alti dei paesi dell'Ocse (cioè dei paesi "ricchi"), la reazione è normalmente di incredulità. Non solo l'opinione pubblica, ma anche gran parte degli addetti ai lavori ignorano che il problema della scuola italiana non è la carenza di risorse, quanto piuttosto il modo con il quale vengono spese. I tagli all'istruzione suscitano sempre proteste e in un certo senso è giusto che sia così: nel comune sentire per l'istruzione non si spende mai abbastanza. In Italia, tuttavia, il problema non è soltanto che bisognerebbe spendere di più, ma soprattutto che bisognerebbe spendere meglio. Vediamo alcune cifre ricavate dalla pubblicazione dell'Ocse Education at a Glance del 2006 che riporta dati riferiti al 2002. Dati comparativi più recenti non sono ancora disponibili. Il primo dato è il rapporto tra la spesa per l'istruzione scolastica (esclusa quindi l'università) e il prodotto interno lordo (Pil) e misura quanta parte della ricchezza prodotta dal paese in un anno viene dedicata all'istruzione. La media Ocse è il 3,9 per cento mentre l'Italia si assesta al 3,6. La differenza è dovuta quasi esclusivamente all'esiguità della spesa privata, che, ad esempio, in Germania e Gran Bretagna è sei volte superiore che non in Italia e in Francia tre volte. Nella media Ocse la spesa privata è il 0,4 per cento del Pil, in Italia lo 0,1: le famiglie italiane spendono sicuramente di più per l'automobile che non per l'educazione dei loro figli. L'educazione è un bene pubblico ed è giusto che sia così. Ciò che è gratuito, però, in una società che dà molto peso ai valori pecuniari, rischia anche di essere considerato di scarso valore. Un maggior contributo delle famiglie (ovviamente di quelle che possono farlo senza compromettere i consumi primari) potrebbe non essere fuori luogo. Ma questo è un tema che merita di essere discusso più ampiamente di quanto non sia possibile fare in questo articolo. Il secondo dato è l'incidenza della spesa per l'istruzione sulla spesa pubblica totale. In Italia raggiunge il 7,4 per cento, quasi come in Francia (7,5), un po' di più che in Germania (6,3), un po' meno che in Gran Bretagna (8,8) e negli Stati Uniti (10,4). Il dato non è molto indicativo, in quanto si confrontano quantità non omogenee. Vi sono paesi dove la spesa pubblica in rapporto al Pil è elevata e altri dove è più contenuta: l'Italia appartiene al primo gruppo, la Gran Bretagna al secondo. Il confronto però funziona con la Francia, dove la spesa pubblica è altrettanto elevata che in Italia e ci dice che per l'istruzione primaria e secondaria spendiamo come i vicini d'oltralpe, con la differenza però che in Francia le leve in età scolare sono, per effetto di una diversa dinamica demografica, più numerose che non da noi e quindi la stessa percentuale di spesa si ripartisce su un numero maggiore di studenti. La situazione sarebbe ovviamene diversa se si aggiungesse anche l'istruzione superiore universitaria, dove l'Italia spende sostanzialmente meno di quasi tutti i paesi salvo Grecia e Portogallo. E veniamo al terzo dato, cioè alla spesa pubblica per studente. Il dato è il più significativo, in quanto misura quanto la collettività investe in ciascuno dei suoi giovani tra i sei e i diciotto anni. E qui si presenta il dato inatteso: a parte gli Stati Uniti, l'Italia è il paese dove la spesa per studente è più alta. Ogni studente costa da noi 5.710 euro, 5.288 in Francia, 5.038 in Giappone, 4.964 in > X >> X >> X ^ X >> X s X X ^ X s ✓ X s X ✓ X ✓ X □ À/VAAAAA'A/VV^A/WV ffi Gran Bretagna, 4.856 in Germania e così avanti fino ai 3.378 euro della Grecia. I bene informati, a ragione, diranno subito che questo dato è ingannevole perché in Italia la scuola secondaria dura tredici anni e in molti altri paesi solo dodici e l'orario scolastico è mediamente più lungo. Giusto. Ma anche normalizzando il dato tenendo conto del numero di ore di lezione, 0 divario si riduce in parte ma non scompare: uno studente italiano costa comunque alla collettività un po' di più di uno studente francese, inglese, tedesco, svedese, spagnolo. Solo la Finlandia ci raggiunge e ci supera per una ragione semplicissima: il paese che all'indagine PISA presenta i rendimenti scolastici migliori è il paese dove l'orario scolastico è più ridotto. Paradossalmente, sembra quasi che meno si va a scuola e meglio è. Il problema è di qualità, quindi, e non di quantità. Come si spiegano costi per studente così elevati a fronte di retribuzioni dei docenti che, è noto, sono mediamente del 20 per cento inferiori alla media europea e coprono l'86 per cento dell'intero ammontare delle spese per l'istruzione? Le ragioni sono molte. L'orario di lavoro degli insegnanti è inferiore rispetto alla media degli altri paesi. Se si calcola la retribuzione oraria il divario retributivo si riduce considerevolmente. Non è impensabile l'adeguamento dell'orario di lavoro degli insegnanti agli standard europei con conseguente contenuta riduzione del loro numero. Questa misura è destinata tuttavia a incontrare la probabile resistenza di quella parte del corpo insegnante per la quale si pone il problema della compatibilità con il tempo dedicato alla gestione domestica. L'orario scolastico per gli studenti è mediamente superiore agli altri paesi, sia per la particolarità di alcuni istituti, sia per il fatto che da noi il tempo pieno e/o prolungato comporta l'impiego di insegnanti, mentre in altri paesi le stesse funzioni sono svolte da altre figure professionali non necessariamente dipendenti dall'amministrazione scolastica (ad esempio, strutture ricreativa e sportive). Il numero medio di studenti per classe e per insegnante è minore rispetto agli altri paesi. Da noi vi sono in media 9,1 insegnanti per 100 studenti, la media Ocse è 7,5. Ciò dipende in parte dall'esistenza di tante piccole scuole, con tante piccole classi, soprattutto nella zone rurali e montane. Altrove si preferisce accorpare gli studenti, incrementando i servizi di trasporto degli alunni. Vi è in Italia un numero elevato di insegnanti di sostegno (circa 85.000) per gli studenti diversamente abili, mentre altrove l'assistenza a questi studenti spesso non ricade sull'organizzazione scolastica. Resta il dubbio che l'elevato numero di insegnanti (sia pure scarsamente retribuiti) sia servito in certe fasi ad assorbire in parte la storica piaga della disoccupazione intellettuale che continua ad affliggere soprattutto le regioni meridionali. C'è un altro dato, infine, di cui tener conto: il rapporto tra spesa corrente (soprattutto per il personale docente e non docente) e spesa in conto capitale (edifici scolastici, attrezzature ecc.). Nessuna sorpresa, da noi la proporzione della spesa in conto capitale è particolarmente contenuta, ma è interessante notare che quest'ultima è spesso a carico degli enti locali e, mentre la spesa dello stato per la scuola è distribuita abbastanza uniformemente su tutto il paese, lo stesso non avviene per la spesa degli enti locali. Gli enti locali del Nord-Ovest e del Nord-Est spendono proporzionalmente per ogni studente mediamente il doppio delle regioni del Sud e delle isole. Nella recente polemica suscitata dalla proposta del ministro Gelmini di sottoporre gli insegnanti del Sud a una dose aggiuntiva di corsi di aggiornamento, bisogna tener presente che le prestazioni mediocri della scuola meridionale non dipendono solo dalla qualità dell'insegnamento, ma soprattutto dal contesto nel quale operano le scuole, del quale gli esigui investimenti degli enti locali sono un indicatore eloquente. ■ cavalli@unipv.it A. Cavalli insegna sociologia all'Università di Pavia