N-10 LbEltA SCUOLÀE 111 /\/\/\/SÌ venta esiziale per la cultura umanistica e per le facoltà universitarie che dovrebbero trasmetterla. Ma la questione centrale, come dicevo, è un'altra e riguarda la tradizione culturale europea e i suoi caratteri distintivi. Ora, il cuore della questione è che questa tradizione, negli oggetti che trasmette come negli interpreti che l'hanno incarnata, è sempre stata essenzialmente aristocratica e selettiva, accessibile per cooptazione attraverso un apprendistato, generalmente nella forma di un cursus studiorum definito e piuttosto stabile nel tempo. Essa in sostanza non è mai stata (e non è tuttora) democratica e questo mi sembra il punto di massima distanza rispetto a quanto si va attuando nella umanistica" (quella dei film, della musica pop, dei fumetti) rischia di produrre un ridimensionamento epocale della tradizione europea e con essa di tali valori, complici le élites politiche ed economiche ormai complessivamente lontane dalla letteratura e dall'arte della tradizione colta (un aspetto particolarmente vistoso in Italia). Giunta elenca con grande acume i caratteri della "seconda cultura", le differenze rispetto a quella popolare del passato per contaminazione con tratti propri della "prima", l'enorme capacità di diffusione unita alla rapidità dei suoi cambiamenti e all'obsolescenza dei suoi prodotti. A livello formale, essa opera mia contaminazione di codici espressivi che, pur in grado di produrre oggetti di notevole qualità, avrebbero conseguenze del poeta inglese Philip Larkin e quelli di alcune canzonette, ma dove funzionerebbero analoghe comparazioni all'inverso su prodotti letterari e artistici di movimenti e autori della "prima cultura" decisamente sopravvalutati. L'educazione alla tradizione colta - e una conseguente messa da parte del presente - è dunque vitale per la permanenza di una cultura europea in quanto tale. Ma anziché su metodi e programmi, Giunta preferisce insistere sugli aspetti interiori, su una certa disposizione spirituale all'apprendimento (e, certo, all'insegnamento), sull'esempio come forma privilegiata della trasmissione, sulla condivisione di linguaggio fra luoghi del sapere e società. Non si tratta di un generico richiamo morale, piuttosto di una posizione 1/WWW A* Il punto in cui l'autore più si addentra nell'esame di tali fenomeni e delle loro cause è quello in cui prende in considerazione la poesia La guerra di Carducci, che, letta ai suoi tempi da poche centinaia di persone, riusciva tuttavia a suscitare un dibattito pubblico; un ipotetico equivalente odierno di tale poesia, sostiene Giunta, benché letto da un numero paragonabile di persone, passerebbe oggi del tutto inosservato. La ragione naturalmente è, come l'autore rileva, che le persone che leggevano Carducci un secolo fa coincidevano con quelle che avevano il potere di prendere decisioni pubbliche, mentre oggi questo non sarebbe più vero. Purtroppo, però, l'analisi del caso della poesia di Carducci finisce qui, proprio quando incomincia a diventare interessante. Innanzitutto (faccio qualche osservazione a caso, ma se ne potrebbero fare molte altre), non sarà che il problema risiede proprio nel genere letterario della poesia, che oggi ha assai poco appeal? Fin qui Giunta potrebbe rispondere che ciò è appunto parte del problema: la perdita di rilevanza delle forme tradizionali di cultura, quali la poesia. Ma non sarà forse possibile che la poesia abbia perso molte delle sue funzioni di un tempo anche a causa di processi tutti interni alla prima cultura umanistica, come per esempio quelli legati al fenomeno delle avanguardie storiche? Si tratta ovviamente di questioni di pertinenza della sociologia della letteratura, ma dubito che in mancanza di un loro approfondimento si possa andare molto avanti: come minimo, si rischia di ricondurre a un'unica grande svolta "epocale" fenomeni molto diversi l'uno dall'altro. Comunque anche dando per buona l'analisi di Giunta, rimane il problema di quali conclusioni se ne possano trarre o, in altri termini, di quale sia la morale. Se, come sembra, la situazione attuale, quella in cui un ipotetico equivalente della poesia di Carducci si smarrirebbe nel frastuono dell'infotainment e delle nuove forme artistiche, è male, che cosa dovremmo allora auspicare? Un mondo in cui la prima cultura uma- nistica conquisti tutti gli spazi oggi occupati dalla cultura di massa? Sembra un intento poco realistico, e operativamente non si saprebbe da che parte incominciare. Oppure dovremmo tornare ai tempi di Carducci, in cui l'analfabetismo diffuso privava l'industria culturale del suo pubblico e lasciava brillare in splendido isolamento i prodotti della prima cultura umanistica? E l'istruzione, scolastica e universitaria, verso che cosa deve puntare? Verso il tentativo di sostituire l'odierno corrispettivo di Carducci a Luciano Ligabue nel cuore della maggioranza degli italiani, oppure verso una difesa strenua della prima cultura umanistica contro ogni cedimento alla seconda, anche a costo di un certo isolamento elitistico? Si tratta certamente di domande un po' rozze, ma rimane il fatto che Giunta accenna con non-chalance a problemi che sembrano essere molto più complicati di come vengono presentati, e che le sue valutazioni appaiono a volte piuttosto ambigue. Nelle conclusioni del libro si rivela in modo più esplicito quali siano le vere preoccupazioni dell'autore, che riguardano non tanto le perdite a cui i singoli individui andrebbero incontro a causa dell'affievolirsi della prima cultura umanistica, in termini di crescita personale e di ricerca di un senso, quanto piuttosto le perdite della società nel suo complesso, che risulterebbe privata delle "virtù civiche" e di "un'idea forte di comunità". Molto ci sarebbe naturalmente da discutere a proposito della desiderabilità, per esempio, di un'idea forte di coinunità (qui Giunta sembra ispirarsi al Christopher Lasch di La cultura del narcisismo e di La ribellione delle élite), e ancor più a proposito dell'esatta natura del legame tra la mancanza di queste qualità e la perdita di rilevanza della prima cultura umanistica. E ovvio che alcune di queste preoccupazioni hanno ben ragione di sussistere, ma - come le domande precedenti hanno cercato di mostrare - se la diagnosi di Giunta sembra talvolta un po' affrettata, sono soprattutto la prognosi e la terapia a risultare, al di là dell'apparente assertorietà, piuttosto incerte e sfuggenti. A:/ V a \W \w f \/ \w I f < * \/\/\/X cultura dei mass media. Tutto ciò non è certo una novità, se andiamo a pensatori come Ortega y Gasset e Huizinga, o, per quanto interessa di più qui, a studiosi come Ernst Robert Curtius e Aby Warburg, alla loro idea di un'ope-ra-museo che mettesse sotto gli occhi di lettori e spettatori del XX secolo la continuità della tradizione, nel suo continuo variare, dall'antichità all'età moderna. Siamo di conseguenza posti di fronte a una scelta di valore (di dati valori culturali e letterari) e probabilmente - ma, secondo me, certamente - a un canone da ristabilire. Per questo, la "seconda cultura sulla stessa possibilità di impostarvi una riflessione filosofica e morale. E un punto questo sul quale avrei preferito un maggiore approfondimento da parte dell'autore, giacché il solo mutamento di codice - dal linguaggio all'immagine e/o al suono - non può giustificare di per sé una tale conclusione, pena la condanna di tutte le arti visive e di tutta la musica a una sorta di "minorità" conoscitiva. La distinzione è per me da riportare sul terreno dei contenuti e delle forme espressive (cioè dei valori), là dove funziona certamente il confronto (impari se ce n'è uno) che Giunta fa tra i versi di squisito umanesimo, di sapore un po' antico, di ritiro dal mondo della prassi in favore del lavoro sulle coscienze. Non so se la soluzione sia più meditata o più obbligata, ma bisogna essere grati a Giunta per aver posto l'accento sull'etica e sullo spirito, a fronte dello strano miscuglio di libertà (al plurale) e tecnocrazia che viene proposto, ai singoli e alla società, come la soluzione a tutte le difficoltà del momento. Dovrà essere, avverte Giunta, un lavoro lungo, lontano dalle sirene delle novità come dall'accidia di chi si rassegna al corso delle cose. ■ L'ortografìa non si compra di Giuseppe Sergi Beppe Severgnini L'ITALIANO Lezioni semiserie pp. 210, €17,50, Rizzoli, Milano 2008 X X X X X X << 'v Severgnini ha molti simpatizzanti (perché come cittadino del mondo fustiga i difetti degli Italiani) ma anche molti antipatizzanti (perché come cittadino del mondo gli avviene di sfiorare la saccenteria). Il sottotitolo "semiserio" di questo libro non basta ad acquietare gli antipatizzanti: ne "Il Sole-24 ore" si è espresso, negativamente, Giuseppe Antonelli. Ma è anche vero che ormai i linguisti - con il loro insistere sulla lingua viva - reagiscono male verso chiunque provi a stabilire qualche regola o a fare ironia sulle degenerazioni del parlato. Invece è un libro molto utile, in cui ho trovato una sorprendente corrispondenza con le istruzioni che impartisco a chi si accinge a scrivere una tesi di laurea. Il comandamento n. 5 (contro le "metafore stantie") avrebbe migliorato, credetemi, il fortunato romanzo di Giordano. Le sue difese del congiuntivo molto gioverebbero a un ministro, Gelmini, che ben due volte ho sentito in difficoltà con il suo uso (proprio mentre interveniva sulla qualità degli insegnanti). E giusta la polemica contro l'uso di "assolutamente" e l'abuso di "straordinario". La prosa sbarazzina è al servizio di sentenze indiscutibili: "le parentesi sono come l'aglio, le elezióni e i cugini: ci vogliono, ma è meglio non esagerare". Le virgolette sono definite "il segno più perfido dell'ortografia". Studenti - e, dice l'autore, anche giornalisti - farebbero bene a vietare a se stessi alcuni sintagmi banali (mai dire di una casa che è "accogliente", di un divano che è "comodo"), e le "d" eufo- niche quando la vocale successiva non è la medesima. Severgnini non cita soltanto preferenze, ma anche regole (come i "né" e i "perché" che non devono mai avere l'accento grave, anche se i maggiori quotidiani nazionali su questo sono crollati proprio nell'ultimo anno). Ho un solo appunto: Severgnini sarebbe perfetto se non ricorresse abbondantemente al verbo "utilizzare", dimenticando il normalissimo e più elegante "usare". Dunque i linguisti si stanno facendo espropriare di una funzione di didattica sociale. Perché è vero che l'uso crea la lingua, ma chi deve formare insegnanti e comunicatori si domanda: l'uso da parte di chi? Un conto è un uso generalizzato, un altro è quello dell'ignoranza e della settoria-lità. A metà strada fra arcaismi (che né Severgnini né io proponiamo) e linguaggio maleducato: lì si trovano lessico, forme espressive, grammatica e sintassi che giovano all'inserimento dei giovani nel mondo e, per diffe- ^—1