N. 10 23 Narratori italiani Aculei di ricci marini di Francesco Roat Carlo D'Amicis LA GUERRA DEI CAFONI pp. 224, € 13, minimum fax, Roma 2008 v E ambientato sulla costa salentina a metà degli anni settanta l'ultimo romanzo di Carlo D'Amicis. Protagonista è il quattordicenne Angelo, detto Marinho per una vaga somiglianza con il terzino della nazionale brasiliana di allora. Il ragazzo è "leader carismatico" di una elitaria cerchia di coetanei (figli dei benestanti che d'estate trascorrono le vacanze nelle villette di Torrematta), la cui principale occupazione, a parte oziare sulla spiaggia, sta nel contrapporsi a un'altra compagine giovanile: quella dei figli dei proletari del luogo, per lo più pescatori o contadini. Così da qualche tempo, alla fine della scuola, con il ritorno delle vacanze si riaccende puntualmente una "guerra" adolescenziale, ravvivata dall'"odio atavico che rimaneva sopito per otto mesi l'anno", la quale vede scontrarsi signuri e cafuni. Guerra combattuta non solo a colpi di palle di sabbia umida con all'interno ricci marini dagli aculei micidiali, ma soprattutto all'insegna dei gesti di sfida, dei proclami roboanti e di una retorica paranoide, tesa a perpetuare una visione dicotomica della realtà che non prevede possibilità di contatto fra "signori" e "cafoni" se non quella della lotta o dell'invettiva. Ma, nella fatale estate del 1975, una serie di circostanze è destinata a stravolgere l'ottica deformante attraverso la quale Marinho e compagni colgono il loro piccolo mondo rivierasco e il variegato panorama di quello che sta oltre i confini del Salente. Imprevisti, in parte legati al risvegliarsi della sessualità e dei primi turbamenti amorosi (che vedranno il nostro paladino borghese innamorarsi di una "cafona", e parallelamente il fratello di questa prendere una cotta per l'ex ragazza del protagonista), in parte frutto di una ormai inarrestabile mutazione antropologica che interesserà - ibridandoli con reciproche e inquietanti contaminazioni - sia il gruppo dei giovanotti "bene", sempre più stanchi di conflitti puerili, sia quello dei meno abbienti, assetati di consumi e di rivalse economiche. È insomma scoccata per tutti i ragazzi di Torrematta l'ora del disincanto e della scoperta della complessità: irriducibile alla semplicistica e classista logica binaria utilizzata sino a quel momento. La guerra dei cafoni si rivela dunque un romanzo di formazione, in cui l'autore si diverte a fare la parodia dei poemi epico-cavallereschi e a mimare l'aulicità datata dei testi antologici liceali dell'epoca, tra le righe del quale il lettore accorto può cogliere non pochi accenni ai mutamenti sociali e culturali degli anni settanta trasformeranno profondamente non solo il mezzogiorno d'Italia, ma tutto quanto il paese. Satirico divertissement dai toni scanzonati, il libro di D'Amicis convince grazie a una prosa all'insegna dell'ironia che ha un fresco ritmo teatrale. Tratteggiati con mano sicura, da narratore navigato, tutti quanti i personaggi: dagli spocchiosi e griffati signuri ai cafuni debitamente "brutti" e "sporchi". Figure assai riuscite, entrambe le due comparse femminili del romanzo; sia la bella quanto vacua signorinella Sabrina che la brava futura moglie di Marinho: la cafoncella Mela. Vivace il finale parossistico, virante al dramma, in cui la morte fa capolino prima d'una chiusa pacata e conciliata. Morale della favola: per ogni adolescente "com'è dura, e aspra, e sanguinosa, la guerra del cambiare!". Monologo epistolare di Marcello D'Alessandra Francesco Ceccamea SILENZI VIETATI pp. 225, €13, Avagliano, Roma 2008 Tra le opere in esordio è quella che nella stagione in corso ha riscosso l'accoglienza più eclatante. Silenzi vietati, il romanzo di Francesco Ceccamea, non poteva passare inosservato. Scritto nella forma di e-mail, ciascuna a costituire un capitolo, ha nel destinatario un personaggio d'eccezione: il professore d'italiano presso l'istituto tecnico frequentato dall'autore in gioventù, nientedimeno che Massimo Onofri, nel frattempo diventato critico letterario tra i più autorevoli e professore universitario. Nei suoi confronti l'ex alunno, da sempre, nutre un'ammirazione assoluta, perfino morbosa. Un mito che elegge a suo confidente, al quale raccontare tutto, ma proprio tutto, e tanto più aperta è la confessione perché l'interlocutore, al quale sono portati i saluti e i baci anche per la moglie e la figlia, mai risponde. Gli racconta tutto di sé: le ambizioni letterarie nate sui banchi di scuola, quando in cattedra c'era il suo grande prof, e poi la sua famiglia, e le sedute dallo psicologo, presso il quale una volta a settimana cerca il modo per venire a capo del suo vero grande problema, l'ossessione della vita: come riuscire, finalmente, a farsi una ragazza. Un romanzo epistolare, dunque, ma nella forma di un monolo- go: nevrotico, irresistibile, straripante, che una scrittura duttile, vivace e ironica sa rendere nella sua immediatezza. Il romanzo fin dal titolo occhieggia l'amatissimo prof, con il richiamo a un suo precedente libro, il diario pubblico Sensi vietati (Gaffi, 2006), di cui vorrebbe riproporre lo spirito dissacratorio e irriverente, apertamente controcorrente, stavolta sul coté intimo, familiare, al più della dimensione locale, là dove quello del maestro sferrava i suoi fendenti nello spazio pubblico e culturale nazionale. Silenzi vietati perché nulla è taciuto, in un racconto talmente reale nei riferimenti a persone e circostanze da apparire del tutto inventato. Il romanzo ha ricevuto molte attenzioni dalla critica, lusinghiere non meno che incuriosite. A partire dallo stesso Onofri, su "Tuttolibri", che per una volta si è trovato a occuparsi di un libro in cui era un personaggio, occasione nella quale ha proposto una formula, per l'opera, degna di attenzione: "romanzo reality show", ossia un Truman show alla rovescia, con il diretto interessato consapevole autore della vita di tutti gli altri, inconsapevoli personaggi, Onofri per primo. Nel romanzo tutto ha inizio da un corso di scrittura creativa: passaggio quasi obbligato per chi, oggi, si accosti alla scrittura, e oggetto di tante divertite narrazioni di questi anni. Pare che da questa prima e-mail sia nata la sollecitazione da parte di Onofri, che vi aveva colto della letteratura, a continuare. Ceccamea, c'è da scommettere, non chiedeva di meglio, e così è nato questo libro. Come sono nate, nel recente passato, narrazioni dai blog, così Ceccamea ha fatto ricorso alle e-mail per il suo romanzo d'esordio. Ma non traggano in inganno le premesse, la resa appare tutt'altro che improvvisata, e anche a volerla ammettere è un'improvvisazione non priva di metodo. Ceccamea mostra di possedere qualità di riguardo nella scrittura e nella composizione del romanzo (al di là di qualche lungaggine, nella seconda parte, non sempre all'altezza della formidabile parte iniziale). Centrale è il tema della scrittura come confessione. Le e-mail non sono che una variazione rispetto alla più classica forma del diario. Ma diventa particolare se il destinatario è il proprio prof d'italiano: allora può accadere, come nei temi in classe tante volte, di confessare i più nascosti pensieri, che mai fuori da quello spazio franco si sarebbe disposti a rivelare (si confida sulla lealtà dell'insegnante, che mai rivelerà ad altri, come nella confessione in chiesa, quei segreti), ma con quel tanto di attenzione alla scrittura che è dovuta quando il destinatario è un prof e per di più d'italiano, figuriamoci se si chiama Massimo Onofri. Nel romanzo, poi, la figura del confessore viene replicata in quella dello psicologo, con il quale per antonomasia la comunicazione è priva di filtri o inibizioni. Romanzo che potrebbe dirsi pornografico, e non solo per le rivelazioni della propria sfera più intima, con una spudoratezza dagli effetti spesso esilaranti, ma anche per i riferimenti espliciti a fatti e persone, con tanto di nomi e cognomi: la scuola superiore ai tempi di Onofri, professore mitizzato, la famiglia con i ritratti senza censure del padre dalla virilità ostentata, la madre scontenta alla quale il piccolo Francesco rubava i collant, la nonna che a dispetto delle speranze dei congiunti non vuole morire, la sorella dai fidanzati improbabili; con la provincia viterbese sullo sfondo. Inevitabili appaiono, a leggere il libro, certi rimandi a opere per le quali sembra di cogliere la dichiarazione di un debito, nella forma dell'omaggio: Lamento di Portnoy di Philip Roth, Il male oscuro di Giuseppe Berto, opere che Ceccamea dichiara di aver letto solo dopo la stesura del romanzo, o di non aver letto per nulla. Se per davvero o per tenere fede a uno spontaneismo da illetterato, questo è parte del personaggio che Ceccamea scrittore si è creato. Onofri ha colto, nella sua recensione al romanzo, un rimando tra gli altri inevitabile, tra i tanti cui il libro si presta: a Porci con le ali di Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice. Per cogliere nel ritratto di una generazione, quella dei trentenni di oggi, il disagio sessuale e l'impotenza psicologica, ora implacabile e senza speranza, alla stregua, parafrasando quel titolo-manifesto, di un Porci castrati. Acuta osservazione che merita di essere approfondita. Si tratta del disagio maschile di fronte alla femmina emancipata sessualmente: quanto l'uomo, la donna ha voglia di sesso e ora ha smesso di nasconderlo; una volta era più semplice, c'erano le troie e c'erano le brave ragazze, con le prime ci si scopava e basta, le altre erano quelle da sposare; oggi le donne sono un ibrido delle due categorie. Così ci spiega il Ceccamea narratore e personaggio, nonché autore di questo piccolo libretto sapienziale, o vademecum per giovani adulti, disincantati e afflitti di fronte alla vita, con le incertezze che hanno smesso di essere quelle dell'adolescenza, quando tutto è scoperta e avventura, per diventare disvelamento di un ingranaggio che si avverte come estraneo e da cui si vuole sfuggire. Non fosse per l'altro sesso, per l'attrazione irresistibile che esercita l'altra metà del cielo. "Un uomo non avrebbe i due terzi dei problemi che ha se non continuasse a cercare una donna da scopare. L il sesso a sconvolgere le nostre vite, solitamente ordinate" (Philip Roth, L'animale morente). Ma finirà per capire, il personaggio, che la cosa che tanto lo angustia, il non avere una ragazza, è la maniera che inconsapevolmente ha con tenacia perseguito per scamparla e farla franca: "Il giorno che avrò una ragazza al mio fianco, il giorno che starò in un ristorante con una ragazza che mi stringe la mano e mi sorride (...) io sarò uno di loro, io sarò come tutti, e io non ho mai voluto questo. Perché gli altri, loro, quella massa indistinta e compatta a cui non sento di appartenere, in cui non riesco a entrare, gli altri, loro, poi muoiono. Con gli anni che passano". La sua diversità, la sua non vita, altro non è che una maniera per sfuggire alla morte. ■ ma.dal®libero.it M. D'Alessandra è insegnante Belfagor 377 Spirito artigianale e precisione matematica Corrado Stajano Giulio Ungaretti Elio Vittorini: la parola e l'immagine L'itinerario sentimentale di una principessa tedesca Gian Paolo Marchi Patrick Mediano in un ritratto di Franco Arato Carlo Ferdinando Russo Olimpiade quattordicesima in casa Omero Miseria e nobiltà di un teatro necessario Gianni Poli Stefano Miccoi.is Carteggio Rvsso-Crocf. Complementi Salvemini in maschera con Luigi Russo a Parigi Antonio Resta Gloriosa vita e morte prematura di Norman Pecoraro Gianni Guaita Brunello Vigezzi The British Committee on the Theory of International Politics Fascicolo 376 Brecht Urico dell'esilio Giuseppe Dolei Ritratti critici: Angelo Fortunato Formiggini, Giorgio Van Straten Francesco Papafava Elena Carandini Alhertini chez elle mème Belfagor Fondato a Firenze da Luigi Russo nei gennaio 1946 Rassegna di varia umanità diretta da Carlo Ferdinando Russo Sei fascicoli di 772 pagine. Euro 47,00 Estero Euro 83.00 Leo S. Olschki. 50100 Firenze