l'INDICF ^■□el libri del mese^i Istituto romano per la storia d'Italia dal fascismo alla Resistenza, politiche di occupazione dell'Italia fascista, pp. 137, € 16, Franco Angeli, Milano 2008 Opportuna pare essere la riflessione che gli studiosi che si raccolgono intorno all'lrsifar di Roma ci propongono sulle prassi di occupazione territoriale tra l'Africa e l'Europa, e sulla loro rielaborazione ideologica, da parte dell'Italia fascista. Il tempismo ci è offerto dalla necessità di fare chiarezza rispetto a quello che è un terreno di contesa, giacché al mito degli "italiani brava gente" si è contrapposto un non meno confuso richiamo ad una responsabilità collettiva che, per condannare tutti, ha poi assolto molti. In generale, l'autoiscrizione nazionale alla categoria di vittime ha impedito per più tempo ogni indagine sulle effettive colpe fasciste nelle pratiche di dominio. Ha fatto però difetto una riflessione a tutto campo sulla natura dell'imperialismo mussoliniano e sulle ideologie di corredo che lo hanno alimentato e legittimato, con la pionieristica eccezione di Giorgio Ro-chat e di Angelo Del Boca. Non a caso, quindi, gli autori parlano di una "nuova frontiera storiografica" sul piano politico e sul versante delle concrete azioni contro le popolazioni. Rilevante è che in molti casi le operazioni militari, così come la gestione dei territori occupati, fossero integralmente affidate all'esercito, mentre le autorità civili e politiche si assegnavano un ruolo ancillare. La mancanza di progetti per il futuro delle aree controllate, la dipendenza italiana nei confronti dell'alleato nazista, il velleitarismo politico, la concorrenza tra amministrazioni e l'approccio razzista concorsero all'indecoroso fallimento di tutti i tentativi di costituire un "Impero". Ma non attenuarono in alcun modo l'impatto tragico della condotta delle unità militari, che istituirono, In più occasioni, regimi terroristici di governo delle comunità civili, identificate tout court con la categoria del nemico. Claudio Vercelli Le stragi rimosse. Storia, memoria pubblica, scritture, a cura di Giovanna Procacci, Marc Silver e Lorenzo Bertucelli, pp. 208, € 14, Unicopli, Milano 2008 Al di là delle retoriche sugli "olocausti dimenticati", proliferanti in un'epoca d'inflazione vittimistica, dove lo statuto del politico è definito dalla quantità di dolore di cui dice di essere depositario, una riflessione sulla difficile dialettica tra ricordi e rappresentazioni collettive è quanto mai necessaria. L'influenza che le seconde esercitano sui primi è indiscutibile, soprattutto se si pensa che le modalità di trasmissione sopravanzano l'autonomia dei contenuti mnestici e la loro stessa privata rielaborazione. Dal che si desume quanto la stessa storiografia debba oggi confrontarsi con il gravoso compito di dare non solo un commensurabile peso, ma anche un ragionevole senso al tema dei massacri dei civili nell'età contemporanea. Il rischio, per la verità, è che l'intera essenza dei trascorsi sia identificata tout court con la "forma-sterminio", sussumendo a essa altre dinamiche (come ad esempio le migrazioni) che sul medio-lungo periodo sono non meno significative nella definizione e rielaborazione delle identità collettive. Il volume collettaneo dedicato a Le stragi rimosse (titolo un po' fuorviante) lavora su due piani distinti. Il primo, se si vuole più prevedibile, riguarda il modo in cui gli studiosi delineano i caratteri del fenomeno stragista, pervenendo al suo racconto storico, deposito di saperi fruibile a livello intergenerazionale. Il secondo, più complesso perché più sfumato, è dedicato alle modalità della trasmissione della cognizione del passato nell'epoca della riproducibilità e manipolabilità. Due procedure intese come degli assoluti. Se nel primo caso si parla di un oggetto (l'evento), conoscibile solo per successive approssimazioni, nel secondo si ragiona di un soggetto (l'immaginario), che pulsa invece di vita sua propria. La diagnosi, malgrado tutto, è ancora possibilista. (C.V.) Mauthausen, dopo che i nazisti avevano ormai appiccato il fuoco ai cadaveri del campo: uno dei luoghi dove più lucidamente si potè percepire la distanza fra chi lottava per la democrazia, pur con tutte le sue tare, e coloro che sostenevano invece la politica dei rastrellamenti per un'Italia succube del Terzo Reich. Daniele Rocca Luciano Scarlini, Se vi sembra poco, pp. 147, € 12, Artout Maschietto, Firenze 2008 In questo volumetto, che ripercorre dal basso i nostri eventi politici nazionali dagli anni trenta agli anni cinquanta, la voce narrante è quella del figlio di un antifascista messo dinanzi, fin da ragazzo, nella provincia fiorentina, a ostracismi e difficoltà. Li supera nella Resistenza, scuola di coraggio, idealismo, patriottismo, per poi continuare a sentirsi, dopo la guerra, depositario di un irrinunciabile patrimonio di valori. L'autore, che narra vicende di grande interesse con stile brillante e intenso, sente l'urgenza di proporre questa testimonianza contro l'attuale preoccupante diffusione di un certo revisionismo -promosso da pseudostorici venuti dal giornalismo e da politici di varia ispirazione - che tende a porre sullo stesso piano gli antifascisti e i repubblichini di Salò. Scarlini ricorda come l'imperativo sentito da innumerevoli partigiani fosse quello di "ricostruire una morale di serietà", dopo gli inviti del fascismo alla delazione, a tradire cioè i propri stessi vicini in nome di un patriottismo intriso di valori degradati. Nessuna umana comprensione per quanti allora fossero dei semplici ragazzi - e solo per loro - può restituire dignità ai loro "ideali", né alla macchina omicida posta in essere dalla Rsi. Di una certa rilevanza sono i capitoli sugli sforzi compiuti dai partigiani per proteggere i macchinari delle fabbriche e sul loro arrivo a Luciana Nissim Momigliano, ricordi della casa dei morti e altri scritti, pp. 160, € 14, La Giuntina, Firenze 2008 Siamo in presenza di un libro ritrovato, ovvero della ristampa di quanto uscito nel 1946 e mai più ripubblicato. Già come tale è prezioso, poiché è uno dei primi scritti di memoria sul Lager, redatto a tamburo battente. Non meno interessante, tuttavia, è la figura dell'autrice, giovane militante del Partito d'azione, arrestata nel dicembre del 1943 e deportata ad Au-schwitz-Birkenau, poi pediatra e infine psicoterapeuta. La sua testimonianza è rilevante da più punti di vista, soprattutto se letta a distanza di tempo, alla luce della successiva evoluzione intellettuale e professionale. Il titolo del libro rimanda a Dostoevskij, alle sue suggestioni letterarie, diffuse nella generazione della quale l'autrice era parte, ma sembra quasi voler stabilire una cesura tra un durante (la deportazione) e il dopo (dalla liberazione in poi). Non a caso, Luciana Nissim cercò nella sua professione gli elementi per approdare a un oblio operoso poiché lenitivo, e molto lontano da quegli obblighi enunciati nell'ambiguo "dovere della memoria", diventato poi una sorta di refrain in anni a noi vicini. Il testo è il resoconto, a tratti secco e scarno, altre volte più indulgente verso di sé, dell'esperienza che la vide prigioniera dell'universo concentra-zionario insieme a Primo Levi e alla generazione di giovani idealisti che si era raccolta intorno al partigianato azionista. Il volume raccoglie anche le lettere dell'autrice al marito Franco Momigliano e, insieme ad altra documentazione, un vivace saggio di Alessandra Chiappano sulla deportazione al femminile. (C.V.) Q N SS CD so CO •o co CD So So o O co Giovanni Maroni, La stola e il garofano. Mazzolari, Cacciaguerra e la rivista "L'Azione" (1912-1917), pp. 180, € 13, Morcelliana, Brescia 2008 In questo terzo volume della collana "I Testimoni", della Fondazione don Primo Mazzolari, Giovanni Maroni ci offre una ricostruzione approfondita dei rapporti intercorsi, negli anni che precedono il primo conflitto mondiale, tra don Primo Mazzolari, allora da poco ordinato sacerdote, e l'avvocato di Cesena Eligio Cacciaguerra, importante figura del cattolicesimo sociale e degli albori del movimento cooperativo, animatore successivamente di "Il Savio" e "L'Azione", due riviste impegnate "per la ristorazione della società in Cristo e per il riscatto delle plebi". Nutriti di cultura modernista e attenti lettori di Tolstoj, Mazzolari e Cacciaguerra condividono l'ideale di un "Cristianesimo che sta dalla parte degli umili e dei poveri, combattivo, appassionato." All'indomani della seconda guerra mondiale, proprio quest'ideale, seguito con rigorosa coerenza, porterà Mazzolari a scomode e radicali scelte pacifiste. Diverso il corollario cui questo ideale conduce entrambi gli amici nel secondo decennio del Novecento: sperando che la sconfitta degli imperi centrali possa inaugurare un'epoca di giustizia e di pace, i due giovani trovano un terreno comune nell'interventismo democratico, vissuto per altro con una lucidissima coscienza del costo della tragedia bellica e della sua particolare incidenza sulle classi popolari. Tutto questo emerge con chiarezza dalla corrispondenza tra Mazzolari e Cacciaguerra, che occupa la parte centrale del volume. Lo concludono gli articoli pubblicati su "L'Azione" dal giovane Mazzolari, di grande interesse per il carattere vario e molteplice dei punti di riferimento intellettuali, che spaziano da Péguy a Mazzini, da Gioberti al grande e perseguitato modernista inglese George Tyrrel, Mariolina Bertini Don Michele Do, Amare la chiesa, prefaz. di Enzo Bianchi, pp. 108, € 7,30, Qiqajon - Comunità di Bose, Magnano (Bi) 2008 Nell'ottobre del 1945, don Michele Do, che ha ventisette anni e ha partecipato alla Resistenza, sceglie per esercitare il proprio ministero la parrocchia di Saint-Jacques d'Ayas, uno sperduto villaggio ai piedi del Monte Rosa non ancora dotato nemmeno di una strada carrozzabile. Vi trascorrerà la vita intera (scomparirà nei 2005), prima come rettore della parrocchia, poi animando Casa Favre, "piccola fraternità" per persone con gravi problemi alla ricerca di una "sosta di pace". I suoi commenti al Vangelo nel corso della messa domenicale, sostanziati di cultura e di poesia, spesso ispirati da una frase di Simone Weil o di Kierkegaard, attireranno a Saint-Jacques, per decenni, un numero crescente di amici e di fedeli, che con lui instaureranno un dialogo vivace e costante. I due scritti raccolti in questo volume - uno del 1968 e l'altro del 1985 - si ricollegano all'insegnamento del suo maestro don Primo Mazzolari, nella cui canonica di Bozzolo, scrive don Do, "si respirava un clima di cattolicità sostanziale, come apertura rispettosa e cordiale a ogni uomo e a tutto l'umano". Un'apertura anticipatrice delle grandi novità del concilio Vaticano II. "Per quanti si sono nutriti del pensiero di Mazzolari - scrive ancora don Do - il concilio non ha detto nulla di nuovo. Era l'eco di cose già sentite con forza e passione anche maggiore: il primato della coscienza, i poveri, il dialogo, la pace, l'apertura ecumenica alle chiese cristiane e a ogni puro anelito religioso, il rapporto chiesa-mondo". Parole che oggi, in una stagione tanto diversa, è difficile rileggere senza una stretta al cuore. Ma ricche di uno slancio ideale che si protende al di là di ogni dogmatismo, di ogni intolleranza, di ogni chiusura. (M.B.) Meridionalisti cattolici. Antologia di scritti (1946-1960), a cura di Diomede Ivo- ne, pp. 287, €23,50, Studium, Roma 2008 Ivone ha raccolto numerosi interventi di personalità politiche e culturali del mondo cattolico italiano riguardanti la questione meridionale. La maggior parte degli interventi, anche se non mancano incursioni fin negli anni sessanta, è dell'immediato secondo dopoguerra, allorché la rinascente democrazia italiana dovette tornare a con- frontarsi, dopo la rimozione fascista, con l'arretratezza del Mezzogiorno. La nuova classe dirigente si accostò al Sud e ai suoi problemi con un atteggiamento profondamente rinnovato rispetto alla tradizione meridionalistica liberale e radicale. Punto di riferimento imprescindibile era Sturzo, un cui intervento del 1948 apre l'antologia. Il pensiero sturziano, che tanti legami manteneva con i meridionalisti classici, non era però l'unica bussola della nuova generazione cattolica, che guardava con interesse anche alle esperienze internazionali degli anni trenta, prima tra tutte il New Deal. Di qui una diversa percezione del ruolo dello stato nell'economia, che avrebbe finito per collocare questo nuovo meridionalismo su posizioni lontane dal liberismo di De Viti De Marco, di Dorso o dello stesso Sturzo. Se queste erano le premesse teoriche, gli obiettivi perseguiti attraverso l'opera legislativa e amministrativa erano il risultato di sensibilità antiche e nuove. Da un lato le tradizionali istanze per lo scorporo dei latifondi, la riforma dei patti agrari, le opere di bonifica, la lotta contro l'analfabetismo; dall'altro la prospettiva regionalista e soprattutto il sogno dell'industrializzazione, da perseguire anche attraverso l'intervento statale. Ipotesi solo apparentemente contraddittorie per un gruppo dirigente che stava per iniziare una lunga stagione di governo, forte di un bagaglio teoretico ampio e diversificato, ma convergente nella volontà di fornire al Mezzogiorno i mezzi per elevarsi dalla secolare arretratezza. Paolo Zanini iO PO o ■so SO o O GQ