Un'enclave sociale di Cristina Bianchetti E quartiere descritto da Ferdinando Fava {Lo Zen i Palermo. Antropologia dell'esclusione, prefaz. di Marc Augé, pp. 346, € 25, FrancoAngeli, Milano 2008; l'acronimo trascrive il burocratico "zona esterna nord") è uno dei luoghi più noti della storia dell'architettura italiana della seconda parte del XX secolo e uno degli episodi più tristi delle realizzazioni di edilizia convenzionata in Italia. Una megaforma urbana (il progetto originale prevedeva diciotto insulae disposte su tre file parallele) in un luogo caratterizzato da qualità molto particolari di passaggio: tra condizione urbana e sfondo naturale. L'insediamento, con la sua stessa presenza, la sua geometria e la sua forza, punta a ridefinire completamente il rapporto con la città e la natura. Il progetto è del 1969 ed è firmato, insieme ad altri, da Vittorio Gre-gotti, il quale ha spesso ribadito la volontà di calare a Palermo la tradizione intellettuale del quartiere maturata nel Nord Europa e le difficoltà di una tale "mossa utopica", rese palesi nel suo scontrarsi con una società locale attraversata da ben altre questioni: difficoltà politiche e sociali, inefficienza, corruzione, malfunzionamento delle istituzioni. Le difficoltà non solo rendono parziale la realizzazione, ma rovesciano per intero il senso della sua storia. Lo Zen di Palermo è uno dei luoghi più raccontati e filmati nei telegiornali, nei reportage televisivi. Ha ispirato una canzone omonima di Edoardo Bennato e il relativo video-clip alla fine degli anni ottanta, nello stesso periodo in cui diviene fondale ricorrente del cinema di Cipri e Maresco. È uno dei luoghi incessantemente trattati nelle cronache dei giornali. Oggetto di numerose pubblicazioni e documentari: paradossale ed emblematico il fallimento del lungometraggio Zen Oggi, del 1991, dovuto alla particolare attenzione che il regista ha posto al degrado locale, curandosi di renderlo ben visibile con l'accurata ripresa di alcuni sacchetti di spazzatura e siringhe usate nelle strade. A un certo punto della sua non lunga ma densissima storia, lo Zen si trasforma in una enclave sociale. Mai stato quartiere operaio, né di inurbazio-ne contadina (come si sarebbe voluto), diventa luogo di residenza di lavoratori edili, disoccupati, pensionati, lavoratori in nero. Occupanti abusivi che provengono dal sottoproletariato urbano. Spesso in serie difficoltà. Questi hanno in qualche modo cercato di trasformare uno spazio degradato e sospeso in universo abitabile, di inventarsi una sorta di welfare informale e tollerato, fatto tanto di allacciamenti abusivi quanto di servizi che sono stati (con diversa efficacia) prospettati dalle politiche pubbliche. Lo Zen continua ancora oggi a essere presentato come un ghetto, un inferno, un'area di criminalità di strada che prospera nella segregazione del quartiere. La domanda centrale che tutto ciò pone riguarda la costruzione della differenza (come separazione dalla città). Con quali modi si rende palese, scrive Fava, la frattura sociale che rende lo Zen altro da Palermo e costruisce la sua popolazione come straniera alla stessa città cui appartiene? L'autore adotta la prospettiva di un'etnologia del presente propria degli studi di Gérard Althabe (il libro è stato originariamente pubblicato in Francia nel 2007 presso L'Harmattan di Parigi), lo Zen viene decostruito negli stereotipi che lo definiscono nel senso comune e che fanno barriera alla comprensione delle traiettorie e delle identità individuali che lo attraversano (discorsi sui media; analisi sociali, discorsi professionali). Poi gli incontri con i soggetti: gli scambi quotidiani, i racconti di vita, le esperienze istituzionali di assistenza sociale. Non basta raccontare ciò che è accaduto, scrive in apertura l'autore. E la sua scomposizione che permette di costruire prudentemente un senso. Ma è sempre la parola altrui, raccolta sul campo, a fondare il ragionamento. Questione controversa e dibattuta fin dagli anni sessanta nelle scienze sociali tra i fautori di chi ritiene ineludibile "far parlare" gli esclusi e chi bolla tutto questo di "onnipotente fantasia ventriloqua": una delle numerose, importanti questioni che il testo pone, nella ricchezza di un'indagine densa, complessa e presentata con molta attenzione agli aspetti di riflessione sul proprio farsi. Una seconda, forse un po' angolata, ma che merita analoga attenzione, riguarda il modo in cui è spiegata la devianza a mezzo di un discorso sulla (mancanza di) cultura. Il deficit di cultura dello Zen è considerato come pericolo che si riproduce e minaccia la città. Sembrerebbe solo un'esagerazione, ma a ben guardare c'è dell'altro. C'è il fatto che oggi il discorso sul territorio è colonizzato per intero dalla cultura. Una condizione che non ha nulla di scontato, ma rende piuttosto palese la centralità ossessiva sugli aspetti culturali del nostro acquietato presente. Ben oltre il territorio. Il senso stesso del legame sociale è riferibile alla cultura e non a questa fase del capitalismo (tanto che se questo legame è sfilacciato, come allo Zen, si cerca di restaurarlo nel locale e non attraverso azioni di emancipazione). Per quel che riguarda il territorio, la cultura è al centro nei ragionamenti sui caratteri identitari dei luoghi, sulle salvaguardie del paesaggio, sulla nozione, perlopiù statica, di patrimonio, nel ripristino della memoria industriale della città fordista. Attraverso un deficit di cultura si spiega il degrado dei luoghi. La devianza legale è spiegata nell'immaginario collettivo come devianza morale e questa come deficit di cultura. Nello stesso modo in cui nel multiculturalismo (tramontato ovunque, ma da noi ancora fiorente) le differenze sociali ed economiche sono naturalizzate in differenze culturali, nel dibattito attuale sul territorio e il suo progetto, problemi di natura assai diversa, sono naturalizzati in problemi di salvaguardia delle differenze culturali. Le quali valgono per sé, generalmente in modo statico e autistico. ■ c.bianchetti® fastwebnet.it C. Bianchetti insegna urbanistica al Politecnico di Torino La città non pianificata di Cristina Renzoni La città abusiva è "latente" perché nascosta, invisibile in quanto non rappresentata, una sorta di no-mapping city, "fuori dalla mappav come fuori dalla politica e fuori dal controllo". E latente perché si misura con un immaginario, in qualche misura condiviso, che rimane sotteso alle sue forme di (auto) costruzione. E latente perché trattiene, nelle sue pieghe, alcuni elementi di potenzialità da cui partire per la proposizione di progetti di futuro. Il titolo dello studio di Federico Zanfi (Città latenti. Un progetto per l'Italia abusiva, pp. 287, € 25, Bruno Mondadori, Milano 2008) sulla città non pianificata in Italia declina il suo aggettivo almeno in queste tre direzioni. In modo analogo, l'argomentazione sviluppata dall'autore si gioca su piani - e scale - differenti: sullo sfondo, sul territorio e sul progetto. La ricerca si costruisce collezionando elementi eterogenei (la letteratura sul dibattito disciplinare, rapporti di ricerca, cronache, strumenti urbanistici, progetti), che vengono incrociati e fatti reagire al di là di figure aprioristicamente definite. Esito di uno "sguardo laico", il testo si interroga sulla condizione del non pianificato, sul tipo di città che questi tessuti costruiscono nello spazio fisico del territorio; riflette sulla parzialità di alcune letture e sulla potenzialità di uno sguardo più curioso e minuto, che metta a fuoco contemporaneamente la dimensione teorica e operativa ' di un fenomeno sul quale l'urbanistica e l'archi- tettura si sono dedicate fino a oggi in modo marginale o parziale. In questo senso risulta significativo il modo in cui più volte viene riproposta l'immagine dei ferri di chiamata che sporgono dall'ultimo piano delle palazzine, protesi a "occupare l'aria" e lì rimasti ad arrugginirsi in attesa di un futuro che non è arrivato. Significativa perché di questo tipo di manufatti e di spazi non si enfatizzano degrado e difetto (di modernità, di servizi, di compiutezza), quanto piuttosto se ne sottolinea il carattere - in potenza - di apertura e indeterminatezza, infrangendo consolidati luoghi comuni. Su questo punto si gioca anche la lettura proposta dai sei saggi fotografici, raccolti nella parte centrale del volume, condotti da altrettanti fotografi su sei città abusive: Ardea (Latina) di Alessandro Lanzetta, Comiso (Ragusa) di Salvatore Gozzo, Marina di Acate (Ragusa) di Stefano Graziani, Marina di Mancaversa (Lecce) di Paolo De Stefano, Sarno (Salerno) di Claudio Sabatino e Marina di Strangoli (Crotone) di Andrea Per-toldeo. Fotografie a colori, che non hanno niente dello sguardo desolante di abbandono e degrado, teso a riconoscere pratiche che non ci sono più; l'obiettivo non si rivolge a oggetti e manufatti architettonici secondo logiche tipologiche e estetizzanti: questi piuttosto fungono da sfondo puntiforme da cui emergono con forza gli spazi tra le cose, i lotti vuoti, i greenfields in attesa di un uso, ma anche i brownfields in stand-by quali buchi - e potenzialità - di un'ipotetica trama di spazi collettivi. La coppia concettuale pubblico/privato costituisce una delle chiavi di lettura privilegiate, intesa nel senso indicato da Sloterdijk con l'immagine della "schiuma umana", in cui l'attenzione è prestata non tanto al conflitto tra i due termini, quanto alla molteplicità di attori e processi di negoziazione e di aggiustamento reciproco che l'opposizione richiede e consente: i singoli nuclei familiari (protagonisti di quella mobilitazione individualistica che ha costruito interi tessuti che og-gi scontano il passaggio alle seconde generazioni che a fatica si riconoscono in quel progetto di futuro), le amministrazioni locali e i loro apparati tecnici, le regioni e lo stato nella loro gestione delle competenze in materia di territorio, nonché la "folla oscura" dei professionisti locali che intorno alle pratiche di controllo e recupero della città abusiva costruiscono parte dei propri introiti professionali. A partire dai sei casi presi in esame (i cui criteri di scelta rimangono in parte oscuri), il testo individua alcuni "processi collaterali" attraverso i quali la città non pianificata ha preso forma e si è fatta spazio: tramatura, espansione, infiltrazione, erosione, densificazione e saturazione vengono scelte come parole chiave di un lessico che si de-: clina, in maniera flessibile e non deterministica, in azioni e strategie di intervento. Il tentativo è quello di costruire "logiche di intervento per un'agenda plurale" che spaziano dalla costruzione di azioni collettive (il cui carattere "dal basso" viene coltivato e incentivato), alla dotazione flessibile di infrastrutture ambientali in grado di fungere da supporto per insediamenti e pratiche non pre-definite (sul modello di Agro-city di Branzi, o di Filament-city dello studio Boeri), a interventi di sottrazione puntuale e di riuso e riciclo, fino alle pratiche del "lasciar deperire" e del non fare. Tra palme e buganvillee fiorite che spuntano al di là di recinzioni, l'immagine è pervasa da ampi brani di quello che, con una fortunata locuzione, Gilles Clément ha definito "terzo paesaggio": "spazi indecisi, privi di funzione sui quali è difficile posare un nome". H c.renzoni@gmail.com C. Renzoni è dottoranda di urbanistica all'Università Iuav di Venezia - mI