,„ L'INDICE ■■idei libri del mese ■■ Libro del mese I rivoluzionari invecchiano in silenzio di Diego Marconi Ragioni anagrafiche di Tiziana Magone Andrea Casalegno L'ATTENTATO pp. 140, € 12, Chiarelettere, Milano 2008 Nell'Attentato, Andrea Casalegno non parla soltanto, né prevalentemente, dell'omicidio di suo padre, il giornalista Carlo Casalegno, da parte di un "gruppo di fuoco" delle Brigate rosse il 16 novembre 1977. E nemmeno parla soltanto, né prevalentemente, delle vicende politiche degli anni settanta, della sinistra extraparlamentare di allora e del movi-mento-partito di Lotta continua, di cui faceva attivamente parte. Perciò il titolo del libro è fuorviarne; un titolo più appropriato sarebbe stato "Cose, eventi e soprattutto persone che sono state importanti nella vita di Andrea Casalegno". Alcune di queste persone sono o sono state molto note, come lo storico Luigi Salvatorelli, nonno materno di Andrea, o Adriano Sofri. Molte altre non lo sono affatto: sono parenti, amici, figli di amici. Le persone note non sono monumentalizzate, ma stanno accanto alle altre, per ciò che hanno significato per Andrea. Il punto di vista privato e la tonalità affettiva prevalgono sulla ricostruzione storica e sull'analisi politica, anche quando si parla di vicende di rilievo pubblico. Perciò questo testo non rientra nella memorialistica postsessantotti-na, anche se è, in parte, la storia di un adolescente di condizione borghese (che si descrive come afflitto da un permanente senso di inadeguatezza), cresciuto bruscamente attraverso la militanza politica di sinistra. Per questo aspetto, il racconto di Casalegno si distingue da altri dello stesso genere, oltre che per il fatto di essere particolarmente ben scritto, perché dà conto di una vita più dura e dolorosa di altre, cominciando dalla precocissima morte della madre e proseguendo con un rapporto con il padre che si intravede assai difficile; e poi l'assassinio di quel padre da parte di terroristi che la pubblica opinione quasi identificava (sia pure a torto) con la parte politica in cui Andrea stesso militava; e, infine, la malattia e la morte dell'amatissima moglie Betta, che è forse il centro di gravità affettivo di questo libro e gli dà un tono prevalente di elegia. Detto questo, non è che Casalegno non parli della sua esperienza politica nel movimento studentesco, nello Psiup e poi, più a lungo, in Lotta continua. Nei casi, non molto frequenti, in cui esprime giudizi sulle vicende di quegli anni (per lo più si limita a riportare i fatti in cui è stato più coinvolto), questi giudizi sono molto equilibrati: alla fine degli anni sessanta, i comunisti del Pei "non credevano nella libertà", che pure "avevano contribuito a riconquistare più di ogni altra forza politica"; Lotta continua forniva alle lotte operaie una prospettiva "esaltante" ma "illusoria"; i detenuti che facevano riferimento a essa "rivendicavano diritti che molti oggi sarebbero propensi a concedere", ma in seguito Lotta continua avrebbe lanciato "lo slogan massimalista e velleitario" "Liberare tutti!". Non si deve tuttavia cercare in questo libro una rimeditazione complessiva delle posizioni della sinistra estrema degli anni settanta. E evidente che Casalegno (come molti altri ex militanti) non condivide più integralmente quelle posizioni, ma, almeno qui, non ci dice se non occasionalmente quale parte di esse abbia ripudiato e a quale altra parte resti ancora fedele. Non è una critica, perché non è certo questo che il libro si proponeva di fare. E tuttavia questa lacuna, qui comprensibile, richiama alla mente il profondo e quasi universale silenzio (del resto più volte sottolineato) degli innumerevoli militanti marxisti rivoluzionari degli anni settanta del secolo scorso. Travolti politicamente prima dal terrorismo e poi dal 1989, hanno lasciato passare questi decenni senza dire se, in quale misura e perché esattamente avevano cambiato idea, o se invece restavano fedeli ai vecchi discorsi e semplicemente prendevano atto della loro esclusione dallo spazio pubblico. Con poche eccezioni, una parte considerevole di una generazione che era stata molto attiva politicamente invecchia nel silenzio: forse questo silenzio è una delle cause dello stato desolante del dibattito politico di questi anni, o forse ne è un effetto, non saprei dire. Su un punto, peraltro non secondario, non sono d'accordo con Casalegno: l'equiparazione morale dei terroristi assassini e di coloro che, sapendo, non li denunciarono. "Chiunque sa che una persona che lui conosce è un assassino e non lo denuncia è a sua volta un assassino"; "Denunciare un militante clandestino è l'unico modo per fermarlo. Chi non lo fa è colpevole come lui". Casa-legno motiva questi suoi giudizi anche sul piano giuridico, facendo ricorso al concetto di "dolo eventuale"; e qui ne sa certo più di me. Ma, sul piano morale, a me pare che ruoli causali diversi determinino gradi di colpevolezza diversi. Chi sapeva dei campi di sterminio e taceva è certo colpevole, ma non quanto chi ordinò, diresse ed eseguì lo sterminio. Chi conosceva un potenziale assassino avrebbe dovuto denunciarlo, e ha fatto male a non farlo; l'as- sassinio, se c'è stato, dipende anche dalla sua omissione; ma dipende molto di più da chi ha premuto il grilletto, da chi ha ordinato di premerlo, da chi ha procurato l'arma (del resto, abbiamo forse il merito di una buona azione perché non abbiamo fatto nulla per impedirla?). L'equiparazione di tutte le responsabilità, dirette, indirette ed eventuali, è caratteristica di un radicalismo morale che, a mio giudizio, è fonte di pericolose confusioni: offusca la responsabilità dei veri e diretti colpevoli e promuove un coinvolgimento generale che, in casi analoghi, è stato la premessa di un'assoluzione generale. E possibile che, nel caso di Andrea Casalegno, queste valu- tazioni siano motivate anche dalla preoccupazione di non aver l'aria di voler esentare l'estrema sinistra, e in particolare Lotta continua, dalla responsabilità del terrorismo ("Avevamo sempre condannato la lotta armata (...) Ma non eravamo innocenti"; "Negli anni Settanta, di quella follia fummo parte anche noi militanti dei gruppi. Le nostre parole d'ordine contribuirono a creare il retroterra ideologico che consentì alle menti più fragili ed esaltate di autoproclamarsi combattenti della rivoluzione"). Giusto, e importante; e giustamente Casalegno ricorda la nascita del sanguinario gruppo di Prima linea da frange del servizio d'ordine di Lotta continua. Ma non è meno importante sottolineare la distanza tra le forme di lotta e lo stile politico di Lotta continua, nel suo insieme, e la pratica del terrorismo (che, tra l'altro, fu sicuramente effetto, ma anche una delle cause della sconfitta politica della sinistra extraparlamentare). Lo dice uno che per quello stile politico non ebbe, a suo tempo, grande simpatia. Insomma, le assunzioni di responsabilità sono forse doverose e comunque rispettabili, ma se a questo punto, passati tanti anni, vogliamo capire com'è andata, le distinzioni, come sempre, sono essenziali. ■ diego.marconi@unito.it D. Marconi insegna filosofia del linguaggio all'Università di Torino Può essere interessante soffermarsi su altri due aspetti di pubblica rilevanza che il libro di Andrea Casalegno solleva. H primo è che l'autore, ex militante di Lotta continua, senza ripudiare il suo passato, ma semplicemente osservandolo con il filtro equilibratore del tempo, confessa di non avere più certezze circa l'estraneità di Sofri, Pietrostefani e Bompressi all'omicidio di Luigi Calabresi. D secondo è che questo libro, insieme a una manciata di altri - come le indagini di Giovanni Fasanella (cfr. "L'Indice", 2007, n. 2) e le ricostruzioni di Sa- bina Rossa (Guido Rossa, mio padre, pp. 199, € 8,80, Rizzoli, Milano 2006) e Agnese Moro (Un uomo così. Ricordando mio padre, pp. 201, € 8,60, Rizzoli, Milano 2003), ma soprattutto il libro di Mario Calabresi (Spingendo la notte più in là, pp. 131, € 14,50, Mondadori, Milano 2007) -, contribuisce a colmare una lacuna e una distorsione nella memorialistica degli anni di piombo, fino a pochi anni fa disponibile attraverso le testimonianze dei soli terroristi. I libri di Casalegno e Calabresi hanno molti punti di contatto e, in modo dissonante, rendono palesi quegli anni luce di lontananza di cui parla Enrico Donaggio (su questo numero, a p. 8) tra chi il Sessantotto lo ha fatto e chi è venuto dopo e forse lo ha subito. Casalegno decide, a metà degli anni settanta, di lasciare l'eredità di suo nonno all'organizzazione politica nella quale militava. Oggi ripudia quella scelta, ma ci dice che allora la sua decisione "per la maggior parte dei compagni era semplicemente ovvia". L'idea di restituire, in moneta sonante, una parte dei privilegi e agi che un figlio della buona borghesia aveva ricevuto in eredità per compensare le distorsioni di un sistema economico intrinsecamente iniquo è, per chi è nato alla fine degli anni sessanta, una macroscopica bizzarria, ma anche una strada non praticabile per due ordini di ragioni. L'eredità, di qualsiasi forma o entità, è stata per molti la base necessaria e non rinunciabile della loro sussistenza, ma, anche trascurando le scarse e precarie retribuzioni che continuano ad accompagnarne le vite, a chi avrebbero potuto devolvere le loro sostanze? Con quale organizzazione, movimento o progetto politico avrebbero potuto identificarsi a tal punto? Anche per chi ha vissuto la politica con un alto grado di passione e partecipazione la domanda non trova risposta. Calabresi, che pure è nato nel 1970, commette un errore di valutazione: sovrappone la percezione di quegli anni della generazione dei protagonisti (quella di Casalegno) a quella della generazione dei loro figli, che risultano così oscurati. C'è un capitolo nel suo libro che lo illustra bene: quello in cui ricostruisce l'omicidio del brigadiere Antonino Custrà a partire da una fotografia. La foto ritrae un ragazzo con stivaletti e passamontagna che, in via De Amicis a Milano, impugna una pistola. Scrive Calabresi: "La foto fa il giro del mondo. (...) È l'emblema dello scontro che incendia l'Italia, lo scatto simbolo del Settantasette di una generazione perduta nella violenza (...) Se qualcuno si prende la briga di girare la foto, di guardare a via De Amicis con gli occhi dei ragazzi con la P38, vedrebbe degli uomini in divisa (...) vedrebbe un proiettile colpire un ragazzo di ventidue anni". Altre volte, in altre vie, erano i magistrati e i giornalisti a cadere. Ma c'era qualcuno che ha necessariamente visto le cose da quella prospettiva, anche se non era coinvolto direttamente in quelle tragedie. I bambini di allora vedevano solo le vittime. Hanno acquisito dapprima familiarità con esse. Le loro immagini emblematiche di quegli anni non erano fatte di ragazzi con la P38, ma di corpi crivellati sui marciapiedi, nei cortili o sui sedili delle auto. A essi si affiancava subito un nome, poi un volto sulle pagine dei giornali del giorno dopo. Assenti e infinitamente lontani erano invece gli aggressori, di cui non si conoscevano allora né i tratti né il nome e che si celavano dietro una nebulosa di sigle dal significato oscuro. Sono stati loro i grandi assenti nell'immaginario giovanile di un quarantenne di oggi. Chi ha voluto saperne di più li ha incontrati dopo. Ne ha scoperto il volto nelle inchieste di Sergio Zavoli, ha progressivamente imparato a distinguere nomi, sigle e provenienze attraverso i loro libri e interviste. A quel tempo erano già dei prigionieri, disarmati e sconfitti, e non facevano più paura. La ragione di questa diversa ottica non sta nella presunta superiorità morale dei bambini, ma semplicemente nel fatto che le loro menti non erano attrezzate a cogliere la complessità fumosa di quel mondo, e che le loro vite non avevano un passato comune di militanza e di stagioni di lotte condivise. Dilemmi come "stare con lo stato o con le Br" non se li sono mai posti, espressioni come "compagni che sbagliano" o "resistenza tradita" non potevano essere le loro parole. Non hanno scelto, lo hanno fatto per loro ragioni di natura anagrafica. ■ •e ///