A Magari Le deuxième sexe, sebbene sia l'opera beauvoiriana per eccellenza, di successo, quella più ricca e venduta (ma in quanti l'hanno letta integralmente, nonostante in molti la ritengano una specie di bibbia?), è un testo che non ha più nulla da dirci, perlomeno sotto il profilo filosofico, sempre che abbia avuto da dirci qualcosa in passato, e/o che non fosse meramente "a modern-day sex manual", come lo giudicava Bianche Knopf. Certo, Betty Friedan ha riconosciuto a de Beauvoir il merito di averle fatto comprendere la condizione delle donne, ma se non ci si chiede quali siano queste donne, e se nel chiedercelo ci si trova costretti a rispondere che le donne in questione non sono altro (a voler essere generosi) che tante ambivalenti de Beauvoir, il merito può trasformarsi rapidamente in un demerito. E se nel volume c'è qualcosa di filosofico, esso si trova talmente ingarbugliato con molte altre considerazioni non sempre appropriate (di tipo antropologico, biologico, letterario, politico, psicoanalitico, sociologico, storico, e via dicendo) da restituirci l'idea di una dea-scrit-trice assurdamente onnisciente, o di una vampira-scrittrice che amalgama alla rinfusa quanto riesce a trovare alla Bibliothèque Nationale. C'è di sicuro un po' di Agostino, Aristotele, Diderot, Engels, Hegel, Kierkegaard, Marx, Merleau-Ponty, Montaigne, Montesquieu, Nietzsche, Platone, Rousseau, Sartre; c'è di sicuro un po' di accidente, altro, assoluto, determinismo, dualismo, essenza, esistenzialismo, fenomenologia, immanenza, materialismo storico, nulla, mitsein, soggetto, sostanza, trascendenza, uno, mentre c'è pochissimo Descartes, Locke, Pascal, Spinoza, Voltaire. Ma tutto ciò è lungi dal restituirci una filosofia beauvoiriana compiuta, invece che posticcia, specie quando de Beauvoir privilegia i motti, piuttosto che le argomentazioni, delle diverse filosofie a cui si ispira, e in ogni caso evita spesso le filosofie che argomentano per concedersi più facilmente a quelle che abbagliano per retorica ed effetti speciali. C'è chi viene in soccorso di de Beauvoir, sostenendo che, nonostante tutto, ha piegato in modo originale la filosofia - sebbene una cattiva, fragile filosofia - alle tematiche del sesso e della sessualità. Sinceramente, non vedo come si possa venire in soccorso della cattiva, fragile filosofia di chiunque, solo perché il soggetto che tratta è (più o meno) nuovo. Nuovo? E il Simposio di Platone? Se comunque applicassi una cattiva e fragile filosofia al portapenne della mia scrivania per circa mille pagine, acquisirei davvero qualche seria credibilità nell'olimpo filosofico francese? Quando, invece, mi viene detto che la sostanziale innovazione di de Beauvoir si situa nell'insistere sull'eguaglianza delle donne, replico che di innovazione non si tratta affatto: basta leggersi (tra le altre) le belle pagine di John Stuart Miìl e Harriet Taylor (si veda, in traduzione italiana, il loro Sull'eguaglianza e l'emancipazione femminile, edito da Einaudi). Qualora si insista poi sul fatto che la reale rivoluzione di de Beauvoir consiste in una disamina acuta di come le donne sperimentano il proprio corpo e il proprio esistere in quanto donne, ribatto che c'è sempre un lato soggettivo del proprio sperimentare e del proprio esistere, che c'è un effetto che fa a me essere donna che non è l'effetto che fa a te essere donna, perché c'è un modo di conoscere che è "interno", o "in prima persona" (si veda, per esempio, Thomas Nagel, What Is It Like to Be a Bat?, "Philosophical Review", n. 83). Ancora, si può sostenere che l'effettiva originalità di de Beauvoir si condensi tutta nel Libro secondo. L'esperienza vissuta di Le deuxième sexe, il libro controverso, polemico, uscito a cinque mesi dal primo, nel novembre del 1949, che ha scandalizzato, e oggi non ci scandalizza più perché i "costumi" sono mutati. Scandalizza invece e ancora la sottoscritta. Basta citare un capitolo, quello intitolato La lesbica, per capire quanto l'articolo determinativo, ricorrente anche in altri capitoli (La fanciulla, Il iniziazione sessuale, La donna sposata, La madre, La vita di società, La donna narcisista, La donna innamorata, La donna mistica, La donna indipendente), ci restituisca, volen- te o nolente, tutta una lunga serie di luoghi comuni (ed eterosessisti) sul lesbismo, spesso incoerenti tra loro, stereotipi forse legati alla cultura del tempo, ma anche a una qualche appiccicosa ignoranza o censura di de Beauvoir stessa. La lesbienne ci offende per il tentativo (peraltro rinnegato e comunque mal riuscito) di rintracciare un'unica lesbica, un modo singolare di poter/dover essere lesbica, che troppo spesso ha a che fare con un'assoluta sovranità erotica o un'altrettanto assoluta indifferenza, più che con una vera e propria scelta di esistere, di amare, di cui l'erotismo viene a fare parte integrante. Anche quattro sole citazioni sono illuminanti in proposito: "L'omosessualità può essere per la donna tanto un modo di respingere quanto di assumere la propria condizione"; "Come la donna frigida desidera il piacere pur rifiutandolo, la lesbica spesso vorrebbe essere una donna normale e completa, pur non volendolo"; La donna lesbica è "pari a un castrato (...) imperfetta come donna, impotente come uomo"; "Assenza o insuccesso di relazioni eterosessuali (...) voterà [le lesbiche] all'inversione". Sì, mia cara Simone, ti tradisci davvero, quando continui a parlare di lesbismo come di un'inversione (rispetto a che?), e non riesci neanche a immaginare, figuriamoci ad anticipare, la complessità delle filosofie lesbiche, che analizzano temi come l'amicizia, l'amore, l'autobiografia, il "continuum", l'etica, il desiderio, il diritto, i femminismi, la letteratura, il nomadismo, l'oppressione, la politica, i razzismi, la salute, la sessualità, il separatismo, la violenza, la storia, e molti altri, tra cui la maternità lesbica che a te avrebbe fatto orrore per il solo fatto di essere "maternità". Mi si rimprovererà a questo punto di non aver ancor menzionato il famoso slogan con cui il secondo libro si apre: "Donna non si nasce, lo si diventa". In realtà, non volevo nominarlo: è solo uno slogan sovrastimato. Vi si parla di "donna" e non "di donne": il concetto di donna, soprattutto quando lo si traduce in "La donna" (al pari di "La lesbica", e via dicendo) conferisce credito alla convinzione che l'essenza della donna non sia una finzione al servizio del maschilismo e dell'eterosessismo. Eppure lo slogan riassume la "vera" de Beauvoir, incapace di capire che parlare di "donna", e non di "donne", conduce a legittimare determinate pratiche e a delegittimarne altre: per esempio, ad assegnare alla donna e, pertanto, alle donne ruoli culturali, intellettuali, professionali, sociali, distinti e inferiori rispetto ai ruoli assegnati all'uomo e, pertanto, agli uomini. Per di più, lo slogan non anticipa la distinzione tra sesso e genere, non solo perché de Beauvoir stessa non utilizza i termini (la lingua francese, del resto, non ne agevola l'impiego) e tratta esplicitamente solo di "secondo sesso", non di "secondo genere", ma anche perché i termini che adopera ("femmina" e "donna") possono rimandare a concetti legati sia alla natura, sia alla cultura; sempre che la distinzione tra natura e cultura abbia senso, che ci siano solo due sessi (cosa assai dubbia) e solo due generi (cosa altrettanto dubbia). Meglio, decisamente meglio, addentrarsi nelle meravigliose complessità della differenza tra sesso e genere leggendo "la più lunga lettera d'amore della storia", ovvero Orlando di Virginia Woolf, e lo stesso vale per capire qualcosa del concetto di donna: '"Che cosa, dunque? Chi, dunque?' diceva Orlando. 'Trentasei, in macchina; una donna. Sì, ma un milione di altre cose ancora. Snob, io? La Giarrettiera, nel vestibolo? I leopardi? I miei antenati? Orgogliosa di essi? Sì! Golosa, lussuriosa, viziosa? Io? (Qui entrò un nuovo io.) Me ne importa un fico, se lo sono. Sincera? Credo di sì. Generosa? Oh, ma questo non conta. (Qui entrò un nuovo io.) Starsene a letto al mattino, a sentire tubare i piccioni fra le lenzuola di tela d'Irlanda; piatti d'argento; vini; cameriere; domestici. Viziata? Forse. Troppe cose per nulla'". (Orlando, Mondadori, 1996). Le differenze tra Virginia Woolf e Simone de Beauvoir sono molteplici, a partire da una, oltremodo evidente: la prima, a differenza della seconda, è una scrittrice e pensatrice di eccelsa levatura. E Virginia Woolf pensava che la superiorità intellettuale e creativa non fosse né maschile, né femminile, bensì semplicemente androgina, al contrario di de Beauvoir, che ha sempre cercato di imporsi come la pensatrice (o il pensatore?) in un mondo declinato tutto al maschile. ■ niclaSnous.unige.it N. Vassallo insegna filosofia teoretica all'Università di Genova A ni dopo una coda, L'Aids e le sue metafore (1989), in cui Sontag, analogamente, polemizzerà con la tendenza diffusissima negli anni ottanta di marchiare l'Aids come "peste moderna", ammonendo sull'utilizzo di figure improprie che altro non sono se non il frutto della costruzione di un clima sociale di paura. A completare i grandi saggi degli anni settanta, usciva nel 1980 Sotto il segno di Saturno, da molti ritenuto la sua migliore raccolta, contenente pezzi rimasti memorabili su Artaud, Canetti e Barthes, un entusiastico (e poco condiviso) apprezzamento dell'Hitler di Syberberg, una cruciale analisi sul Trauerspiel benja-miniano e un'importante polemica su Leni Riefenstahl, la "regista di Hitler", autrice del celebratissimo (anche in tempi recenti) Olimpia. Il Fascino fascista (questo il titolo del saggio) che Riefenstahl ha esercitato tanto sulla cultura nazista quanto su quella "democratica" è per Sontag eticamente inaccettabile, poiché è impossibile separare l'appeal estetico delle immagini di Riefenstahl dalle loro implicazioni morali. Anche autrice di romanzi - primo fra tutti L'amante del vulcano (Mondadori, 1955), ambientato nella Napoli settecentesca - Sontag amava definirsi prima di tutto una narratrice, perché nel narrare vedeva concentrati tutti i capisaldi della funzione dell'intellettuale, "consapevolezza, dubbio, scrupolo, meticolosità". Ma non vi è dubbio che il suo ruolo pubblico di intellettuale fu sempre definito dalla sua statura di critica letteraria, che la rendeva - come ha recentemente commentato la "New York Review of Books" - "caso più unico che raro, un critico letterario-celebrità". Esce ora una sua raccolta postuma di scritti, Nello stesso tempo (pp. 198, € 17, Mondadori, Milano 2008), curata dal figlio David Rieff, da Anne Jump e dal traduttore italiano Paolo Dilonardo. Pur contenendo, nella tradizione della migliore Susan Sontag, alcune strepitose scoperte o riscoperte (in particolare il pezzo su Il caso Tulaev di Victor Serge e quello su Sotto il ghiaccio del quasi ignoto premio Nobel islandese Haildor Laxness), è questa un'opera più diseguale, perché l'autrice non fece in tempo - come spiega il figlio nell'introduzione - a fissarla in una forma definitiva. Ciò nonostante (verrebbe quasi da dire "nello stesso tempo") si tratta di un volume di grande attualità, una sorta di ricapitolazione di alcune delle pagine più nere della storia americana recente, gli anni dell'amministrazione Bush, durante i quali - e in risposta ai quali - la maggior parte di questi saggi sono stati scritti. Ecco dunque lo sdegno per la cosiddetta "guerra al terrore": un saggio sugli orrori di Abu Graib ("quelle fotografie sono noi. Sono cioè rappresentative delle politiche adottate da questa amministrazione e della fondamentale corruzione del dominio coloniale"); i pezzi del dopo 11 settembre, in cui Sontag prontamente denuncia, voce fuori dal coro del "patriottismo" imposto come logica di stato, la pratica del nascondimento della realtà per fini bellici ("i nostri leader ci hanno fatto capire che considerano il proprio compito pubblico un compito di manipolazione: di costruzione della fiducia e gestione del dolore"). E anche, soprattutto, i saggi letterari, in cui continua a trovare nei molteplici fili della cultura europea ciò che vede assente in America: la figura dell'intellettuale che resiste all'imperialismo dominante, l'idea della letteratura come strumento di protesta politica, il convincimento nella responsabilità degli intellettuali a difendere la libertà. Preoccupata della diffusione nel mondo di un modello imperialista, eminentemente americano, di società dei consumi, in uno dei suoi ultimi discorsi avverte che "viviamo in una cultura votata a un'avidità che ci accomuna" e contro di essa invoca, forse nostalgicamente, una società fondata su "un principio di altruismo, di considerazione per gli altri", senza cui la cultura non può esistere. I saggi di Nello stesso tempo sono tutti ugualmente pervasi da un forte senso di perdita e di lutto di fronte all'ammasso di rovine che la storia recente ha creato e dalle quali è compito dell'America a venire tentare di risollevarsi. Difficile da definire "eccessiva", è questa l'emozione che aveva da sempre accompagnato il viaggio intellettuale di Susan Sontag, critica che sapeva commuoversi, sempre con mente lucida e prosa cristallina, tanto di fronte alle immagini delle atrocità belliche quanto nella lettura dei Fratelli Karamazov, perché per lei la realtà, e con essa la letteratura, non erano solo atti mentali, ma vere e proprie scosse alla coscienza. Senza di lei, "americana di terza generazione di origini ebraiche polacco-lituane (...) nata due settimane prima dell'ascesa di Hitler al potere", New York oggi appare -scriveva il "New Yorker" nell'articolo di commiato pubblicato pochi giorni dopo la morte, avvenuta il 28 dicembre 2004 - "un posto più freddo".