L'ombra dei mormoni di Gianfranca Balestra Alissa York LA QUARTA MOGLIE ed. orig. 2006, trad. dall'inglese di Roberto Serrai, pp. 478, €16,50, Giunti, Firenze 2008 Ggiunge dal Canada il ro-ìanzo di una nuova scrittrice di talento (già autrice di un altro romanzo e di una raccolta di racconti) che va ad arricchire il folto panorama di scrittrici di quel paese. Giunge dal Canada, ma non ci parla-del Canada, come se la questione dell'identità canadese, che ha occupato gran parte del dibattito culturale nazionale nei decenni passati, fosse ormai finalmente superata. La ricerca dell'identità, il bisogno di differenziarsi dall'ingombrante vicino statunitense forse non sono più così urgenti e gli scrittori possono migrare liberamente con l'immaginazione al di là dei confini geografici e culturali. Se un tempo, come scrisse Edmund Wilson, si tendeva a immaginare il Canada come una vasta riserva di caccia degli Stati Uniti, in senso reale e metaforico, ora lo sconfinamento può avvenire nell'altra direzione. È quello che fa Alissa York La quarta moglie, ambientato negli Stati Uniti della seconda metà dell'Ottocento, nel mondo dei pionieri. Al centro nascosto del romanzo vi è uno degli episodi più terribili che insanguinarono il territorio americano, il massacro di Mountain Meadows, quando, ITI settembre 1857, una carovana in viaggio verso ovest fu attaccata da un gruppo di mormoni e di indiani: sul campo rimasero oltre cento cadaveri martoriati e solo diciassette bambini si salvarono. Fra i sopravvissuti nel romanzo c'è la "quarta moglie", la bambina segnata per sempre da quell'eccidio, il cui trauma riaffiorerà lentamente nel romanzo, attraverso sogni, frammenti di memoria, lettere della madre adottiva. Il titolo italiano del romanzo evoca il personaggio principale e il tema centrale della poligamia, trattato nel contesto della cultura mormone, che la praticò fino al 1890, anno in cui fu ufficialmente abolita dalla chiesa mormone. La narrazione dei rapporti che si instaurano all'interno di una famiglia poligamica, l'indagine sui meccanismi psicologici, sui ruoli, sulle ragioni economiche di questo tipo di struttura sociale sono particolarmente interessanti. Alissa York immagina e racconta sapientemente i meccanismi che si instaurano all'interno Letterature di questa famiglia e i ruoli che le quattro mogli assumono al suo interno. I ruoli tradizionali delle donne sono qui scissi in tre figure: la prima moglie rappresenta l'amore (per quanto imperfetto perché il marito la ama non ricambiato), ma anche il potere che detiene nell'organizzazione familiare, in quanto dirige la casa, la cucina, i figli; la seconda moglie rappresenta la funzione riproduttiva, viene messa incinta in rapporti finalizzati a questo obiettivo; la terza moglie, che ha un passato di attricetta dai facili costumi ed è pronta a interpretare ogni notte per il marito una donna diversa, rappresenta la componente esclusivamente sessuale del rapporto. E la quarta moglie? In apparenza non svolge un ruolo femminile tradizionale, ma è la tassidermista, l'impagliatrice degli animali uccisi dal marito, che l'ha scelta proprio per questa sua arte, descritta nei particolari anche più cruenti e disgustosi. Il suo ruolo, dunque, dovrebbe essere quello di celebrare la gloria di cacciatore dell'uomo, ma viene gradualmente destabilizzato. La sua figura introduce uno dei temi centrali del romanzo, quello forse più misterioso e inquietante, il rapporto fra esseri umani e animali, in una prospettiva che sembra confondere i limiti tradizionalmente accettati. Dorrie, la La storia di Rebecca di Camilla Valletti Joyce Carol Oates LA FIGLIA DELLO STRANIERO ed. orig. 2003, trad. dall'inglese di Giuseppe Costigliola, pp. 670, €20, Mondadori, Milano 2008 Uscita a stralci su riviste diverse e poi assemblata l'anno scorso dalla "The Ontario Review", esce anche in Italia la nuova opera di questa inesauribile scrittrice. Traboccante di idee, di temi, di rivisitazioni storiche, anche questo The Gravedigger's Daughter (il titolo originale fa esplicito riferimento al mestiere del padre della protagonista) è un romanzo di formazione che parte poco prima della seconda guerra mondiale per arrivare alla fine degli anni novanta. Anche in questo caso, a essere raccontato è soprattutto il cambiamento del paesaggio americano, su cui si staglia una figura di donna, Rebecca, dalla morale strana e del tutto indipendente dalle convenzioni (sembra quasi un traslato della Tess di Thomas Hardy), alla ricerca di un luogo dove mettere radici. È figlia di una famiglia di origine ebrea, fuggita dall'Europa e trapiantata nel cuore dell'America rurale, con le sue bassezze e la sua profonda ignoranza. Il padre fa il becchino, la madre è colta da una gravissima depressione che la costringe a letto. Rebecca e i suoi due fratelli maggiori sono testimoni della lenta decadenza dei genitori e della fine del loro amore. I soldi non bastano mai, la famiglia è ormai sull'orlo della miseria. Il padre, disperato, stermina la famiglia con un fucile e poi si spara in pieno viso. Rebecca scampa alla tragedia: ma qui inizierà la sua vita nomade e violenta che la porterà a unirsi con un criminale alcolizzato da cui avrà un figlio amadssimo. Fuggirà anche da lui, dopo una scena madre di puro abbrutimento, e, con una nuova identità, si costruirà una vita a San Francisco dove, finalmente, incontrerà l'uomo della sua vita, un jazzista, con cui riuscirà a mettere insieme una specie di famiglia. Questa, in soldoni, la trama, da cui si evince che siamo davanti a un tipico feuilleton dove stanno pigiati dentro elementi di diversa natura quali: il razzismo, la miseria, l'identità, la violenza, la sessualità, la lotta tra i generi, la maternità, l'arte, la natura, il coraggio, la diversità. La capacità di questa scrittrice, sempre sul filo di scadere nel trash, nel sentimentalismo, nella volgarità, è quella di mescolarli tutti insieme per dare vita a un personaggio. La sua Rebecca è del tutto inedita, ebrea, zingara, seduttiva, feroce con se stessa e con gli altri, madre tenerissima e silenziosa, amante appassionata, icona di bellezza anni cinquanta. Una donna che ha, nonostante tutti i suoi difetti letterari e non, una forza propulsiva che le consente di attraversare la storia, anche quella dell'Olocausto. La prima parte del romanzo è decisamente migliore. Ci sono pagine di grande intensità, scritte con una naturalezza che sorprende: in particolare quelle dedicate al lavoro di cameriera di Rebecca in un grande, anonimo, albergo di provincia. Le descrizioni delle sue monotone giornate nell'afa estiva, la sua divisa in rayon, l'obbligo di indossare le calze, le stanze lasciate in condizioni indecenti da clienti maleducati, l'ostinata ricerca di solitudine, il grande carrello per trasportare montagne di lenzuola sono memorabili. La seconda parte, invece, è più di maniera: risultano grevi le osservazioni sul genio musicale, su Monk e la anarchicità del jazz, sull'amore condiviso, sulla rispettabilità. In barba ai suoi quasi ottanta romanzi, Joyce Carol Oates si conferma adatta a raccontare storie di lotta, di conflitto insanabile, di estraneità e sconfitta; il lieto fine non le si addice. quarta moglie, è descritta come una "selvatica", che vive con i suoi animali morti e impagliati e nei sogni si trasforma in un corvo e vola su paesaggi insanguinati dalle violenze che rimandano al massacro a cui è sopravvissuta. Forse l'arte di impagliare è un modo per esorcizzare la morte: gli animali uccisi e impagliati non fanno più paura, anche se la famiglia di lupi che le viene portata a un certo punto fa riaffiorare terrori rimossi. Forse quei trofei sul muro sono opere d'arte, effigi da venerare: ricordiamo che Effigy è il titolo originale del libro, che porta anche in esergo alcuni versi di Sylvia Plath: "Come vorrei credere nella tenerezza - / il volto dell'effige, ingentilito dalle candele, / Chino, proprio su di me, i dolci occhi". Anche la seconda moglie, la donna-madre, in verità affida la cura dei figli alla prima moglie e si occupa di animali, nel suo caso di bachi da seta, che alleva con infinita cura. L'animalità, il controllo che gli uomini esercitano sugli animali, il venir meno dei confini fra animale e uomo/donna sono rappresentati in vari modi: attraverso i riferimenti alla cultura nativa, ma anche attraverso il circo e i suoi animali, i freaks che vengono esibiti insieme agli animali, come la donna cane con la quale uno dei personaggi principali ha una relazione sessuale. Animali veri e sognati, animali simbolici e totemici, similitudini animali e linguaggio metaforico, che attinge al mondo animale, popolano questo libro bizzarro e ne costituiscono il ricco sostrato. Quello che ci sembrerebbe mostruoso, se letto con sguardo eurocentrico del XXI secolo, con la scrittura di Alissa York diventa un modo per conoscere l'altro, per ricostruire mondi sconosciuti con delicatezza e consapevolezza storica.. Il libro nasce da una ricerca approfondita sul periodo storico e sulla religione e le tradizioni dei mormoni, una storia complessa che si intreccia con le vicende individuali dei personaggi del romanzo. York tiene abilmente insieme i fili intrecciati del racconto, che coinvolgono le vite di più personaggi, il loro passato e le loro memorie, luoghi e tempi diversi. La stessa scrittrice spiega di avere scritto le storie di ciascun personaggio separatamente dall'inizio alla fine e di avere poi stampato i fogli a caratteri molto piccoli, di averli messi sul pavimento e assemblati secondo un diverso ordine, con un effetto di frammentazione, con punti di vista diversi, fino al momento in cui le storie hanno cominciato a intrecciarsi e volgere alla conclusione. Soprattutto, la scrittura di Alissa York, tradotta con perizia da Roberto Serrai, ha l'intensità della poesia e la flessibilità per passare a registri diversi, senza perdere mai di vista il racconto, il piacere di raccontare una storia che si offre al piacere della lettura. * balestra@unisi.it Occasione persa di Federico Novaro James Purdy LA FIGLIA PERDUTA ed. orig. 1997, trad. dall'inglese di Isabella Zani, pp. 184, €11, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008 Strano destino si trova ad avere in Italia James Purdy. Einaudi, fra il 1960 e il 1974, lo pubblicò con continuità, sino a farne un proprio autore di punta, poi più niente, salvo rare ristampe; malgrado Purdy abbia continuato a produrre, Einaudi sembra averlo dimenticato. Solo nel 1989 esce Nel palmo della mano da Gremese; nel 1990 esce poi da Se Come in una tomba e nel 1991 La fiamma dei tuoi occhi. Di nuovo ci vuole un decennio perché minimum fax provi a rilanciare Purdy, con Malcolm (2004) e II nipote (2005), nelle storiche traduzioni di Bossi. Sembrava minimum fax volesse intraprendere la riscoperta di Purdy, ma ai due titoli non ne è seguito alcuno. Quest'estate però, inatteso, Purdy si è riaffacciato in libreria. "(...) nato nel 1923 a Fre-mont, Chicago. Autore molto prolifico, ha pubblicato numerosi romanzi, alcune raccolte di poesia e tre testi teatrali. Le sue opere sono state tradotte in più di trenta Paesi. Gore Vidal lo ha definito 'un autentico genio'": questo è quanto l'editore ci dice sull'autore, nel risvolto di La figlia perduta, camuffando il libro da feuilleton di facile consumo, a cominciare dal titolo, proseguendo per la citazione in quarta, l'immagine di copertina, e aiutato forse da una traduzione spesso legnosa. Le fiammeggianti vicende di Gertrude, investigate dalla madre nel tentativo di conoscere dopo la morte una figlia che le fu estranea; i personaggi di una Chicago leggendaria e rimpianta; l'eco di libri forse pensati e non scritti; l'uso anche ironico del mito greco precipitato nei salotti di una borghesia sull'orlo dell'abisso; l'omaggio all'amica di una vita; l'eco dei luoghi dell'adolescenza; un linguaggio in bilico fra parodia e affetto; tutto questo, sradicato dal suo contesto, sembra scadere in un vieto passatismo, risulta indecifrabile. Per la diffusione di Purdy in Italia un'altra occasione persa. ■ Le nostre e-mail direttore@lindice. 191 .it redazione@lindice.com ufficiostampa@lindice.net abbonamenti@lindice.net G. Balestra insegna letteratura angloamericana all'Università di Siena