N io L'ndice 36 Cj • K> k O HO CO o GQ L'identità italiana ed europea tra Sette e Ottocento, a cura di Anna Ascenzi e Laura Meiosi, pp. 181, € 24, Olschki, Firenze 2008 I saggi raccolti in questo volume, che pubblica gli atti di una giornata di studi promossa dall'Università di Macerata nel 2005, appartengono a discipline molto diverse e molto lontane fra loro: la storia del teatro e del melodramma, la linguistica e la storia della lingua, l'arte figurativa, la storia regionale e quella delle istituzioni scolastiche. È un profilo eterogeneo che trova tuttavia una profonda ragione unitaria nel concetto di identità. Strategie drammatiche e spettacoli musicali, teorie della lingua e tecniche del ritratto, mitologie locali e nazionali, vicende turistiche e scolastiche: sono altrettanti "veicoli" iden-titari elaborati in Italia fra Illuminismo e Risorgimento, all'insegna di una "specificità italiana" presentata insieme come frutto della tradizione e progetto politico-cultu-rale del nuovo stato. Da questo punto di vista, il gesto innovatore di Scipione Maf-fei che con la Merope, al principio del Settecento, immagina un "teatro totale" e "civile" in prospettiva anti-francese, o la lettura politica del Nabucco verdiano, nel cuore del Risorgimento, hanno lo stesso valore di costruzione di un'immagine e di una coscienza nazionale. Che poi un simile paradigma, come osserva giustamente Amedeo Quondam nell'introduzione al volume, sia stato fin dall'inizio anticlassicistico e "in diretta contrapposizione alle disprezzate corti degli stati signorili di Antico Regime" è davvero la cifra deH"'anomalia italiana": il "canone risorgimentale" censura infatti l'eredità classica e della "forma" ideale dell'imitatio, sostituendola con il mito "moderno" di Dante Alighieri e delle libertà comunali, ispirate da una forte carica etica. La Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanc-tis traccia le linee di questo modello vincente, narrando "l'epopea di tutto un popolo alla conquista della propria identità". Rinaldo Rinaldi condo luogo devono essere integrate nella politica pubblica le reti fiduciarie; infine è opportuna una trasformazione delle relazioni tra cittadini e funzionari governativi nella direzione dell'ampiezza, dell'uguaglianza, della protezione e del vincolo reciproco. Giovanni Borgognone Charles Tilly, conflitto e democrazia in Europa, 1650-2000, ed. orig. 2004, trad. dall'inglese di Michela Barbot, pp. 380, €30, Bruno Mondadori, Milano 2008 In questo volume si intende mettere in luce il nesso tra conflitto e democrazia nella storia del Vecchio Continente, giungendo, attraverso una complessa analisi dei diversi percorsi statali-nazionali, a proporre alcune considerazioni su come si possa promuovere la democratizzazione. Storicamente, questo è il punto centrale del lavoro di Tilly, essa si è realizzata in Europa attraverso la rivoluzione, la conquista, lo scontro e la colonizzazione, tutti processi che "hanno comportato un acceso e perdurante conflitto politico". Forme istituzionali quali le elezioni, la rappresentanza e le cariche a scadenza, di per sé, non fanno la democrazia: esistevano già prima del XIX secolo, ma in un contesto caratterizzato da partecipazione ristretta, pratiche discriminatorie e manipolazioni da parte delle oligarchie. La democratizzazione, osserva pertanto l'autore, non può essere avviata semplicemente redigendo una costituzione, organizzando delle elezioni e, in generale, imponendo tutte le strutture formali delle democrazie occidentali. Né si può semplicemente confidare in un programma di associazioni volontarie, in vista dell'edificazione della "società civile". I regimi autoritari europei hanno fatto ricorso a entrambi questi aspetti. È indispensabile, piuttosto, l'intersezione di tre diversi piani: categorie sociali, reti fiduciarie (relazioni di clientela, mutuo soccorso, ecc.) e politica pubblica. in primo luogo, infatti, è necessario separare la politica pubblica dalle disuguaglianze tra le categorie sociali; in se- Christopher A. Bayly, La nascita del mondo moderno 1780-1914, ed. orig. 2004, trad. dall'inglese di Mario Marchetti e Santina Mobiglia, pp. 660, € 45, Einaudi, Torino 2008 Il volume intende descrivere l'origine della modernità dal punto di vista della world history, vale a dire di una narrazione che abbatta le partizioni delle storie nazionali e regionali e adotti una prospettiva globale. In quest'ottica l'autore si propone di mostrare come l'arco temporale preso in esame (1780-1914) sia caratterizzato da uniformità e interconnessioni, le cui conseguenze giungono tino a noi: la "nascita del mondo moderno" ha preparato dunque, per molti versi, l'odierna globalizzazione. I primi capitoli prendono le mosse dalla "fine dell'Antico Regime". Un importante fattore politico-territoriale, in quello scenario, è rappresentato dagli "imperi agrari" settecenteschi, come la Cina dei Qing o la Russia zarista; alla fine dell'Ottocento, nelle stesse aree in cui essi avevano in precedenza dominato, sorgeranno, spesso quale frutto di conflitti armati e invasioni, le leadership nazionaliste. E il nazionalismo, come emerge nella seconda parte del volume, dedicata alla "genesi del mondo moderno", palesa al meglio il "paradosso della globalizzazione": il rafforzarsi dei confini e delle differenze tra i vari Stati-nazione e imperi spinge alla ricerca di nuove comunicazioni e reciproche influenze. Nella terza parte del lavoro vengono poi esaminate le evoluzioni di Stato e società. Non ovunque, tra fine Ottocento e primo Novecento, lo Stato si ingrandì, ma crebbe quasi costantemente l'amministrazione professionale (persino in Cina, solo per fare un esempio, i funzionari locali svilupparono un proprio staff con esperti di irrigazione, trasporti, ecc.). La quarta parte dell'opera corre fino alla crisi del 1914, ribadendo in conclusione l'efficacia della world history nel mettere in luce il carattere autenticamente planetario della "nascita del mondo moderno". (G.B.) Paolo Frascani, Il mare, pp. 215, € 14, il Mulino, Bologna 2008 Oggi il 31 per cento degli italiani vive sul litorale. È da questo eloquente dato che Paolo Frascani, docente di storia economica e di storia della società europea in età contemporanea a Napoli, prende l'abbrivio per ricostruire il rapporto intessuto dalla società italiana con il mare dall'età liberale a oggi. Sebbene durante il Risorgimento non fossero rare le insurrezioni sulle zone costiere, i primi governi unitari tardarono a stabilire una comunicazione costante con i litorali. Non tralasciando di prendere in esame né i materiali letterari che diedero luogo all'illusione collettiva del "mare nostrum", né il filone della narrativa marittima, come anche le testimonianze di più varia natura, utili a dimostrare il modificarsi dell'immaginario marittimo nazionale, Frascani dimostra come troppo a lungo solo la borghesia modernizzatrice abbia riconosciuto in maniera adeguata la fondamentale importanza, per l'Italia, del mare e delle zone costiere nella loro specificità. Un lungo stop in tale direzione fu determinato dalla miope volontà omologa-trice del fascismo nei confronti delle comunità di mare, anche se fu proprio nel ventennio che più si promossero le va- canze balneari, per giovanissimi (con le colonie, utili all'indottrinamento voluto dal regime) e per adulti. Negli ultimi decenni, conclude Frascani in questo snello e interessante saggio, il confronto con ii mondo arabo e anche con i problemi legati all'immigrazione (canale d'Otranto, Lampedusa) ha fatto sì che tali tematiche tornassero sotto i riflettori: il mare si è così giorno dopo giorno prepotentemente ripreso quella centralità che, in una nazione come la nostra, sempre gli sarebbe spettata. Daniele Rocca Ebraismo, Sionismo e antisemitismo nella stampa socialista italiana. Dalla fine dell'Ottocento agli anni sessanta, a cura di Mario Toscano, pp. 242, € 20, Marsilio, Venezia 2008 Parrebbe il caso di dire che l'acribia con la quale Mario Toscano si dedica all'attività di studio ancora una volta abbia permesso di licenziare un lavoro, in questo caso collettaneo, di sicuro spessore. Si tratta dei risultati di una ricerca, promossa dalla Fondazione Modigliani, sul rapporto tra ebraismo e socialismo tra XIX e XX secolo. La chiave di volta delle diverse riflessioni è incentrata sul nesso tra modernità e identità, declinando però al plurale entrambi i termini. Nel rapporto tra socialismo ed ebraismo italiani si intersecano molti elementi, ripetutamente interagenti, poiché tutti depositari di quell'anelito all'emancipazione che attraversava le classi sociali subalterne così come i gruppi culturali marginalizzati. La ricostruzione del legame tra questi differenti soggetti storici, con un percorso a tratti similare, è dato dalla produzione di immagini degli uni sugli altri. In questo specifico caso, dei socialisti sugli ebrei. La ricerca coordinata da Toscano è aliena da quel mellifluo approccio, intrinsecamente ambiguo al limite del misericordioso ^ giustificazionismo, che w J enfatizza il "contributo degli ebrei al socialismo" (così come alla "patria" o alla "rivoluzione"), soffermandosi non sulle presunte benemerenze, ma piuttosto su continuità e discontinuità nella definizione di un oggetto di identificazione. La produzione di immagini a mezzo di carta stampata precede quella radiotelevisiva. Si tratta, come ci spiegano i cinque saggi di cui si compone il libro, di capire quanto essa abbia avuto influenza nella definizione dei mutevoli perimetri di identità collettive tanto vissute quanto difficili da racchiudere dentro gli angusti confini delle appartenenze collettive. Claudio Vercelli terpretato con la massima creatività, di grafico. In tale veste, elegantemente indossata (dalla Rivoluzione russa sappiamo che dietro ogni artista c'è sempre un'anima divisa in due, borghese e rivoluzionaria), ha rappresentato la modernità, sia che si trattasse delle copertine dei Penguin Books che della descrizione degli orrori dei Lager. Al disegno, che per Facetti, imprigionato a diciassette anni come oppositore politico, costituiva la prima (e primordiale) forma di denuncia, ma anche il grido vitale della creatura oppressa, ha poi alternato le fotografie che riuscì a raccogliere tra i materiali abbandonati dai tedeschi in fuga nel 1945. Ne nacque un personale Cahier de vie, che per oltre cinquant'anni rimase conservato in un taccuino personale, ora a disposizione del pubblico, insieme all'ingente materiale di un cinquantennio di attività professionale. Mostra e testo ricreano un contesto: quello del viaggio di ricostruzione dei significati da attribuire all'archivio di Facetti, compiuto da quanti ci hanno lavorato sopra dopo la sua scomparsa. Un percorso a intreccio che, legando vita, sopravvivenza e testimonianza, ci aiuta a interrogarci sullo statuto del sopravvissuto, da intendersi anche come paradigma dell'esperienza della contemporaneità. (C.V.) Germano Facetti. Dalla rappresentazione del Lager alla storia del XX secolo, a cura di Daniela Muraca, pp. 160, €26, Silvana, Milano 2008 L'evento e le sue rappresentazioni: di questo ci parla il volume, a più voci, su Germano Facetti, testo-di accompagnamento alla mostra dedicatagli con il bel titolo (R)esistere per immagini. Facetti, morto nel 2006, è stato protagonista, testimone e "raffiguratore" - anche nei suoi aspetti più efferati - del secolo appena trascorso. Deportato a Mauthausen, dopo la liberazione si è dedicato al mestiere, in- Mirco Dondi, L'Italia repubblicana: dalle origini alla crisi degli anni Settanta, pp. 306, € 19, Archetipolibri, Bologna 2007 Nella promettente collana didattica dedicata alla storia contemporanea, l'editore Archetipo di Bologna offre al pubblico universitario una puntuale ricostruzione di trenta e più anni che accompagnano le vicende della nostra Repubblica. Con non frequente, ancorché del tutto sottoscrivibile, cronologizzazione, Dondi fa risalire la fase d'avvio all'8 settembre 1943. La sua conclusione, quanto meno per alcuni aspetti dell'evoluzione dell'Italia repubblicana, è collocata nel 1978, vaie a dire con il rapimento e l'assassinio di Moro. Il perché della scelta emerge dalla lettura del corposo saggio introduttivo, di accompagnamento alla notevole messe di documenti e di brani storiografici che corredano il volume. Dondi chiarisce che si tratta di un periodo caratterizzato da alcune concordanze e diverse coerenze, ovvero con un avvio e un termine. È l'Italia della trasformazione da paese ancora rurale a società industriale, da comunità politica liberale (e fascista) a nazione democratica con partecipazione di massa alla polìtica. Si tratta, a ben vedere, di un segmento connotato da omogeneità e continuità, ai cui estremi si pongono due fratture irricomponibili. Prima e dopo queste fratture nulla era (né sarà più) come prima e Oopo. Il libro, com'è consueto per questa collana, si presta a distinti usi. La sua vocazione didattica è palese, in questo riprendendo la tradizione che Loescher aveva inaugurato con la sua collana dedicata ai "documenti della storia". Ma vi aggiunge, a fianco dell'inno-vatività delle interpretazioni, un robusto apparato di letture storiografiche. Il valore aggiunto di testi come questo, infatti, ci è offerto dall'essere un viaggio non solo attraverso i labirinti della storia, ma nei cunicoli delle sue interpretazioni. (C.V.)