N. 10 Idei libri del mese| 28 Cine Una spericolata vacanza di Stefano Boni RADICI Il cinema di Istvàn Gaàl a cura di Judit Pintér e Paolo Vecchi introd. di Miklós Jancsó, pp. 187, €21, Lindau - Alpe Adria Cinema, Tonno 2008 ell'ormai ampio panorama festivaliero italiano, un posto d'eccezione è occupato, da quasi un ventennio, dall'Alpe Adria Cinema - Trieste Film Festival. Nel capoluogo giuliano viene presentata ogni anno un'ampia selezione della produzione cinematografica proveniente dall'Europa centro-orientale, dell'Asia centrale e dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Accanto a essa si collocano sempre retrospettive e personali che portano all'attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori le opere di cineasti di straordinario valore che non sempre hanno goduto della necessaria considerazione o il cui nome è stato, con il tempo, dimenticato. Come ogni festival che si rispetti, quello di Trieste promuove una significativa attività editoriale che ha portato alla pubblicazione, fra il resto, di questo bel volume. Istvàn Gaàl, grande maestro del cinema ungherese, scomparso alla fine di settembre dell'anno scorso, è sempre stato ignorato dalla distribuzione italiana e i suoi film sono stati mostrati nel nostro paese soltanto nell'ambito di omaggi e rassegne organizzate dai festival (tra queste va sicuramente ricordata "Sciogliere e legare. Il cinema ungherese degli anni '60", svoltasi al Festival Cinema Giovani di Torino nel 1996 e curata, non a caso, dallo stesso Paolo Vecchi). Trieste ha dunque, meritoriamente, riportato sul grande schermo tutti i lavori di questo regista, la cui atti- vità, per essere precisi, non si è svolta soltanto dietro la macchina da presa. Gaàl, infatti, pur avendo studiato cinema sia a Budapest che a Roma (presso il Centro sperimentale di cinematografia), è stato anche fotografo, pittore, designer, musicologo e critico di valore. Il suo interesse per le arti figurative lo ha spinto a sviluppare un'attenzione per gli aspetti plastici dell'immagine che è nettissima già nel suo film d'esordio, Sodrà-sban (Nella corrente, 1963), storia di una spensierata vacanza che si trasforma progressivamente in tragedia. Questa caratteristica, che permane in tutta la sua opera successiva, non è però disgiunta da un messaggio politico-sociale preciso e provocatorio, che è sempre stato colto molto bene dagli spettatori ungheresi. È in questa direzione che si muove il suo secondo lungometraggio, Zòldàr (Anni verdi, 1965), riflessione assai dura sulle contraddizioni e sulle crisi dello stalinismo e del kadarismo. Il volume, curato con grande competenza da Pintér e Vecchi, affronta il percorso artistico di Gaàl, che dalla metà degli anni ottanta ha abbandonato il cinema su grande schermo per dedicarsi alla televisione, muovendosi abilmente in un universo estetico di grande fascino, ma anche, a volte, insidioso e di complessa interpretazione. I molti saggi, l'intervista a Gaàl realizzata da Pintér e i bellissimi scritti dello stesso artista aiutano il lettore a comprendere il significato di un'opera di eccezionale modernità che ci piacerebbe vedere riproposta, un giorno, anche in home video. Le note biografiche, la filmografia e la bibliografia, poste in calce al libro, sono poi uno strumento importante per ulteriori approfondimenti e la loro attenta compilazione merita una speciale segnalazione. bonidmuseocinema.it S. Boni è critico cinematografico REGIO! 8 «PI 18 marzo / 31 ottobre 2008 Museo Regionale di Scienze Naturali Via Giolitti 36, 10123 Torino tel. 011 4326354, fax 011 4326320 numero verde 800329329 www.regione.piemonte.it/museoscienzenaturali Orari mostra: 10.00 - 19.00 / chiuso il martedì Ansia di riscatto di Umberto Mosca NERO SU BIANCO Il cinema di Spire Lee a cura di Gabriele Rizza e Giovanni Maria Rossi pp. 166, € 14, Sncci - Aida, Firenze 2008 Il volume è stato edito in occasione dell'edizione 2007 del Premio Fiesole ai Maestri del cinema e vede la partecipazione attiva del Gruppo toscano del Sindacato nazionale critici cinematografici italiani. Da sempre attenta ai registi del presente per cui possa valere la pena di spendere la parola "autore", dopo anni di perlustrazioni in Europa, dall'Italia all'Inghilterra, dalla Francia alla Finlandia, la prestigiosa manifestazione ha deciso di rivolgersi al cineasta afroamericano Spike Lee, che, nonostante la frequente prossimità con l'universo delle majors hollywoodiane, ha saputo mantenere un'originale posizione di libertà creativa e indipendenza produttiva. Come sottolinea Bruno Torri nell'introduzione del volume, infatti, Spike Lee "con molta lucidità e spirito pratico ha subito capito che il controllo dei mezzi di produzione, specialmente all'interno degli Usa e di Hollywood, è una condizione essenziale per non subire in maniera eccessiva gli inevitabili condizionamenti industriali e mercantili, e per garantirsi il maggior margine possibile di libertà espressiva". In tale contesto va ricordato come Spike Lee, pur esordendo in un contesto fortemente legato alla cultura dei neri d'America, abbia saputo esprimere un'idea di cinema valida universalmente e una capacità di affrontare idee e valori che prescindono da una dimensione cultu- rale troppo specifica. A questo proposito aggiunge Torri: "Spike Lee viene considerato da tempo, il più importante cineasta afro-americano. Il che è assolutamente vero, per molte convincenti ragioni; tuttavia è anche una definizione che, se presa troppo alla lettera, rischia di diventare limitativa. Perché senza alcun dubbio è il mondo della gente di colore a costituire la prima fonte ispirativa (...) ma assieme a tutto ciò, e al conseguente carico di rabbia e denuncia, di indignazione e ansia di riscatto che il cinema di Spike Lee trasmette, vi è anche, proprio per la sua sostanza artistica e culturale, un senso più generale, che riguarda tutti". Per cogliere dunque l'ampiezza e la complessità di un autore come Spike Lee, il volume è articolato attraverso contributi critici che scelgono di lavorare su differenti prospettive di sguardo, con l'obiettivo specifico di fissare i principali aspetti tematici ed estetici del percorso filmogra-fico. In tal senso si inseriscono alcuni degli interventi, come quello di Franco Minganti sulla formazione umana e artistica dell'artista nell'America degli anni ottanta, tra passioni cinematografiche e sportive; di Anna Camaiti Hostert circa il gusto per un cinema "pungente e controverso"; di Fernanda Moneta su un metodo produttivo basato su una formativa esperienza personale; di Gabriele Rizza sulla figure e i modelli di nero nell'immaginario statunitense; di Ernesto De Pascale su quelle matrici musicali che svolgono una funzione decisiva per quanto riguarda l'estetica di Spike Lee; di Massimo Tria sui personaggi femminili dei suoi film. Nel volume, a precedere una massiccia sezione dedicata all'amplissima filmografia, vi è anche un interessante estratto di contributi scritti dall'autore e che servono a fìssa-re ulteriormente le coordinate del suo lavoro. Vendere un cavallo di Michele Marangi COME IL MAIALE Piero Chiara e il cinema a cura di Federico Roncoroni e Mauro Gervasini prefaz. di Paolo Mereghetti, pp. 175, €18, Marsilio, Venezia 2008 Ci sono due frasi, tra le tante, che rendono l'atteggiamento di Piero Chiara verso il cinema. Riferendosi all'adattamento dei suoi testi sul grande schermo, lo scrittore non nasconde una certa malinconia: "Molte volte, rivedendo uno dei film tratti dai miei libri, mi sembra di sognare. È avvenuta, nel passaggio, un'alterazione cromosomica che ha dato vita a una creatura imprevista e imprevedibile, ma non più mia". In un'altra sede, commentando la cessione dei diritti dei suoi libri per le versioni televisive o cinematografiche, appare ancora più desolato: "Vendere un libro al cinema è come vendere un cavallo: si può sperare che il padrone lo tratti bene, non lo sforzi, lo nutra a dovere, ma poi non si può andare a vedere come sta. Il nuovo padrone lo può anche macellare". Le premesse non paiono in- coraggianti, considerando che fin dalla giovinezza Chiara era attratto più dal teatro e dalla fotografia, mentre il cinema, anche quando appariva nei suoi scritti, era tendenzialmente un luogo fisico, uno sfondo senza interesse. Viceversa, il libro curato da Roncoroni e Gervasini è interessante perché pone al centro dell'analisi questa paradossale problematicità: uno scrittore che ha scarsa fiducia nelle modalità espressive audiovisive, ma al tempo stesso vede molti dei suoi scritti trasposti sul grande schermo e firma in prima persona sceneggiature sia per il cinema che per la televisione, spesso con grande successo di pubblico. Suddiviso in due grandi sezioni, il testo ospita in primo luogo saggi che analizzano gli aspetti letterari dello scrittore di Luino nei suoi lavori per il cinema e per la televisione, con l'interessante arricchimento del soggetto inedito Due ipotesi per la scomparsa del prof. Tagliaferro, mai realizzato. Nella seconda parte ci si concentra invece sui film tratti dai romanzi e racconti di Chiara, da Venga a prendere il caffè... da noi (Lattuada, 1970), tratto da La spartizione a La stanza del vescovo (Risi, 1977) eli cappotto di Astrakan (Vicario, 1980). Senza mai cadere nell'agio-grafismo, che spesso è il rischio principale di queste operazioni di rivalutazione critica, il libro funziona anche perché sa adottare una prospettiva analitica che ora riflette sul singolo testo ora allarga lo sguardo ad altre dimensioni, come accade nel saggio di Alberto Pezzotta sul rapporto tra Chiara e Lattuada, quasi coetanei. Più in generale, oltre a fornire nuovi elementi di conoscenza rispetto all'opera di Chiara, il libro sa travalicare il caso specifico e affrontare nodi teorici complessi, senza tuttavia presupporre un lettore specialista: dalle relazioni tra letteratura e cinema in riferimento ai differenti codici espressivi alla questione dell'autore di un'opera, fino alla riflessione più ampia sul rapporto tra gusti del pubblico e paradigmi critici. patemic @ fastwebnet.it M. Marangi è critico cinematografico