N. 12 |dei libri del mese| 19 rO o CO CO C3 O o C/3 Alexandre Dumas fìls, La signora delle camelie, ed. orig. 1851, trad. dal francese di Marianna Giove, introd. di Maria Grazia Por- celli, pp. 182, € 15, Lisi, Taranto 2008 Giunge opportuna questa edizione del dramma che Alexandre Dumas figlio tras- se dal fortunato romanzo che aveva pub- blicato, con lo stesso titolo, nel 1848. Per- ché del romanzo sono reperibili in libreria due edizioni recenti ("Oscar Classici" e Newton Compton), ma la versione teatra- le mancava da tempo all'appello. "Arche- tipo del sentimentalismo piccolo-borghe- se" secondo il severo Roland Barthes de- gli anni sessanta, è un testo che dal XIX secolo arriva fino a noi circondato dall'au- ra che caratterizza gli autentici miti lette- rari: ha spaventato la censura ottocente- sca, che ne proibì la rappresentazione per ben tre anni, ha ispirato il Verdi della Traviata, ha commosso, per più di un se- colo, prima il pubblico dei teatri, poi quel- lo ben più vasto del cinema. È proprio con il mito di Marguerite Gautier in tutto il suo spessore che questa edizioncina ben ac- cessoriata ci permette di familiarizzarci. L'introduzione, dal taglio narrativo accatti- vante, non si limita a esporre la genesi e la ricezione critica del dramma, ma ne ri- costruisce la cornice storica; fa sfilare, ad esempio, sotto i nostri occhi la creatrice del ruolo di Marguerite nel suo "abito Lui- gi XV in damasco celeste laminato d'ar- gento", completato da un grande manto di trina e dall'immancabile bouquet di ca- melie candide. Tra le interpretazioni dei decenni successivi spiccano, contrappo- ste, quella di Sarah Bernhardt, che sotto- linea il coté erotico e seduttivo dell'eroina, e quella di Eleonora Duse, sommessa e minimalista, notevole "per sottrazione". Completa il tutto un'esauriente filmografia, nella quale fanno corona alla celeberrima Camille di Greta Garbo, datata 1936, Francesca Bertini e Sarah Bernhardt, The- da Bara e Yvonne Printemps, per non par- lare delle Marguerite argentine, egiziane, messicane, russe, tedesche e italiane che si sono susseguite sugli schermi dal 1907 ai nostri giorni. Con buona pace di Roland Barthes. Mariolina Bertini Edgar Allan Poe, Il diavolo schizzinoso. I racconti umoristici del maestro dell'or- rore, ed. orig. 1850, trad. dall'inglese di Ro- berto Pettirossi, pp. 126, €11, Robin, Milano 2009 Una piccola raccolta di brevi racconti che va ad arricchire la più nota produ- zione di uno scrittore eclettico come Ed- gar Allan Poe. Si tratta di alcune burle e alcune parodie di certi modi di essere e di pensare propri di alcune categorie di persone, dal giovane narciso che s'inna- mora a prima vista, al direttore di giorna- le, fino allo scrittore americano tipo am- maliato dal mito del progresso. In parti- colare, il più godibile dei racconti si inti- tola The Spectacles. Comparve sul "Phi- ladelphia Dollar Newspaper" nel maggio del 1844. Con pun- gente ironia, Poe descrive la caduta di un giovane di bel- le speranze nelle trame di quella che si scoprirà essere una sua trisavola. Il giovane è il prototi- po di chi si ferma al- la pura apparenza, convinto che tra aspetto esteriore e interiore esista una perfetta aderenza, imbevuto come è di un ideale classico. Leggiamo la descri- zione della prima apparizione dell'og- getto amato: "La testa, di cui scorgevo solo la nuca, rivaleggiava in eleganza di contorni con quella della greca Psiche, e un'elegantissima acconciatura di gaze aérienne, invece di nasconderla le dava rilievo". Il giovane, dunque, tutto preso d'amore, in soli due giorni decide di chiedere in moglie la fanciulla padrona, si dice, di un ingente patrimonio. Solo dopo le nozze scoprirà trattarsi di una pluriottantenne, tenuta insieme dai bel- letti e dai bustini, che lui, a causa di una grave miopia e di un paio di occhiali sba- gliati, aveva confuso con una beltà straordinaria. Tra le risate degli amici, la morale è presto colta. Mai credere alle apparenze, tanto più se a quelle si ag- giungono i nostri desideri di perfezione. Camilla Valletti altri il saggio di Flaubert Bibliomania). Si tratta di due brevi follie che Stevenson scrisse negli anni proprio a ridosso della stesura dello Strano caso: e infatti sono ravvisabili tutti i temi e i motivi che si con- solidarono nella figura scimmiesca, al li- mite del ferino, di Hyde. Stevenson, co- me tutti i suoi contemporanei, aveva letto Darwin ed era un appassionato lettore di Herbert Spencer. La teoria dell'evoluzio- ne, l'origine delle specie e la cosid- detta selezione na- turale sono rielabo- rate con uno stile brillante, incastona- te in un'esemplare misura breve che il- lumina, se ancora fosse necessario, sulle forti connessio- ni tra la scrittura di Stevenson e il pen- siero scientifico del- l'epoca. Negletti for- se perché troppo dissacranti, raccon- tano l'uno la storia di una scimmia che si oppone alla terribile pratica della vivisezione e l'altro quella di un gruppo di microbi congetturanti sulla quantità d'acqua necessaria per riempi- re un bicchiere. Due burle taglienti con- tro i dogmi scientisti e le pseudo-ideolo- gie liberali, attraversate da una vera pie- tas per gli esseri ultimi, per quelli che ai tempi erano chiamati "selvaggi" e fatti oggetti di feroce studio anatomico. (C.V.) Robert Louis Stevenson, racconti irrive- renti, a cura di Marcello Benfante, pp. 59, € 9, Mobydick, Faenza 2009 Due apologhi, La scimmia scienziata e L'orologiaio, che furono scartati ai tempi della raccolta complessiva del corpus della favole di Stevenson. Riesumati e pubblicati nel 2006 dal "Times Literary Supplement", sono ora presentati con or- goglio da Marcello Benfante, per Moby- dick, piccolo e attento editore di testi di grandi classici meno noti (si ricordi tra gli Rémy de Gourmont, colori, ed. orig. 1908, trad. dal francese di Luana Salvarani, postfaz. di Arnaldo Colasanti, pp. 109, € 10, Medusa, Milano 2009 Colori è un libretto fortunato, varia- mente arricchito di illustrazioni: l'origina- le ha un'ammiccante copertina di Willet- te, che mostra il succoso abbraccio di due amanti nell'ombra di un bosco; quin- dici anni dopo le edizioni della Chimère impreziosiscono il volume con le raffina- te incisioni di Jean Laueffer. Ora escono contemporaneamente un'edizione spa- gnola, che si affida all'eleganza di Odi- lon Redon, e la nostra Medusa, che pro- pone in copertina un particolare del ri- tratto di donna di John Millais, del 1851. In epoca ancora non sospetta di perver- sioni decadenti, Millais giocava già sul contrasto tra la sensualità fulva della ca- pigliatura e il giglio bianco stretto al pet- to, tra l'abito giallo chiuso fino al collo e il frutto rosso aperto in mano, visualiz- zando una lotta tra pudore, costume e desiderio. La storia di queste illustrazio- ni è già di per sé un esemplare com- mento del testo. I raccontini di Remy de Gourmont sono infatti inni all'abbandono dei sensi, dove però il Dna simbolista e decadente viene a turbare con venature di depravazione la libera espansione in una natura complice. Gourmont li defini- sce passeggiate, a sottolinearne il carat- tere di leggerezza, sorretta da una scrit- tura che deve procedere tutta d'un fiato, nel momento dell'illusione di una felicità giocosa, o altrimenti arrestarsi. Si tratta di testi cui l'autore attribuisce una natura poetica; del resto, per lui sia il racconto che il romanzo sono sempre poesia, nel momento in cui si risalga alle loro origini versificate, dove la bellezza scaturisce dal ritmo e dalla scelta delle parole, che fissano un'emozione estetica e di desi- derio.Tredici racconti per tredici colori (tra cui il viola purpureo del misterioso zinzolino) e tredici personaggi femminili in rapida successione. Giallo: fresca contadinella si concede con ardore, ma pensa di essere ricompensata; Arancio: giovane donna seduce con la sua inno- cenza un capitano molto ingenuo; Bian- co: la ragazzina cresciuta liberamente tra gli abbracci del compagno di vita im- para con il catechismo ad apprezzare il peccato. Rosa: altro esempio di eros in- fantile, ma non più propriamente tra coe- tanei. Blu: algida principessa soddisfa i suoi desideri ingannando la propria da- ma di compagnia. Viola, una matura si- gnorina inizia teorie di ragazzini alle gioie dell'amore. L'arcobaleno dei colori corrisponde a tutta la gamma delle si- tuazioni del desiderio, in una galleria di ritratti che risente talvolta di un manieri- smo decadente, ma nei momenti più fe- lici coniuga con grazia ironia, gioia di vi- vere e disincanto. Spiace che la tradu- zione non abbia conservato almeno i no- mi dell'originale, la cui magia si perde completamente nel passaggio da una lingua all'altra (Cristiana non è certo uguale a Christiane...); mentre Arnaldo Colasanti, nella postfazione, compie un affondo in Giallo, facendo riferimento al- l'exergo ("Giallo è bello: van Gogh") per opporre la felicità di luce pomeridiana che emana dalla scrittura dell'uno alla follia dell'altro, e definire quello di Gour- mont il ritmo dello scoiattolo, ossia "il passo disordinato e perpetuo della leg- gerezza che sviscera la vita ma senza incresparla, senza mortificarla in niente". È questo per Colasanti il passo che con- segna Gourmont alla modernità. Ida Merello ss'if-L • i? - Thomas Hardy, BARBARA, ed. orig. 1891, a cura di Be- nedetta Bini, pp. 98, € 9, Sellerio, Palermo 2009 "Fu evidentemente un capriccio, più che una passione, a suggerire a Lord Uplandtowers la decisione di conqui- stare Barbara". Inizia così questa novella di Thomas Hardy, destinata dallo scrittore a confluire nella raccolta Barbara of the House of Grebe. Novella di sublime sot- tigliezza e di acuta modernità, a cui la curatrice Benedet- ta Bini antepone un'introduzione altrettanto acuta. Che può dire un recensore di un'opera breve, tersa, insolita, se non raccomandare di leggerla? Di sostare sui personaggi che la penna di Thomas Hardy fa muovere sulla scena ri- stretta di due avite magioni inglesi, "separate da uno dei più eleganti esempi di tratto pavimentato a macadam che si possa trovare in Inghilterra", tra boschi e prati inglesi, con un'isolata locanda inglese a segnare la svolta tra l'u- na e l'altra. Svolta del terreno, della strada, certo, ma anche svolta simbolica che la giovanissima Barbara Grebe percorre più volte, fuggendo e poi tornando agli infidi nidi paterni in quelle che appaiono come successive fughe da se stessa. Si direbbe del resto che il destino di Barbara stia nel nome che Hardy attribuisce alla sua famiglia. Grebe infatti è lo svasso, il tuffolo, uccello di palude il cui piumaggio si co- lora, assume tinte d'incendio nella stagione degli amori. E senza dubbio un incendio del cuore è quello che la spin- ge a fuggire con un uomo di insolita bellezza di cui igno- ra e non scopre le preziose seppur meno visibili qualità. Una bellezza che le verrà sottratta da un incendio vero, di travi e arredi in fiamme, in quella Fenice veneziana alla quale sola è dato di risorgere magnifica dalle proprie ce- neri. Barbara si ritrae atterrita dall'uomo sfigurato, di cui più tardi desidererà e amerà sensualmente la candida effi- gie, e si consegna al pretendente che fin dalle prime righe della novella l'aspettava al varco: Lord Uplandtowers, no- bile di sangue, certo non d'animo. La sferza di Hardy sulle convenzioni sociali è come sempre implacabile. Quest'uomo, in apparenza indiffe- rente al passato di Barbara - fa mostra di volerla aiuta- re fin da quando, incontrandola sola di sera davanti alla locanda, "luogo di ritrovo di audaci bracconieri", le offre cortesemente un passaggio - incarna alla perfezione l'a- ristocratico freddo e ambivalente che muove le trame di tanti racconti e romanzi vittoriani. Potrebbe perfino amarla se... se lei non fosse lei, se dismettesse i suoi de- sideri, se nottetempo non si avvinghiasse a un marmoreo capolavoro conosciuto. Così lui l'osserva, ne controlla i movimenti, e con drastica determinazione ne piega la volontà, più per affermare un dominio che per posseder- la. E qui, come giustamente nota la curatrice, Hardy opera una magistrale trasformazione del racconto di ge- nere, dando alla novella "la fisionomia moderna e im- pietosa di un caso clinico", perché Barbara, lungi dall'a- deguarsi allo stereotipo ottocentesco che, dopo la distru- zione della statua amata, la vorrebbe delirante in un qualche recesso della vasta dimora, si lega invece mor- bosamente al marito, senza di lui non vive più. Tuffolo impenitente, dimentica i tenui colori dei salici di palude (non a caso, credo, si chiamava Edmond Willowes il suo primo amore) per abbarbicarsi al rosso cupo di "mura si- mili a torri" (non a caso, credo, si chiama Lord Upland- towers l'altezzoso marito), in cui non è arbitrario vede- re anche una metafora dell'orgogliosa insularità britan- nica. Eppure l'intera storia è scandita da ciò che accade altrove - l'incendio del teatro a Venezia, la statua di marmo scolpita a Pisa e che arriva via mare, segreta- mente - come se Hardy intendesse avanzare un dubbio sullo splendido isolamento dell'impero al suo apice (la novella viene pubblicata per la prima volta nel 1891), anticipare le incrinature che verranno. Anna Nadotti