N. 12 19 Tanatologia La carenza di verità rende soli di Maurizio Mori Marina Sozzi REINVENTARE LA MORTE Introduzione alla tanatologia pp. XII-190, €20, Laterza, Roma-Bari 2009 Il titolo (.Reinventare la mor- te) indica l'obiettivo del li- bro, e il sottotitolo (Introdu- zione alla tanatologia) il per- corso per arrivarci. Attraverso una brillante narrazione dei tanti temi e problemi del cam- po, Marina Sozzi offre una so- lida panoramica delle varie posi- zioni, facendo anche affiorare, in modo tenue e sfumato, come ad acquaforte, la propria prospettiva teorica. La modalità di porgere la tesi appartiene alla discreziona- lità dell'autrice, che manifesta co- sì il proprio stile, ma forse mag- giore decisione avrebbe giovato all'impresa. Infatti, Sozzi padro- neggia il campo con ot- tima competenza, e non solo guida e orien- ta il lettore nel dedalo del campo, ma dà an- che un contributo ma- turo, importante e non privo di originalità. Semplificando qui drasticamente le anali- si di Sozzi, la sua tesi è la seguente: nel passa- to, da tempi lontani fi- no grosso modo alla prima guer- ra mondiale, in Occidente gli es- seri umani avevano una cultura funebre che consentiva loro di affrontare abbastanza bene la morte. Per ragioni non ancora del tutto chiare, dalla Grande guerra la situazione è radical- mente cambiata, cosicché oggi le persone sono sottoposte a ten- sioni e difficoltà. La nostra cul- tura, "essendosi ritratta dalla ge- stione delle morte lascia i suoi membri soli a cavarsela da sé, e al contempo richiede loro di fa- re in fretta per tornare il prima possibile al tempo della produ- zione e del consumo". Per spiegare questa anomalia, Geoffrey Gorer e Philippe Ariès hanno prospettato la tesi della "pornografia della morte": mentre per i bambini dell'età vittoriana la morte era nota e fa- miliare, e il sesso era tabù, oggi per i nostri bambini il sesso non ha segreti ed è la morte a essere tabù. Questa tesi è smontata con abilità da Sozzi, la quale spiega la situazione odierna riprenden- do la nozione di "densità cultu- rale" proposta dall'antropologo Franco Remotti. Come un tessu- to può essere "in certi punti più spesso e fitto, in altri piuttosto li- so e inconsistente, e in altri an- cora inesistente", così su certi te- mi una cultura può avere mag- gior cura e attenzione che si esprimono "in una maggiore ri- tualizzazione e regolamentazio- ne". Le difficoltà attuali circa la morte deriverebbero dall'impo- verimento della nostra cultura funebre: di qui l'urgenza di "reinventare la morte", ossia di elaborare una nuova cultura cir- ca la morte. L'idea della "densità culturale" è attraente, perché si presenta co- me avalutativa: mera constatazio- ne del fatto che la cultura è una sorta di filtro attraverso cui gli in- dividui si relazionano con la realtà considerata. Diversamente da quanto supposto, però, anche questa è nozione valutativa, per- ché presuppone che il tessuto denso sia anche migliore. Ma non sempre è così: lo è se fa freddo, ma se fa caldo è meglio quello a maglie larghe. Oggi potrebbe an- dare meglio una cultura più flui- da di quella tradizionale, e un'e- ventuale (anche nuova) densità culturale potrebbe essere una pe- sante zavorra. Per stabilire quale cultura sia più adeguata bisogna precisare le circostanze, le aspet- tative soggettive, gli obiettivi e così via, un compito che rimando ad altra sede. Osservo, però, che in almeno due occasioni il discorso è sviato dall'idea che una cultura funebre più densa consentirebbe di per sé di risolvere meglio al- cune difficoltà attuali. La prima riguarda il modo di intendere il diritto dell'individuo di conoscere la propria diagnosi, ossia sapere se tale diritto sia subor- dinato o no alla volontà dell'interessato. In altre parole: la persona ha "diritto di sapere, se lo vuole" e, in modo sim- metrico, ha "diritto di non sapere, se non lo vuole", oppure c'è solo il "diritto di sapere", perché una persona non può vantare la prete- sa di restare ignorante su questio- ni essenziali che la riguardano co- me non può pretendere di avere il diritto di restare infante e imma- turo? Sozzi non solo sostiene il "diritto di non sapere", ma affer- ma anche che ove si desse l'infor- mazione contro la volontà dell'in- teressato non si compirebbe un progresso, ma "avremmo contri- buito probabilmente a peggiorare la situazione attuale, ad aumenta- re la solitudine dei morenti e per di più avremmo ottenuto l'umilia- zione dei medici". Questa conclusione mi pare dipenda da una sopravvivenza non vagliata: l'idea che il dovere di informare comporti un'umi- liazione della professione medi- ca presuppone un sorta di reifi- cazione della medicina che pre- clude cambiamenti dei compiti del medico. La tesi poi che l'informazione peggiorerebbe la situazione dell'interessato in quanto produrrebbe solo un au- mento della solitudine del mo- rente non tiene conto del fatto che in passato il senso di solitu- dine era, forse, meno accentuato perché il morente era visto come una sorta di emigrante in terre lontane: parte per un po' di tem- po ma poi lo si ritrova nell'ai di là. Oggi, dissolta la credenza me- tafisica e per altri fattori, non è più così, ma è difficile credere che si aiuti il morente celandogli la diagnosi: è la carenza di verità che rende più soli, non l'atto contrario che rivela l'inserimen- to nella trama sociale e offre an- che al morente la possibilità di sistemare eventuali faccende an- cora aperte. L'altro punto riguarda il diritto di decidere sul fine vita, ossia se l'interessato abbia titolo o no di scegliere sulla propria morte an- che anticipandola rispetto all'esi- to della malattia. Sozzi riconosce che la prospettiva favorevole al- l'ampliamento della scelta gode meriti storici, ma osserva come "la libertà di scelta del morente rischi, nel contesto storico in cui viviamo, di essere utopistica" e astratta. Nel concreto, l'autode- terminazione "si presenta, per i cittadini, come un coacervo di aspirazioni e inevitabili frustra- zioni (... cosicché la) forte enfasi posta sull'autonomia dell'indivi- duo" sarebbe oggi la fonte per cui "i cittadini del nostro mondo sono più soli e disorientati che autonomi". Il principio di auto- nomia, pertanto, sarebbe perico- loso perché molti morenti sareb- bero indotti a credere che sia "le- siva della dignità umana anche la dipendenza creata dalla malattia, il bisogno di essere curati e accu- diti da altri (...) Il rischio di rico- noscere legittimità all'eutanasia in una società con una cultura della morte molto povera, esigua, è quello di fornire, ancora una volta, una risposta tecnica alla mortalità umana, provocando l'ulteriore impoverimento di una trama culturale già usurata". Bi- sogna invece potenziare le cure palliative, la cui cultura preclude che la dipendenza da malattia possa mai ledere la dignità uma- na, creando così un'alternativa al- l'eutanasia: ecco la via giusta su cui "reinventare la morte". Solo una tacita sopravvivenza culturale può farci credere e a priori che la dipendenza da ma- lattia non leda mai la dignità: di fatto, superati certi livelli ciò ac- cade, e quando capita l'eutana- sia può essere complementare, non alternativa, alle cure palliati- ve; ove queste non bastassero più, può a date condizioni entra- re in campo il diritto di anticipa- re la propria morte. Solo presup- ponendo che i valori tradizionali colgano D'ideale" si può soste- nere che tale diritto comporti un impoverimento della nostra cul- tura funebre. Al contrario, esso la arricchisce di un nuovo valore che può essere riconosciuto ap- pieno solo se si è disposti e pron- ti a cambiare gli atteggiamenti ri- cevuti. È in questa diversa dire- zione che bisogna "reinventare la morte": lascio a studiosi com- petenti e capaci come Marina Sozzi il compito di vagliare se questa proposta può portare a una cultura "buona", anche se magari meno "densa" di quella tradizionale. ■ maurizio.mori@unito.it M. Mori insegna bioetica all'Università di Torino Tra etica e metafìsica Le nostre e-mail direttore@lindice. 191 .it redazione@lindice.com ufficiostampa@lindice.net abbonamenti@lindice.net schede@lindice.com editing@lindice.com premio.calvino@tin.it di Piergiorgio Donatelli Daniela Steila VITA-MORTE pp. 221, € 13,50, il Mulino, Bologna 2009 In questo volume colto e molto piacevole da leggere, il tema della vita e della morte è trattato in una prospettiva storica. Dai filosofici preso- cratici agli autori contempo- ranei, Daniela Steila racconta contese filosofiche varie e di- verse e apre la coppia di con- cetti a significati e interpreta- zioni anche lontani tra di loro, ritornando in particolare, come ci si può aspettare, su due fa- miglie di problemi filosofici, l'una metafisica e l'altra etica: da una parte il tema di che co- sa sono la vita e la morte e dal- l'altra il loro significato, esi- stenziale e morale, per noi esse- ri umani. Seguendo il filo del- la prima prospettiva, possiamo ricostruire contrasti ineludibili, come quelli tra le for- me di vitalismo che spiegano la vita nei ter- mini di un principio vitale, sia esso l'anima o un principio imma- nente, quelle meccani- ciste, che svolgono il paragone con mecca- B"ra™ nismi strutturati (nel capitolo 2 il tema è svolto discutendo il di- battito da Descartes a Leibniz), le concezioni funzionaliste (a partire da Aristotele). Il modo in cui gli autori ottocenteschi e no- vecenteschi hanno sviluppato il tema vitalistico, da Scho- penhauer, a Nietzsche a Berg- son, assieme allo storicismo te- desco fino a Husserl (trattati nel capitolo 4), appare già spostato rispetto al dibattito metafisico. Nel racconto che ne fa l'autrice, il tema della vita è quello del- l'imprendibilità e della profon- dità di una forza che, se da una parte ci costituisce, dall'altra ap- pare sfuggire alla nostra presa intellettuale. Qui affiora in modo chiaro un tema, quello della profondità oscura dell'io, della mancanza di coincidenza tra le forme intellet- tuali e la sostanza umana, del- l'opposizione tra vita e storia, che ha spinto in direzioni anche molto diverse e che è tuttora un motivo importante della rifles- sione filosofica. Collegata alla prospettiva metafisica troviamo anche la questione dell'anima e della sua immortalità. Di nuovo, il letto- re può mettere assieme risposte diverse che compongono un quadro ricco. Dalla cultura gre- ca a Hurne, a Feuerbach e a Ernst Bloch, si vede come il te- ma sia stato declinato in modi diversi, secondo la prospettiva della continuazione di una so- stanza individuale oppure se- condo l'immagine per cui l'uni- ca sopravvivenza possibile è quella della memoria dei poste- ri, che nella cultura ottocente- sca e nel suo seguito novecente- sco ha preso la forma dell'idem 3JLM0W tificazione con le sorti dell'u- manità. Menzionando questo tema ci siamo già avvicinati alle que- stioni più precisamente etiche, che riguardano da una parte il valore della vita, che l'autrice tratta discutendo l'opposizione tra sacralità e qualità della vita (nel capitolo 6) e che avrebbe potuto essere svolto forse in un quadro meno ristretto, ma so- prattutto il tema della morte: dal problema classico del timo- re della morte e di come affron- tarla con spirito filosofico, al si- gnificato costitutivo della mor- te stessa, voluta o subita, per la libertà umana, da Hegel sino alla riflessione esistenzialista, che ha messo al centro il signi- ficato della morte con strategie differenti che l'autrice descrive (nel capitolo 5) in modo chiaro e che includono Jaspers, Hei- degger, Sartre. Questo percorso, che attra- versa il libro, arricchisce la let- tura dell'ultimo capi- tolo, che è l'unico do- ve il racconto storico segue un tema speci- fico, quello del suici- dio. E un capitolo davvero bello dove vediamo il ritornare di famiglie di argo- mentazioni in culture e momenti storici co- sì lontani: dall'idea che siamo proprietà degli dei (o di Dio), che ci ha messo a guardia della vita fin- ché essi lo vorranno, all'idea che il suicidio sia lesivo degli interessi della comunità e dello stesso desiderio vitale che è in ciascuno, e che ritroviamo da Platone, a Tommaso, a Kant si- no all'etica attuale dell'indispo- nibilità della vita. Mentre le idee che ricono- scono nel suicidio un momento cruciale dove trova espressione la libertà umana, e ne vogliono dissolvere l'aspetto di empietà, hanno egualmente lungo corso, dagli stoici (Seneca in partico- lare), a Montaigne, a Hume e al ricco dibattito settecentesco (di cui l'autrice sviluppa in particolare l'ambito francese), fino ad alcune filosofie esisten- zialiste e alla bioetica liberale attuale. c 'ome scrive Steila, Tap- ' proccio storico che abbia- mo seguito (...) può aiutarci a cogliere le trasformazioni subite da concetti che sarebbe inge- nuo considerare 'naturali', dati una volta per tutte dalla condi- zione biologica e fisica dell'es- sere umano". Proprio il ripro- porsi nella cultura umana di concezioni diverse e opposte in- torno al significato della morte e del suicidio (e che tornano og- gi nelle discussioni sul testa- mento biologico e sulle scelte di fine vita) è una lezione che la storia della cultura dà a chi im- magina di organizzare la società erigendo come legittima una so- la di queste concezioni. ■ Piergiorgio.donatelli@unircmal. it P. Donatelli insegna bioetica e storia iella filosofia morale all'Università La Sapienza di Roma