N. 12 19 Storia Prendere il grano nella steppa kazaca di Andrea Romano Niccolò Pianciola STALINISMO DI FRONTIERA Colonizzazione agricola, sterminio dei nomadi e costruzione statale in asia centrale (1905-1936) pp. 548, € 40, Vietta, Roma 2009 A quasi un ventennio dalla "rivoluzione archivisti- ca" indotta dalla fine del- l'Urss, la storiografia sul co- munismo sovietico ha ormai superato la particolarità disci- plinare da cui era genetica- mente afflitta per approdare a una condizione di sostanziale normalità in ambito contempo- raneistico. Se ne ha prova anche da studi tanto ambiziosi quanto ben riusciti come questo di Nic- colò Pianciola, dove un vasto la- voro di ricerca su fonti primarie e locali viene felicemente inte- grato con un'ampia letteratura storiografi- ca prodotta in gran maggioranza dagli an- ni novanta in poi. E la conferma della possi- bilità, per uno studio- so che volesse dedicar- si ad approfondire un aspetto della vicenda del comunismo sovie- tico, di contare su una produzione storiogra- fica consistente e in via di sedi- mentazione e sull'accesso ad ar- chivi anche periferici con i quali superare le limitazioni che perio- dicamente restringono ancora oggi la disponibilità degli archivi moscoviti. Ma soprattutto è la conferma che il macrotema dello stalinismo può essere ormai af- frontato nei suoi aspetti laterali e dunque indispensabili alla sua comprensione d'insieme, come qualsiasi altro grande tema di storia novecentesca. È questa l'operazione che vie- ne svolta da Pianciola, allievo di Marco Buttino e Andrea Gra- ziosi che dal primo ha ricavato l'attenzione al ruolo dei conflitti nazionali centroasiatici nella fa- se iniziale dell'era sovietica e dal secondo lo sguardo allo scontro tra bolscevismo e società rurale tra l'Ottobre e gli anni trenta come principale chiave inter- pretativa per l'affermarsi dello stalinismo. La vicenda ricostruita in que- sto volume è insieme una pagina fondamentale del passaggio dal- l'impero russo in disfacimento alla nuova statualità sovietica e la storia di uno degli ultimi scon- tri tra mondo pastorale e mondo industriale in formazione. E dunque il conflitto tra stato, contadini e pastori che si svolse tra gli inizi del Novecento e il completamento della collettiviz- zazione staliniana nella steppa kazaca dominata dall'ammini- strazione prima russa e poi so- vietica: una regione attualmente divisa tra le nuove repubbliche indipendenti del Kazakstan e del Kyrgyzstan, conquistata dagli Zar nei primi decenni del XIX secolo e delimitata a nord dal la- go Balchas e a est dalla frontiera con l'impero cinese. Come con- seguenza diretta della collettiviz- zazione staliniana delle campa- gne, e per la precisione tra 1931 e 1933, in questa regione ebbe luogo quella che Pianciola defi- nisce una "tragedia di propor- zioni genocidarie": la morte per fame e per malattie di circa un milione e mezzo di persone (pa- ri a oltre un terzo della popola- zione kazaca) come esito incrociato delle politiche di requisizio- ne delle risorse agrico- le, di distruzione del bestiame e di sedenta- rizzazione forzata dei nomadi. L'autore de- dica a questa specifica ecatombe provocata dalla rivoluzione stali- niana, di rilevanza comparabile a quella ucraina, un ampio e conclusivo capitolo del suo lavoro. Ma prima di questo conduce il lettore per le tappe di un percor- so storico lungo il quale si incon- trano le dinamiche pluridecen- nali di migrazione slava dalla Russia europea ai nuovi territori asiatici, e dunque il conflitto tra contadini e pastori sul quale lo stato prima russo e poi sovietico sarebbe intervenuto con moda- lità di volta in volta diverse. Dap- prima, nel quadro sia delle rifor- me agrarie perseguite da Stoly- pin sia dell'estensione del con- trollo amministrativo dello stato in quella regione, favorendo l'in- sediamento di coloni slavi e ridu- cendo in parallelo gli spazi di au- tonomia e sussistenza della po- polazione autoctona; poi, nel corso del ciclo bellico-rivoluzio- nario compreso tra il 1914 e il 1920, ritirandosi da una contesa tra contadini e pastori che si sa- rebbe svolta con modalità anar- chiche e violente e che avrebbe condotto a un primo sterminio su basi etniche della popolazione autoctona; successivamente, nei primi anni della stabilizzazione ecca www.rebeccalibri.it il portale dell'editoria religiosa...al servizio del lettore RebeccaLibri è... i K I ^i Tcono^ioZ:jito!o'°<>>i m 0 rt/*We la mh $a dì «Uovo iSSflslliSB del potere sovietico e in conse- guenza del tentativo di quel po- tere di guadagnare il consenso delle popolazioni locali, attraver- so la limitazione dei flussi di im- migrazione e l'allargamento degli spazi di autonomia economica e amministrativa a disposizione dei kazachi; infine, nel corso del- la svolta agraria staliniana di fine anni venti culminata con la col- lettivizzazione forzata nei primi anni trenta, con il massiccio at- tacco alla società nomade kazaca e infine con la distruzione delle fondamenta della sua economia di pastorizia e allevamento. Un andamento oscillatorio, quello del ruolo dello stato pri- ma russo e poi sovietico nella contesa tra immigrazione slava e popolazione nomade, che rac- conta anche delle peculiarità dello "State-bulding" russo-so- vietico delle regioni nomadi del- l'Asia centrale. Laddove, secon- do Pianciola, l'amministrazione centrale non dispose mai di un livello sufficiente di controllo e conoscenza dei processi econo- mici e delle strutture sociali lo- cali e né dunque arrivò a im- prontare le proprie iniziative a un grado adeguato di razionaliz- zazione della supposta azione modernizzatrice. In epoca stali- niana, questo tratto già fonda- mentalmente irrazionale del ruo- lo dello stato moltiplicò nella re- gione kazaca l'effetto general- mente distruttivo delle politiche di collettivizzazione agricola. Il "prendere il grano", già descrit- to da Moshe Lewin come la cifra di fondo della collettivizzazione staliniana, divenne qui devasta- zione particolarmente "violenta proprio a causa della divisione della società rurale tra nomadi e sedentari di diversa identifica- zione etnica". Una devastazione che andò a colpire i pastori no- madi come componente più de- bole della società kazaca, con- dannandoli a uno sterminio che - nella conclusione dell'autore - "non fu pianificato da uno Stato 'totalitario' capace di un con- trollo totale sulla catena di co- mando e sui suoi poteri periferi- ci, ma fu reso anzi possibile dal debole controllo esercitato sul territorio da parte di una diri- genza impegnata in uno sforzo di caotica industrializzazione". Una strage, dunque, che "non era l'obiettivo che si prefiggeva- no le politiche del centro ma il prezzo che si era disposti a paga- re pur di attuare gli obiettivi di trasformazione e di controllo politico della regione". E quindi un lavoro prezioso, quello di Pianciola, che nella sua forma di libro si sarebbe potuto giovare di qualche ulteriore ac- corgimento editoriale: un nume- ro maggiore di mappe per aiuta- re il lettore a districarsi in un re- ticolo etnico e geografico non sempre immediatamente com- prensibile, una minore densità di riferimenti ai maestri accade- mici dell'autore e una più diffu- sa presenza di passaggi interpre- tativi. Ma nel suo insieme una notevolissima prova di ricerca che fa compiere un significativo passo avanti alla storiografia ita- liana e internazionale sullo stali- nismo. ■ andrea.romano@uniroma2.it A. Romano insegna storia contemporanea all'Università di Roma Tor Vergata Infrangere gli scettri del mondo di Anna Maria Rao Olympe de Gouges LA MUSA BARBARA Scritti politici (1788-1793) a cura di Franca Zanetti Quarantini, pp. 142, € 16, Medusa, Milano 2009 La musa barbara Vk Di Olympe de Gouges (1748-1793) si ricorda soprattutto la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina del 14 settembre 1791: una vera e propria sfida, fin dal titolo, contro l'esclusio- ne delle donne dalla vita poli- tica e dall'esercizio dei loro diritti naturali, sacri e inalienabili, ma anche un'incalzante requisitoria contro l'oppressione maschile. Non sorprende che sia considera- ta come un vero e proprio mani- festo, una "tappa fondamentale nella storia dell'emancipazione femminile". E quanto scrive nella sua introduzione la curatrice di questa edizione, che ha il merito di proporre non soltanto la Dichia- razione, già oggetto di alcune traduzioni, ma una più ampia antolo- gia di testi tratti dall'e- dizione francese degli Écrits politiques, curata da Olivier Blanc. La scelta consente di collo- care la Dichiarazione nel contesto della par- tecipazione della scrittrice alla vi- ta politica francese fra il 1788 e il 1793, e di comprenderne meglio il significato non di parte. Per Olympe non può darsi ri- voluzione se non realizzando l'u- niversale liberazione del genere umano ed eliminando qualunque forma di schiavitù. Nei giorni tu- multuosi della convocazione de- gli Stati generali, rivendica di es- sersi occupata per prima "della sorte deplorevole dei Neri" (maggio 1789). Lo aveva fatto in un dramma del 1784, Zamore e Mirza o II naufragio fortunato, che solo nel dicembre del 1789 potè essere rappresentato sotto il titolo La schiavitù dei neri. Alla dura reazione dei mercanti delle colonie replicò il 18 gennaio 1790 nella Risposta al campione ameri- cano o al colono facilmente rico- noscibile: "L'odiosa tratta dei ne- ri mi ha sempre offeso nell'ani- mo". E nel Postambolo alla Di- chiarazione del 4 settembre 1791 ribadiva la condanna di qualun- que forma di commercio di esse- ri umani, che si trattasse degli schiavi neri o di donne belle e compiacenti che non vedevano "altra via verso il benessere mate- riale" che il proprio corpo: "Quella donna che l'uomo com- pera come la schiava sulle coste dell'Africa". Anche per questo la sua posizione politica può essere avvicinata a quella di Condorcet, come lei impegnato a difendere i diritti dei neri e delle donne. Scrittrice di romanzi e di pièce teatrali, è convinta della funzione morale del teatro e della scrittura come mezzi per parlare al popolo. La stessa convinzione, sotto l'urto continuo degli eventi, ispira i testi politici. Sostenitrice della bontà dell'istituto monarchico, e perfino OLYMPE DE GOUGES della bontà personale di un Luigi XVI rovinato da una corte corrot- ta, non esita, l'I 1 luglio 1789, a in- vitarlo a farsi da parte per calmare gli animi e sopire le fazioni. E pro- clama nel 1791: "Sono realista, sì, signori, ma realista patriota, reali- sta costituzionale". Di nuovo, il 15 aprile 1792, chiede al re di abdica- re, rivelando le proprie "inclina- zioni repubblicane", fino a dichia- rare un'anima "veramente repub- blicana" (novembre 1792). Pro- prio nel difendere Luigi Capeto, il 16 dicembre 1792, si dichiara "una franca, leale repubblicana". Il vero repubblicanesimo impone- va di condannarlo all'esilio, non a morte, a riprova del valore univer- salistico della Rivoluzione com- piuta in Francia: "Detronizzando- lo, abbiamo infranto gli scettri del mondo intero". Da un testo all'altro un termine rimbalza di continuo: quello di patriottismo, un concetto ripetuto nelle diverse declinazioni (amore della patria, salvezza della patria, ecc.). "Io non appar- tengo a nessun parti- to", proclama nel di- cembre 1788. E nel set- tembre del 1789: "Io non conosco alcun par- tito: il solo che mi inte- ressa davvero è quello della mia patria". Sono continui i suoi appelli ad accantonare qualun- que spirito di parte in nome del bene comu- ne. All'avvicinarsi della guerra predica la pace, per difendere la Costituzione, definita come "una delle grandi meraviglie del mon- do" (22 marzo 1792), e per evita- re i rischi terribili di una guerra ci- vile e di una controrivoluzione. Libertà di espressione, diritti politici, maternità e tutela dei figli, matrimonio fondato su un "con- tratto sociale tra uomo e donna", divorzio: queste le sue rivendica- zioni. Pur dichiarandosi inesperta e estranea alla politica, assume prese di posizione sugli eventi, dalla guerra ai massacri di settem- bre. Alla fine del 1792 attacca vio- lentemente il "miserabile Marat" e Robespierre, "l'abominio, l'ese- crazione" della Rivoluzione, re- sponsabili di un'insensata "guerra al genere umano". Al tempo stes- so sembra vivere queste sue batta- glie politiche e filosofiche come una crisi della sua identità femmi- nile. Si descrive come una donna "che da tempo si è fatta uomo" (settembre 1790), "un vero uo- mo" (15 aprile 1792), "né uomo né donna" (5 novembre 1792), "più uomo che donna" (novem- bre 1792), per poi dichiarare: "Cercherò perfino di tornare a es- sere una donna" (dicembre 1792). Da donna che voleva essere li- bera, indipendente, partecipe della vita pubblica, e per questo giudicata folle o collusa con il nemico, fu arrestata il 20 luglio 1793, condannata a morte il 2 novembre, ghigliottinata il gior- no seguente. Molte sue opere fu- rono distrutte. Fortunatamente sopravvivono, ancora attuali, questi scritti. annamrao@unina.it A.M. Rao insegna storia moderna all'Università Federico II di Napoli