L'INDICE ■■dei libri oelmeseHh Letterature Classici Storia Politica italiana Comunicazione Internazionale Infanzia Letterature Doris Lessing Alfred e Emily, ed. orig. 2008, trad. dall'inglese di Monica Pareschi, pp. 247, € 16, Feltrinelli, Milano 2009 Alfred e Emily è un libro relativamente bre- ve, ma i suoi contenuti sembrano non essere arginabili, così come le riflessioni che ne sca- turiscono. Doris Lessing presenta gli stessi personaggi (i suoi genitori) in due storie, da due punti di vista e attraverso due tecniche narrative: da un lato una storia filtrata attraver- so l'immaginazione e le tecniche della fiction, e dall'altro la stessa storia descritta con la lucidità del biografo che sele- ziona e presenta al pubblico, in modo imparziale, gli eventi più significativi della vita di un personaggio. Nel caso di Lessing, tuttavia, non si può distin- guere nettamente tra narrazione im- personale e fiction avulsa dal reale. Quello dell'interpenetrazione dei due fattori è infatti uh tema che l'autrice ha già vigorosamente sviscerato nelle sue sperimentazioni nel genere (o "non genere") autobiografico, giun- gendo, in questo libro, alla giustappo- sizione dei due approcci estetici al fi- ne di scandagliarne gli elementi costi- tutivi e i rapporti di reciproca influen- za, e per rimetterne in discussione gli assunti tradizionali. Nella prima parte l'autrice scrive una storia fittizia sui suoi genitori, immaginan- do una vita parallela non turbata dalle guerre mondiali. I personaggi vivono così episodi che non trovano il corrispettivo nella realtà e, tuttavia, la narrazione rivela i loro veri "toni di voce e sospiri", coglie "tracce lievi come quel- le che seguono i cacciatori" e ne ricava un vi- brante ritratto psicologico. Segue poi un inter- ludio in cui viene spiegato l'intento narrativo e, successivamente, una seconda parte in cui si racconta la vera vicenda attraverso le mute- voli memorie dell'autrice. Il libro presenta classiche opposizioni binarie che dimostrano però la loro continua ambivalenza: biografia e autobiografia, fiction e realtà, memorie e ro- manzo, narrazione oggettiva e soggettiva, au- tenticità e arbitrarietà del self. Tutte si mesco- lano le une alle altre dando vita a imprevedi- bili processi di ibridazione che minano le cer- tezze del lettore e ampliano il suo punto di vi- sta interpretativo, la sua capacita di giudizio e la comprensione dell'arte, caleidoscopica, della scrittura. Federico Sabatini Marek Krajewski, fortezza breslavia, ed. orig. 2006, trad. dal polacco di Valentina Parisi, pp. 303, € 18,50, Einaudi, Torino 2009 Terzo episodio di una trilogia avviata con Morte a Breslavia e La fine del mondo a Bre- slavia, Fortezza Breslavia impegna Eberhard Mock, rimosso dal suo incarico nella Kriminal- polizei, ma ancora intenzionato a investigare, in una nuova indagine. Mescolando dettagli storici legati all'avanzata sovietica verso Bre- slavia del marzo-aprile 1945 a particolari cruenti di un omicidio preceduto da stupro, Marek Krajevski imbastisce un'opera ibrida che non manca di trascinare il lettore. Non ne esce certo un capolavoro, né un romanzo sto- rico degno di tale definizione, bensì un giallo dagli esiti inattesi, ma piuttosto banali. Eberhard Mock decide di indagare sull'effera- to assassinio della giovane nipote di una con- tessa antinazista. I particolari macabri non so- no risparmiati, nella maggior parte dei casi emergono attraverso durissimi interrogatori e relative confessioni di orge e violenze, che ri- velano non solo la crudeltà, ma anche la de- cadenza irrefrenabile dei nazisti superstiti alla guerra, ossessionati del senso della fine, del- la sconfitta, della morte imminente. Lo stupro e l'assassinio, descritti come la scena culmine di un film horror, a una prima indagine paiono l'opera non isolata di un soldato sovietico, de- ciso a prendersi il proprio bottino di guerra, forse animato anche da un indefinito, ma pre- gnante desiderio di vendetta. A Mock l'ipotesi pare immediatamente inverosimile e inizia a indagare immergendosi nei fanghi reali e me- taforici di una Breslavia alla fine dei suoi gior- ni, per lo meno in quanto città tedesca, desti- nata a essere restituita a breve al territorio po- lacco, con il nome di Wroclaw. Marek Krajev- ski, molto apprezzato e conosciuto presso il grande pubblico in patria, confeziona roman- zi accattivanti, ma piuttosto improbabili e, a tratti, insulsi; Fortezza Breslavia non fa ecce- zione. Fa da antidoto a questo tipo di narra- zione una vivace ironia, anche se risulta più adatta ai tempi correnti piuttosto che ai fatali ultimi giorni della seconda guerra mondiale. Donatella Sasso disegni di Franco Matticchio Gustav Seibt, il poeta e l'imperatore, ed. orig. 2008, a cura di Monica Lumachi e Paolo Scotini, pp. 262, € 16, Donzelli, Roma 2009 Il libro del noto critico letterario tedesco, tradotto impeccabilmente dai due giovani germanisti italiani, è di grande interesse per la storia della cultura e in particolare per chi voglia vedere dal vivo la Germania in età na- poleonica, a partire dalla disfatta prussiana del 1806. I due incontri di Goethe con Napo- leone, nel 1808 al congresso di Erfurt e poi a Weimar, e il famoso "Vous ètes un homme" rivolto dall'imperatore al poeta sono soltanto il punto nevralgico di una nitida, documenta- ta rappresentazione con centinaia di perso- naggi, fra cui spicca il vero vincitore, il genio malefico di Talleyrand ("merda in una calza di seta", come più tardi ebbe a dire di lui l'im- peratore). Al congresso di Erfurt partecipa- no, oltre allo zar, quattro re e otto duchi re- gnanti ma in ginocchio, e il fasto, le folle omaggianti, gli intrighi e il nulla di fatto non possono non richiamarci gli attuali G8. Musi- ca simile. Del faccia a faccia con Napoleone Goethe, per quanto assiduo biografo di se stesso, scriverà, frammentariamente, con l'apporto del suo segretario Eckermann, solo nel 1824. "Nel cuore di un'epoca non realisti- ca nel suo modo di sentire, Goethe disse di sì a tutto quanto gli era affine e non ebbe esperienza più grande di quell'ens realissi- mun che va sotto il nome di Napoleone", co- sì scrive Nietzsche nel Crepuscolo degli dei. Di cosa avevano parlato? Del Werther, l'im- peratore lo conosceva a memoria e gli impu- tava in un punto un errore di verosimiglianza. Su quest'imputazione Goethe ha una totale reticenza, a cosa aveva alluso l'imperatore gli sfuggirà solo con Eckermann: era dove Lotte manda a Werther le pistole senza dire una parola. Ma oltre che del Werther i due sommi avevano parlato di teatro: la vischio- sità della letteratura! Da Seibt si apprende che Napoleone stesso aveva tentato di scri- vere un romanzo, così come che Goethe era debole in francese e che dopo Erfurt ordinò alla biblioteca di Weimar un Nuovo metodo di lingua francese per la lezione pratica. Tut- ti chiacchierano intorno a quell'incontro epo- cale, ma è lui il più toccato e al tempo stes- so il più spregiudicato. Meraviglioso saluto mi ha rivolto l'imperatore ("Vous ètes un hom- me"), scrive al conte Reinhard, "dal che Lei deduce che sono un pagano perfetto in quanto mi è stato applicato, in senso inverso, l'Ecce homo. Per il resto ho ben ragione di essere soddisfatto per quest'ingenuità del padrone del mondo". Formulazione geniale. E non l'unica. Questo libro, oltre che fondar- si su una filologia affidabile e una ricca bi- bliografia, è un autentico piacere. Anna Maria Carpi Sebastian Fitzek, Il ladro di anime, ed. orig. 2008, trad. dal tedesco di Monica Pesetti, pp. 299, € 14, Elliot, Roma 2009 Le ore passano a ritmo snervante, avvolte in una maschera di neve fitta, sfondo di una storia contenuta in una cartella clinica da sfogliare con attenzione. Il tempo scandito nelle pagine isola il lettore da ogni contatto con il mondo esterno, così come accade ai protagonisti, intrappolati in una clinica psi- chiatrica di lusso nella quale si aggira il la- dro di anime. Impossìbile non lasciarsi as- sorbire dal susseguirsi degli eventi, sospinti da una tensione crescente, dal continuo fronteggiarsi con follia, ipnosi, mor- te e incertezza. Difficile lasciare che la mente abbandoni quegli scenari asettici, costruiti su un alternarsi di buio e luci fredde, rumori inquietan- ti e silenzio spettrale. Caspar è sta- to trovato da poco privo di cono- scenza all'entrata della clinica. Avendo perso la memoria, un giorno decide di affidarsi alla psicologa Sophia, la quale è a conoscenza di qualche particolare importante del suo passato che gli verrà rivelato l'indomani mattina. Caspar accetta di fermarsi per quella sera, ma, nel frattempo, arriva in ambulanza un paziente con un pugnale infilato in gola e tutti i protagonisti restano bloccati nella struttura. Ciò che accade in seguito è contenuto nella cartella clinica sottoposta all'analisi di due studenti coraggiosi, ingag- giati da un enigmatico professore di psico- logia a qualche anno di distanza dalla tra- gedia. La perfetta conoscenza di manuali ed enciclopedie psicologiche giocano un ruolo fondamentale nel delinearsi del lin- guaggio di Fitznek, intarsiato di dialoghi, ci- tazioni, formule che spaziano con disinvoltu- ra da una forma di espressione colloquiale a una più dotta, ma mai troppo complessa. Riesce a rimanere saldamente legato allo scopo del romanzo: la suggestione totale, un'ipnosi costante praticabile su qualsiasi lettore grazie a una scenografia indovinata e un ricorso costante all'ambiguità. La len- tezza con cui ogni tassello torna al suo po- sto verrà sopraffatta dal colpo di scena fina- le e da un'analisi repentina dei fatti sotto una luce completamente diversa; caratteri- stica che conferisce grande solidità alla struttura del romanzo. Anna Zizola Mario Barbieri, farewell, my Lady, pp. 408, €20, Mup, Parma 2009 Di professione avvocato, Mario Barbieri racconta una storia di emigranti di chiara ispirazione autobiografica. Un giovanissimo montanaro, proveniente dalla Val Taro, è spedito dai genitori, con un modesto fagot- to, a fare l'aiuto barista in un locale nel cen- tro di Londra. Siamo nel 1911, a Guido, que- sto il nome del ragazzo, Londra si schiude come un universo interamente nuovo, in par- te pericoloso, in parte affascinante. Guido non conosce la lingua, ma il suo carattere gentile e la sua voglia di lavorare gli permet- tono di integrarsi con molta facilità. Nel ro- manzo entrano poi gli anni terribili della guerra, e il conflitto vero e proprio, combat- tuto sul fronte inglese. Le avventura di Gui- do hanno però un carattere felice, come se chi scrive avesse da questa lunga parabola esperienziale tratto un monito per la vita an- cora da venire. Ovvero la capacità di ap- prezzare, a piene mani, quel che, anche in condizioni difficili, ci arriva dagli altri esseri umani. Il romanzo è infatti denso di episodi di solidarietà e di umorismo. Così come la scrittura, che scorre fluida, in presa diretta, senza cedimenti lirici, li libro di Mario Bar- bieri è una testimonianza di anni molto com- plessi per il nostro paese che ben si può in- serire in quel filone di letteratura di migranti italiani che da John Fante arriva fino a Luigi Meneghello. Camilla Valletti