I IL PRIMO TINO DELLA MARTINI, SOLA & C.GNIA. lo raccoglieva e lo immetteva nelle vasche di raccolta. Queste normalmente erano due (a volte in muratura, a volte in terracotta), disposte ai lati del forum vinarium. Le vinacce venivano portate ai torchi e da questi, attraverso i soliti canalini, il mosto fluiva al lacus vinarium. Dopo una decantazione ed una grossolana filtrazione attraverso specie di panieri di vimini il mosto veniva versato nei dolium dove avveniva la fermentazione. Tutta l'organizzazione di questa « industria » vinicola romana è visibile nel museo in alcuni perfetti modellini. Nelle immense cantine che la Martini & Rossi ha riseivato al museo enologico, un enorme dolium panciuto con larga apertura superiore testimonia l'importanza del vino presso i Romani. Il dolium più largamente usato conteneva all'incirca 1100 litri. Mentre schiavi e soldati e osti di infimo ordine attingevano il vino di qualità scadente dallo stesso dolio in cui era venuta la fermentazione, per il commercio delle qualità medie e pregiate, il vino di classe veniva travasato dal dolio nella serie e da questa nelle anfore per il trasporto e l'invecchiamento. La serie aveva la forma di anfora ed era di capacità diversa oscillante tra i 200 e i 300 litri. Serie e seriole — queste di minore capacità — erano dunque recipienti internamente trattati con intonaci impermeabilizzati e avevano la funzione delle nostre botti di legno, già conosciute a quell'epoca, alle quali i contadini dell'Italia Latina preferivano ancora i vasi fabbricati nelle fornaci di Roma. Altri recipienti quali l'urna, il ca-dum, la legena, vennero impiegati per l'invecchiamento dei vini. Barilotti, fiaschi, borracce costituirono la produzione di fabbriche di ceramiche romane e pre-romane, desti- I PRIMI ALAMBICCHI DELLA DISTILLERIA DELLA MARTINI, SOLA 6, C.GNIA. nati al completamento della gamma dei recipienti per i vini. Dei tipi più caratteristici il museo offre al visitatore pezzi di ineguagliabile bellezza. La raccolta, sistemata in un pittoresco sotterraneo, che pur nella sua semplicità architetturale di cantina infonde un senso particolare di quiete, dominato dal color caldo del mattone, è stata ordinata dopo tre anni di paziente e diligente ricerca dal valente studioso Marchese Oberto Spinola. Il materiale assurge a documentazione viva e fedele della storia della lavorazione del vino e dei mezzi usati dagli uomini di tutte le età per diffondere il consumo di questo delizioso nettare. Così la rassegna, dopo l'età di Roma, espone una serie di altri oggetti e pezzi rari che vanno dai buccheri ai vasi vitrei, alle ciotole per salire sino ai tempi dell'enologia francese ed agli inizi dell'epoca della grande industria enologica. Maestosi, solenni, impressionanti sono i torchi lignei sistemati in alcune sale. Uno di questi misura oltre dieci metri di lunghezza. Un prototipo di torchio detto alla genovese troneggia in un angolo costituito da due enormi viti verticali di legno fissate a un basamento eccezionale. Due grossi bulloni, di legno essi pure, vi si avvitavano e provocavano l'abbassamento forzato di un sottostante trave solidale con un plancito premente sulle vinacce. I torchi lignei erano veri e propri monumenti e davano un rendimento meccanico per allora molto elevato (sei o settemila chilogrammi di forza sviluppata). Coi suoi pezzi piccoli, con le sue bacheche, coi suoi grossi torchi, il museo enologico di Pessione è un quadro sinottico della storia del vino dal VI secolo a.C. al giorno d'oggi. E' l'omaggio che una grande industria disinteressatamente offre al mondo degli studiosi, degli esperti, dei curiosi. E' una rassegna, che ben lungi dall'essere un fatto aziendale, si pone su uno dei piani più elevati di interesse culturale e storico, meta senza dubbio di coloro i quali fanno del patrimonio archeologico del Piemonte, oggetto della loro insaziabile diligente attenzione.