Giuseppe Camino - Paesaggio presso la Serra d'Ivrea. del temperamento impetuoso dell'autore. Tuttavia, nel piccolo formato, per di più rinchiuso nell'abbraccio allusivo dell'ovale, caro a parecchi romantici, Camino è più raccolto e, pur senza rinunciare a vividi contrasti, risulta tanto più convincente, non senza una nota di personale espansività. Con linguaggio sobrio, Camino dimostra qui una capacità di presa diretta sulla, natura, pur sempre un poco irreale nelle illuminazioni fantastiche e misteriose; il pezzo è condotto con rapida sintesi, non senza un ricordo perfino del paesaggio bagettiano. L'impianto è semplificato, la campagna è vista ad orizzonti abbassati sotto un cielo poco mosso, uguale, sospeso; l'orchestrazione complessiva è tenuta su pochi e robusti effetti di verdastri e grigi, con alcuni gialli, qua e là rendendo gli accostamenti un poco aciduli. È probabilmente da datare al 1858 il dipinto con una scena di vita popolare, siglato dal pittore Tetar van Elven, a Modena (in quell'anno una sua scenetta modenese apparve alla Promotrice), dove è raffigurata la piazza del Duomo, con la facciata di quest'ultimo a destra in prospettiva. Pietro Tetar van Elven, nativo di Amsterdam, giunse a Torino col padre nel 1851 e quivi rimase per un decennio prima di trasferirsi a Parigi fino al 1874 (per poi pellegrinare attraverso il globo), portando nel tranquillo e riservatissimo clima torinese una pennellata estrosa e perfino un poco stravagante, un colorismo acceso che, agli inizi, sono ancora relativamente assai sorvegliati ma che nel periodo tardo, nell'ultimo quarto del secolo, tenderanno sempre maggiormente, anche se empiricamente, al colore puro. Il van Elven venne a Torino appena ventenne e trovò accoglienze entusiastiche, perfino a corte; nel 1859 partecipò alla campagna di indipendenza. Ma che la sua presenza abbia inciso in loco, è difficile sostenere; essa fu piuttosto un gustoso e frizzante episodio. Nessuno in Torino era in grado a quel momento — né lo sarebbe stato in altra parte d'Italia —: di comprendere i fondamenti della, sua, pittura, cosi profondamente anti- tetici, anzi eterodossi agli occhi dei nostri pittori. La veduta di Modena è sapida, brillante, animata, condotta con un senso dell' episodio goduto ma controllato, sottomesso ad una accorta regia delle masse di luce d'ombra. Un dipinto di prim' ordine è quello firmato da Frangois Auguste Ravier-. una « Pianura al tramonto ». Ravier, nato nel 1814 a Lione, lasciò gli studi di diritto per la pittura nel 1835, aiutato nella sua città da un pittore Fournille; fu nel '38-'39 a Parigi, studiando presso i pittori Jules Coignet e Théodore Carvel, vagando nei dintorni di Parigi (Fontainebleau, ad esempio) alla ricerca di spunti pittoreschi. Era dunque entrato in contatto, sia pure a margine, con Z'« Ecole de Barbizon ». Ma nel '39 passò in Alvernia ed ebbe modo di accostare ed ammirare Corot a Royat. Soggiornò nel '40-'42 a Roma, ritrovandovi Corot, che gli consigliò una disciplina metodica. Il consiglio rimane per ora lettera morta. Nel '43- 45 Ravier è di nuovo a Roma e qui si lega a Corot, a Ingres vecchio, a Flandrin ma per il colore risente, in particolare, di Marilhat. Torna nel '45 in Francia e finalmente, nel '52, si riunisce a Corot e a Daubigmj per lavorare a Crémieu in Dcl-finato, dove anzi si fissa stabilmente dal '53 al '68, creandovi un vero e proprio centro di paesaggismo. Problemi di resa d'apparenze mutevoli e vibranti di luce lo occupano, precedenti alle ricerche degli impressionisti. Gli studi si susseguono come variazioni su un tema. Nel '58 sosta a Crémieu per la prima volta il Fontanesi. Dal '68 al '95, Ravier vivrà a Morestel, sempre in Delfinato, in paesaggio più spoglio ma, più aperto a pure ricerche di luce, accumulando opere audaci di cromia intensa e incendiata. È un'autentica volontà di fusione cosmica. Nel '76 si recò in Inghilterra; CRONACHE ECONOMICHE (fì