riNDICF ■■dei libri del meseH settembre 1992 - n. 8. pag. 4 __Il Libro del Mese_ Riusciranno i nostri amici capitalisti...? di Guglielmo Ragozzino Undp, Rapporto sullo sviluppo umano 1. Come si definisce, come si misura, Rosenberg & Sellier, Torino 1992, ed. orig. 1990, trad. dall'inglese di Claudio Di Giorgio, pp. 166, Lit 45.000. Undp, Rapporto sullo sviluppo umano 2. Per una riforma della spesa sociale, Rosenberg & Sellier, Torino 1992, ed. orig. 1991, trad. dall'inglese di Claudio Di Giorgio, Anna Nadotti e Jaime Rehren, pp. 210, Lit 48.000. Il senso principale dei Rapporti sullo sviluppo umano, in via di pubblicazione dall'editore Rosenberg & Sellier, sta tutto nella prima frase del primo volume: "Questo rapporto si occupa della gente". Chi scrive i rapporti è un'agenzia delle Nazioni Unite, l'Undp (United Nations Develop-ment Programme) che ha pubblicato in primavera il suo terzo rapporto (1992) annuale; un volume che arriverà in libreria, tradotto in italiano, in autunno. In questa sede cercheremo di riferire di tutti e tre i rapporti — i due pubblicati e quello atteso — e delle novità che presentano rispetto agli annuari correnti. I rapporti sullo sviluppo abituali (tipici quelli della Banca Mondiale) trascurano proprio la gente. Parlano piuttosto di cose; quanto petrolio e grano e carbone e oro, quante automobili, telefoni, acciaio; e i dollari e le poche (o troppe) calorie e l'energia e la forza lavoro; e, ancora, chi esporta e dove; e i debiti e con chi. Quando si è finalmente stabilito il livello del reddito di un paese comincia il tempo dei confronti; se l'insieme sia cresciuto e di quanto, rispetto a un anno prima, se un paese cresca più in fretta o meno in fretta del paese confinante. E così via. Ogni Rapporto sullo sviluppo umano si occupa invece delle persone. Si pone per esempio il quesito se le persone protagoniste siano uomini o donne, descrivendo, forse per la prima volta la sostanziale differenza, lo scarto nello sviluppo umano tra i due sessi (verrebbe voglia di dire: tra le due popolazioni che consistono sullo stesso territorio) nei vari paesi del mondo. Anche la Banca Mondiale, per prendere di nuovo a modello il rapporto sullo sviluppo più considerato, ha da qualche anno tavole sulla parte femminile della popolazione; ma sembrano utilissimi approfondimenti sui temi della demografia, di cui le donne sono ormai individuate, da una Banca Mondiale ridipinta di fresco, come uno dei principali input. Le donne come una risorsa, che è utile, anzi indispensabile studiare e conoscere a fondo. Diverso è invece l'atteggiamento dei compilatori dei Rapporti sullo sviluppo umano; così essi già nel primo rapporto provano a calcolare il loro indice di sviluppo umano o Isu separatamente per uomini e donne, applicando gli stessi parametri. Risulta che in una ventina di paesi la condizione delle donne è migliore di quella degli uomini. Poi si accorgono, nel corso della preparazione del secondo rapporto, che l'applicazione pura e semplice dei parametri su cui si costruisce l'Isu ai due sessi, separatamente, appiattisce le discriminazioni nei confronti delle donne che invece persistono in molti paesi, anche a massima industrializzazione. Allora, per quaranta paesi di cui esistono i dati, viene ricalcolato l'indice tenendo conto anche dello stato di fatto di svantaggio delle donne a partire dai salari e dalla scolarità. L'indice di sviluppo umano di tutte le latitudini si abbassa di molti percento e alcuni paesi che erano capofila, come il Giappone, vengono relegati a metà classifica e al primo posto sale la Finlandia seguita dalla Svezia, dalla Danimarca e dalla Francia. L'Italia finisce in coda tra i paesi ricchi. Quella dello sviluppo umano che appare nei rapporti è dunque una scienza in divenire. Da un rapporto all'altro non vi è soltanto un aggiornamento dei dati, o il completamento dell'informazione con nuove tavole; vi è anche un affinamento dei parametri adottati per ricercare i dati stessi e una critica di quanto pubblicato nel rapporto precedente, un tentativo di rispondere alle domande suscitate da quello. E il fatto di non essere una scienza stabilizzata e definita, rende quella dello sviluppo umano ancora più interessante: un percorso nel quale ciascuno può fare delle scoperte; può perfino interagire, dato Io spazio lasciato dall'Undp alle organizzazioni non governative (Ong) sollevando dubbi e questioni con gli estensori dei rapporti (un consulente è Amartya Sen, un altro è Lord Meghnad Desai), nella convinzione che qualche idea giusta passi dalla discussione pubblica al nuovo testo e di qui all'Agenzia sullo sviluppo e poi all'Assemblea dell'Onu e poi... e poi... La novità base nel calcolo dello sviluppo umano e che è posta al centro del primo rapporto consiste nel-l'integrare il tradizionale calcolo del solito prodotto nazionale lordo (Pnl) prò capite con altri due valori, legati alla qualità della vita: la speranza di vita alla nascita e l'alfabetizzazione. Il primo dei rapporti (Lo sviluppo umano / come si definisce, come si misura, pubblicato in originale nel 1990 e in Italia nell'aprile 1992, ha il compito di introdurre il nuovo modo di ricalcolare i paesi e il futuro del mondo, offrendo qualche giudizio sulle politiche. Da questa correzione risulta un indice che scorre tra un massimo di "1" e un minimo di "0". L'indice di sviluppo umano o Isu si costruisce facendo la media di tre indi- catori di privazione: alfabetizzazione, speranza di vita alla nascita e Pnl. L'alfabetizzazione va dal 100 (presunto) dei paesi dell'Europa occidentale al 12 per cento della Somalia. La speranza di vita va da un massimo di 78 anni in Giappone a un minimo di 42 anni in Etiopia. A questi indicatori si aggiunge il Pnl prò capite indica- to in forma logaritmica per accorciare la scala delle differenze. Il Pnl, in dollari, va da un massimo che corrisponde alia soglia della povertà ufficiale media in nove dei paesi più ricchi, nell'anno 1987, pari a 4.861 dollari e i 220 dollari del Pnl prò capite dello Zaire. Ogni paese "si colloca nel punto appropriato di ogni scala e si calcola la media delle tre scale, ottenendo così il suo indice medio di privazione umana. Sottraendolo da 1 si ha l'indice di sviluppo umano". I valori massimi sono dei paesi più ricchi che hanno anche gente dalla vita più lunga e un'alfabetizzazione — più immaginata che reale — del 100 per cento. L'ordine non rimane però lo stesso del Pnl puro e semplice nep- pure tra i paesi industrializzati e vi sono paesi come gli Stati Uniti che perdono il loro primato; tanto nel campo della scolarità che in quello della speranza di vita sono nettamente sopravvanzati da altri: così in testa si piazza il Giappone, nel primo rapporto. Ma le questioni vere non riguardano i primi posti, l'alta classifica. Quello che più conta è che la classifica dei paesi fatta tramite l'Isu rivoluziona quella tradizionale fatta sulla base del Pnl prò capite e utilizzata normalmente nel centro e nel fondo, dove si collocano i quattro quinti del genere umano. Costruendo i due tracciati, uno con i dati relativi al Pnl dei vari paesi e l'altro con l'Isu degli stessi paesi, a partire dai più poveri, risultano due curve abbastanza diverse; l'Isu, che va da 0 a 1, ha un andamento che assomiglia a quello della diagonale di un quadrato, mentre la curva del Pnl, che va dai 200 dollari o poco più dello Zaire agli oltre 20.000 degli Usa, sale lentamente, quasi in orizzontale (da un paese del quarto mondo all'altro vi sono poche differenze nel Pnl prò capite), fino a quota 2.000 dollari, poi curva verso l'alto e poi si impenna salendo quasi in verticale. Le due curve, che ricordano insieme una D stampatello molto inclinata, sono talmente importanti che sono assunte come simbolo della possibilità dell'Isu di smuovere la politica tradizionale. Già nella rappresentazione grafica vi è l'assunto di una diversa scelta nelle priorità e quindi di una politica diversa; può essere assai più importante, per risalire la classifica (e non si tratta di una classifica secondaria, ma di qualità della vita), migliorare gli standard di igiene e di scolarità, piuttosto che investire in attività industriali per l'esportazione. Non solo, ma vi è anche implicito il suggerimento di puntare verso una serie di scelte, come l'acqua potabile o la vaccinazione infantile, o l'alimentazione di base — progetti dunque autocentrati, controllabili —, piuttosto che forzare un ingresso nel sistema del commercio internazionale e farsi eterodirigere. C'è un confronto esemplare tra Sri Lanka e Brasile che il Brasile perde nettamente, nonostante il suo Pnl più che quadruplo, proprio per l'incapacità di generare dal Pnl qualità della vita minima: speranza di vita, riducendo la mortalità infantile, e alfabetizzazione. E il primo rapporto si conclude con una serie di impegni, di veri e propri appuntamenti per l'anno duemila e un elenco delle scommesse che si possono, si debbono vincere. Anche il secondo rapporto Per una riforma della spesa sociale ha un logo significativo. Si tratta di una serie di quadrati, uno incastrato nell'altro. Il maggiore dei quadrati è il solito Pnl di un determinato paese che come ormai sappiamo, da buoni cultori dello sviluppo umano, è un dato fallace; il secondo quadrato, inscritto nel primo, è il "coefficente di spesa pubblica": quanta percentuale di Pnl è rappresentata dalla spesa pubblica? Nella spesa pubblica vi è la sanità, la costruzione delle ferrovie, il pagamento dei funzionari, le pensioni, e anche l'esercito. Che parte di spesa pubblica è destinata ai servizi sociali; qual è il "coefficente di allocazione sociale"? C'è poi un ultimo quadrato, piccolissimo, che rappresenta il "coefficente di priorità sociale", ed equivale alla percentuale >■