L'INDICE ■■dei libri del meseBI MARZO 1992 - N. 3. PAG. 6 Troppo stanco della storia di Franco Fortini Izrail' M. Metter, Il quinto angolo, a cura di Anna Raffetto, Einaudi, Torino 1991, ed. orig. 1989, trad. dal russo di Claudia Scandurra, pp. 204, Lit 22.000. Non posso dire che questo libro mi piaccia davvero. Sono sempre meno un frequentatore di narrativa ma è raro che un medio prosatore russo dei nostri tempi non mi costringa ad ammirare il movimento, il respiro magnanimo e foss'anche un ricordo soltanto o imitazione dell'altra e massima età della loro letteratura. Questo libro dal titolo sinistro e nettissimo piace a gente che per gusto e giudizio non mi dovrebbe essere troppo lontana. Devo allora chiarirmi i motivi della resistenza. Mi si risparmi la canonica citazione di Freud se dico, fin dalla soglia, che non si tratta di resistenza alla rappresentazione della catastrofe storica del comunismo sovietico vissuta attraverso una singola e irriducibile individualità. Di quelle rappresentazioni ne abbiamo lette, e da trent'anni, di ogni sorta e livello (Solzenicyn è un nome); anzi abbiamo con rabbia e pena dovuto contendere con coloro che, intorno a noi, negando ora la qualità letteraria ora la verisimiglianza documentaria, le schernivano o sottovalutavano. Semmai, sarebbe proprio la modestia della qualità intellettuale e letteraria del libro a costituirne l'unico possibile interesse, se fosse raffigurazione di una sopravvivenza 'comica' su sfondo tragico, secondo uno schema che nell'Ottocento russo ha precedenti gloriosi. Il guaio si è che questo non è né un racconto né un romanzo ma una autobiografia ricca di omissioni quanto di giudizi etico-politici. Leggo nella conversazione in appendice che i censori, in età brezneviana, avrebbero acconsentito a pubblicare, JUAN DE VALDES IL DIALOGO DELLA DOTTRINA CRISTIANA Prefaz. di Anna Morisi Guerra pp. 224 + 8 tav. f.t., L. 26.000 In prima traduzione l'unica opera di Valdés stampata durante la sua vita per cui dovette abbandonare la Spagna per Napoli dove mori nel 1541. SERGIO AQUILANTE PER UN SOCIALISMO CRISTIANO Testimonianze da un osservatorio meridionale pp. 128, L. 15.000 Un itinerario politico, teologico ed etico. Elaborazione del nesso fede e politica in una «opzione meridionalistica». EDUARD SCHWEIZER IL DISCORSO DELLA MONTAGNA Matteo cap. 5-7 pp. 144, L. 16.000 (PCM 66) Le famose parole di Gesù su guerra e pace, il potere e l'impotenza, la rivoluzione e lo sviluppo, giustizia sociale, amore per i nemici ecc. ELENA RAVAZZINI CORSANI L'AQUILONE SULL'ARMADIO Il «diario di guerra» di una ragazzina pp. 130, con 25 ili.ni e schede, L. 16.000 Guerra, resistenza e dopoguerra in Piemonte nel «diario» autentico di una ragazzina (1939-1948). Particolarmente adatto per la scuola. ALISTER E. McGRATH IL PENSIERO DELLA RIFORMA Lutero, Zwingli, Calvino e Bucero pp. 224, L. 24.000 Sintesi essenziale ed acuta delle tematiche fondamentali sollevate dalla Riforma del '500. L'autore è docente all'Università di Oxford. Utilissimo per integrare i libri di testo. ■ mm editrice Claudiana Via Pr. Tommaso 1-10125 Torino Telef. (011) 68.98.04 - Fax (011) 65.75.42 del libro, solo la parte che narra la storia d'amore. Censori, direi, non privi di umorismo, tanto quest'ultima è esigua in confronto alla parte narrante guai e patimenti dovuti alle vicende storiche e politiche. Ed è proprio in questa e maggiore parte che si fanno evidenti sia l'ambizione di celebrare la dignità morale di una vita 'raso terra' (o si dica l'altezza della mediocrità) in un mondo stentoreo e feroce quanto l'incapacità di inventare, se non per attimi, le scene che lo rappresentino. Viene in mente il vecchio Witz\ "Sa, Carlo soffre di un complesso di inferiorità". "No, no, è che è inferiore davvero". Metter è un satirico. Quando si tratta di toccare la corda del comico-miserevole, è bravissimo: la scenetta (pp. 119-21) con la moglie del comandante di battaglione e poi con quest'ultimo e col licenziamento finale è di schietta qualità, di ottimo teatro. Il suo meglio è la vivacità ironica, la sapidità, la capacità dello scatto a sorpresa fra moto narrativo e riflessione; e anche la distanza che una risentita esattezza morale (e il rifiuto di ogni enfasi) gli fanno prendere da una materia e un'età atroci, quella di chi si trovò ad avere ven-t'anni nel primo Quinquennale, fra trenta e quaranta ai tempi di Stalin, della guerra e dell'assedio di Leningrado, e che visse maturità e vecchiaia nella lunghissima depressione dell'era di Chruscév e Breznev. Si potrebbe citare a ogni pagina. A p. 170 c'è un ottimo esempio di questo acuto periodare: il vecchio, nella notte, cerca di passare da una ad altra onda memoriale del proprio passato, ma ogni neutro frammento di biografia vira rapidamente e riporta alla mente lembi dell'orrida cronaca che il protagonista ha vissuto, storia di tutti, in prima persona. "Ero troppo stanco della storia sanguinaria dell'umanità" dice, dopo una notte fra le architetture di Samarcanda. Non so se questo basti a riscattare l'autore dalla volgarità, degna di molte nostre terze pagine, con cui parla del delirio 'religioso' per Stalin (pp. 123-24); anzi, e tanto più, se la realtà fosse stata — e certo è anche stata — quale egli la racconta, si può chiedere (dopo quarant'anni!) qualcosa di più o di meglio. Immaginiamo un autore italiano o tedesco che negli anni sessanta o settanta ci avesse parlato cosi dei fanatismi per Hitler o Mussolini. Che un membro della in-telligencija, un autore di più di venti libri, così scriva di quella età aggiunge assai, mi pare, alla scena dei bassissimi livelli cui lo sfaldamento e l'imputridimento del regime sembrano aver condotto colà la media ideologia dei 'colti'. Ma, come dirò più oltre, forse basta a spiegarlo la tradizionale però mal riposta fede nella missione dell'intellettuale e dell'artista. Spesso, gli antichi lo sapevano, il peggio è solo un bene andato a male. Un regolamento di conti con una cronaca che, col passare dei decenni, è diventata storia. A cominciare dalla sciagura di essere figlio di un "imprenditore individuale" ossia assegnato ad una categoria che non dà ac- cesso all'università; fino a quella di credere e contribuire, da insegnante nelle scuole che il regime comunista ha costituito per educarvi i figli dei proletari (sono tra le pagine più belle del libro, per l'acuta immagine di speranza e insieme di frustrazione), all'edificazione della prigione collettiva che distruggerà un popolo intero, dividendolo fra vittime, carnefici, cinici o disperati. E che ci lascia qui, ad appena due o tremila chilometri di distanza, incapaci di distin- guere fino a qual punto l'uomo sia guaribile e fin dove inguaribile, vale a dire dove cominci e dove finisca il dover-essere per i nostri tardi anni. C'era, al centro di questo libro, un'idea felicissima: di passare da un decennio all'altro sul motivo di un 'grande amore'. Ma gli amori, come i chirurghi, sono tutti grandi; lo scrittore deve solo farcelo capire. Katja finirà suicida nelle stanze della polizia dopo gli scherni di aguzzini che a botte le facevano cercare, come allora si diceva, il "quinto angolo" del locale degli interrogatori. Quando colui che era stato suo marito ne narra al personaggio monologante, l'immenso orizzonte di sofferenze di quelle, loro terre e delle nostre sembra essersi ristretto, come realmente accade alle menti dei vecchi ("avete tutto dimenticato?" chiedeva ai colleghi scrittori morti in deportazione un poeta russo, per poco tempo reduce). Come si legge in una delle pagine conclusive, nulla di quel che diciamo 'ricordo' è rimasto di lei nella memoria della voce parlante: "mi importa solo di una cosa — che lei arrivi fino a me". Quest'enunciato, proprio della compressione e percussività dei suoi maestri di scrittura ellittica — Ba-bel', Pilniàk, Sklovskij — mal si concilia con un ritmo narrativo-discorsi-vo e di tonalità 'media'. In quelle scritture degli anni venti c'era uno scatto, una insofferenza precipitosa che qui dà ancora i suoi guizzi di grottesco-straziante: vedi, a p. 182 l'incontro con una donna invecchiata, che canta accompagnandosi al pianoforte. Ma dell'amore per Katja, cui probabilmente è affidata una funzione allegorica, non si dice nulla se non che è amore: enunciato, non rappresentato. Per dire quel 'vuoto', il negativo che si confonde con quello della propria esistenza, bisogna aver meno fretta, non contare sulla pointe. Credo che il mio disagio di lettore venga dalla sproporzione fra l'universalità delle domande che la storia ha poste alle generazioni del XX secolo — o, per maggiore precisione, degli eventi che quelle generazioni hanno sentito come domande capitali, con una intensità sconosciuta in Europa eccetto che durante la crisi dell'impero romano, le guerre di religione e l'età della rivoluzione francese — e la modestia delle risposte che costellano queste pagine. Quelli che in Europa hanno vissuto fra la seconda e l'ottava decade del Novecento, quanto più avessero avuta intenzione di rifiutare dichiarazioni di fede o di idee, di attenersi alla esperienza e ai suoi limiti, non però hanno potuto togliere che la biografia, scritta o taciuta, si disponesse su quegli sfondi enormi e ne fosse in qualche modo replica o misura. Metter invece racconta la storia privata e quella pubblica senza né contrapporle né integrarle. Ne viene che la sua ira, rabbia, disprezzo o disperazione per servilismi, crudeltà, insensatezze, fanatismi, infamie non si levano più in alto di gemiti o sarcasmi, maledizioni o fughe nella privata moralità e neppure si acquattano come sventurate bestiole nella tana. Confrontare questo racconto con le narrazioni autobiografiche di Tri-fonov è ingeneroso ma necessario. Col risentimento, le illusioni perdute e l'autocommiserazione si possono scrivere, voglio dire, pagine splendide ma a patto di 'sfondare' in qualche modo o in qualche direzione o, di tanto in tanto, su 'altro'. Qui invece le persiane si aprono su di un nichilismo blando. Metter ha ottantadue anni. È autore di una ventina di libri, a partire dal 1936. Dal 1936, capite? Chissà di che cosa mai avrà scritto? Certo, queste righe etico-politiche (p. 110) non depongono a suo favore: "Chi siamo noi — quelli della mia generazione? Sognatori negli anni Venti, decimati e torturati negli anni Trenta, sbaragliati negli anni Quaranta, indeboliti dalla fede cieca e incapaci di recuperare le forze insieme con la vista, vaghiamo in solitudine... Guardandoci l'un l'altro, come in uno specchio, ci colpisce la nostra bruttezza. Ma volevamo il meglio". A parte la curiosa litote ("sbaragliati negli anni Quaranta": da chi? Hitler, credo, c'entra non poco), la formula può essere utile a capire quel che oggi accade in quella parte del mondo. Come si fa a scrivere nella quarta di copertina che Katja "si inserisce di diritto nella galleria di donne memorabili della letteratura russa, da Dostoevskij a Pasternak"? Di costei non sappiamo quasi nulla, fuor che è multivira. Durante una vacanza sul Mar Nero, Katja si decide (dopo tre t> I libri consigliati Quali libri vale sicuramente la pena di leggere fra le migliaia di titoli che sfornano ogni mese le case editrici italiane? ' 'L'Indice ' ' ha chiesto a una giuria di lettori autorevoli e appassionati di indicare fra le novità arrivate in libreria nei mesi scorsi dieci titoli. Non è uno scaffale ideale, né una classifica o una graduatoria. I dieci titoli sottoelencati in ordine alfabetico per autore, e pubblicizzati anche nelle maggiori librerie, rappresentano soltanto consigli per favorire le buone letture. Hans Blumenberg - La legittimità dell'età moderna - Marietti Michail A. Bulgakov - Il grande cancelliere - Leonardo Jacob Burckhardt - L'arte italiana del Rinascimento - Marsilio Witold Gombrowicz - Ferdydurke - Feltrinelli Flann O'Brien - Il terzo poliziotto - Adelphi Ninon de Laclos - Lettere sulla vecchiaia - Sellerio Bartolomé de Las Casas - Brevissima relazione della distruzione delle Indie Giunti Guido Paduano - Il racconto della letteratura greca - Zanichelli Leonardo Sciascia - Morte dell'inquisitore - Adelphi Kurt Vonnegut - Il grande tiratore - Bompiani La giuria che consiglia i libri del mese di marzo è composta da: Alfonso Berardinelli, Camilla Cederna, Lidia De Federicis, Goffredo Fofi, Nicola Merola, Giosuè Musca, Aldo Natoli, Michele Serra, Gianni Vattimo.