in avanti col completamento delle istituzioni previste con grande creatività politica dal Trattato di Roma. Esprimemmo l’anno scorso una aspettativa reale del mondo del lavoro per 1’elezione a suffragio diretto del Parlamento europeo nel 1978. Una serie di passi avanti impressionante per la sua rapidità si è verificata da allora con i vertici di Bruxelles in luglio e di Roma in dicembre, in seguito ai quali si va profilando uno schieramento europeo delle forze politiche. Sono segni confortanti di questo processo la costituzione del Partito Liberale Europeo, i lavori costituenti della Federazione dei partiti democristiani, l’attenta disponibilità di buona parte della sinistra europea concretatasi nel recente congresso dei partiti socialisti. L’accelerazione del processo di integrazione politica, parallela all’intensificato rischio di disintegrazione economica, si spiega avendo ben presenti i termini drammatici dell’alternativa e l’inesorabile esaurimento dei tempi disponibili per le decisioni. A qualunque livello, italiano, europeo, o mondiale, si esaminino le nostre possibilità di sviluppo, esse appaiono non solo fortemente condizionate ma addirittura determinate dall’esistenza o meno di un quadro europeo. A livello italiano l’esistenza di una politica industriale europea creerebbe le premesse perché la nostra industria possa competere in condizioni di parità con quelle degli altri Paesi, porrebbe le basi per una effettiva riduzione dell’area improduttiva e consentirebbe così di uscire dalle secche del “capitalismo assistenziale”. A livello europeo è necessario un potere che stabilisca gli obiettivi fondamentali dello sviluppo, che regoli e renda effettiva la concorrenza, che recuperi la possibilità di controllo autonomo del ciclo e che attui una politica regionale. In campo monetario diversi strumenti potrebbero essere pragmáticamente posti in atto e sviluppati di pari passo col procedere dell’integrazione: una stanza di compensazione per regolare su basi multilaterali i saldi fra Paesi europei, un Fondo Europeo di Riserve per far fronte agli squilibri consolidati della Comunità verso i Paesi terzi ed il lancio di prestiti europei sui mercati paralleli internazionali. L’uscita della Francia dal serpente monetario e le dichiarazioni secondo le quali è necessario il rientro dell’Italia e della Gran Bretagna nella fluttuazione congiunta perché anche la Francia possa resistere, dimostrano come l’Europa possa e debba avere una sola velocità. A livello mondiale la presenza europea è condizione indispensabile del nuovo ordine economico internazionale reclamato anche dai paesi emergenti e realizzabile soltanto in presenza di un nuovo ordine politico. La presenza politica dell’Europa costituirebbe un punto di riferimento per lo sviluppo di processi integrativi in vaste aree emergenti, come quella latino-americana, che ci sono vicine per affinità culturali e per concrete complementarietà economiche. Non dobbiamo però guardare alle elezioni del 1978, ed agli sviluppi dell’integrazione che queste renderanno possibili, con senso di passiva attesa. Se il Paese non si preparerà a questa scadenza sarà vano attendere da altri ciò che è nostra responsabilità realizzare, e la stessa costruzione europea soffrirà irrimediabilmente del ritardo di una componente essenziale come quella italiana. Per realizzare le riforme più urgenti tendenti a modernizzare il Paese, a ridurne la dipendenza dall’estero, ad accrescerne la produttività globale, è necessario mobilitare tutte le risorse e le capacità sull’obiettivo di garantire la permanenza dell’Italia in Europa.