Il bilancio di quest’anno registra una drastica riduzione dei debiti a breve termine contratti sul finire del 1974 per far fronte alle abnormi giacenze di vetture. Infatti, la riduzione di queste giacenze ha consentito nel 1975 di ridurre l’indebitamento a breve, mentre finanziamenti di più lungo respiro sono stati attuati per la copertura di nuovi investimenti. L’altro aspetto chiave della nostra politica finanziaria è costituito dal finanziamento delle operazioni all’estero con credito internazionale, prevalentemente sul mercato dell’eurodollaro. Questi finanziamenti sono stati ottenuti sulla base esclusiva della nostra credibilità industriale e costituiscono la prova del prestigio Fiat nella comunità finanziaria internazionale. I motivi della nostra soddisfazione e della nostra relativa tranquillità si esauriscono, però, nella considerazione del lavoro che è stato svolto per quanto era nei poteri, nelle forze e nella responsabilità del Gruppo. Non possiamo nascondervi che tutti questi sforzi saranno utili soltanto alla nostra coscienza di avere bene operato, se non troveranno sostegno adeguato in una politica economica che riconosca il ruolo dell’impresa per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del Paese espressi attraverso i meccanismi rappresentativi. Riteniamo un preciso dovere imprenditoriale adottare comportamenti coerenti con un quadro di sviluppo programmato e condiviso. È compito dello Stato creare le condizioni di un esercizio dell’attività imprenditoriale così concepita attraverso la definizione di un quadro concertato di politica industriale, l’assicurazione dei servizi pubblici necessari per un efficiente funzionamento del sistema, la creazione delle infrastrutture, la ricerca e la garanzia di spazi di sviluppo nelle relazioni internazionali. Uno sforzo determinante deve essere sostenuto per il progresso culturale e scientifico. Una causa forse determinante della crisi economica viene da più parti, sia pure con diversa intonazione, individuata nell’insufficiente avanzamento della produttività sociale. Questo avanzamento richiede una vasta socializzazione dei costi di ricerca, socializzazione che, con modalità diverse, è stata realizzata in tutti i Paesi industrializzati. Purtroppo il nostro Paese dedica sforzi finanziari ingenti alla difesa di posti di lavoro obsoleti, consumando rapidamente il proprio futuro. La filosofia, la logica e i settori dell’intervento pubblico in economia debbono essere ridefiniti con chiarezza se si vuole evitare che gli sforzi imprenditoriali, diretti al recupero dell’efficienza e alla ricerca di nuove combinazioni per lo sviluppo, siano frustrati dal peso intollerabile dell’area a bassa produttività e dall’impossibilità di misurarsi con concorrenti che godono dell’assistenza pubblica. Diciamo questo non solo con riferimento al nostro Paese ma anche pensando alle distorsioni della concorrenza europea, dovute alla diversa struttura del costo del lavoro, e talora a sostegni finanziari. Contro queste distorsioni le regole del Mercato Comune non ammettono le difese tradizionali. La contraddizione fra il sistema economico fondato sulla libera concorrenza nel Mercato Comune Europeo e la dimensione nazionale degli interventi di politica economica che dovrebbero garantire le condizioni d’esercizio di tale concorrenza, ha raggiunto il suo apice. A questo punto è necessario riconoscere realisticamente le due soluzioni possibili che abbiamo di fronte: la totale distruzione, nel disordine monetario, del Mercato Comune Europeo, oppure un coraggioso balzo