una propria identità o almeno significative convergenze su aspetti qualificanti del processo integrativo. La stessa crisi energetica ha sottolineato la debolezza degli stati nazionali europei e della Comunità. 11 problema della “indipendenza europea” è stato mal posto, su confuse e contrastanti basi ideologiche, tanto da coloro che si rassegnano facilmente a un ruolo subordinato dell’Europa, quanto dai loro antagonisti che inseguono ambiziosi ma improbabili disegni di rovesciamento dei rapporti di forza internazionali. L’indipendenza europea, intesa come capacità di competere - non solo industrialmente ma anche nella definizione di modelli di vita, con gli Stati Uniti e con le altre grandi aree geo-politiche - deve essere perseguita come obiettivo ultimo, che solo il successo dell’integrazione, la capacità di lavoro e di fantasia politica, potranno rendere realizzabile. Nell’immediato, l’Europa deve perciò affrontare un chiarimento dei rapporti con gli Stati Uniti nel rispetto delle posizioni, ma anche con il convincimento che le nostre capacità di partecipazione alle responsabilità internazionali costituiscono la più solida base per un rilancio dell’amicizia e della solidarietà atlantica. La crisi energetica ha scosso i rapporti fra i paesi europei e fra Europa e Usa, ma ha soprattutto mostrato la vulnerabilità, almeno relativa, delle società avanzate e ha infranto la sicurezza sulla irreversibilità del processo di sviluppo economico dei paesi industrializzati. Ha messo in moto un processo di ridistribuzione delle risorse e del potere politico mondiale che interessa tutti i paesi, quelli industrializzati, quelli produttori di petrolio e di altre materie prime, quelli essenzialmente agricoli e ancora in via di sviluppo, per i quali si è forse aperta la terrificante prospettiva di dover costituire il “quarto mondo”, un ulteriore più basso gradino di povertà e di indigenza. Si può infatti ritenere che la crisi energetica, se da un lato ci ha reso consapevoli che un ritorno alla povertà è possibile anche per le società europee, dall’altro ha ulteriormente impoverito quelle già povere. Le guerre - anche quelle commerciali - sono sempre pagate dai più deboli. Con questa consapevolezza guardiamo con preoccupazione la possibilità che tutte le materie prime possano diventare strumento di conflitto economico. In questa situazione politica si colloca il panorama congiunturale del 1973. La situazione dei mercati valutari nella prima metà dell’anno era caratterizzata dal progressivo indebolimento del dollaro. Il riequilibrio della bilancia dei pagamenti e la crisi energetica hanno invece determinato sul finire dell’anno un crescente rafforzamento della valuta americana rispetto alle altre monete. Il timore di una carenza di liquidità internazionale (e in particolare di dollari) per la copertura dei disavanzi della bilancia dei pagamenti originati dai nuovi prezzi del greggio, si è sostituita alla precedente situazione di esuberanza di liquidità. Le marcate oscillazioni dei cambi verificatesi nel corso dell’anno, rafforzano l’esigenza di una vera riforma del sistema monetario internazionale che agevoli quell’ampio riciclaggio dei capitali, indispensabile per i pagamenti internazionali, e che scongiuri il pericolo di svalutazioni competitive, le cui conseguenze sarebbero deleterie per tutti.