illustratofiat 3 Gli incontri per il contratto nazionale dei metalmeccanici Tre temi sul tappete Necessità fondamentale dell'industria italiana è di non diminuire ulteriormente la sua competitività internazionale, riducendo le ore di lavoro e aumentando i costi produttivi Negli incontri di febbraio per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici le delegazioni degli industriali (privati e pubblici) e dei sindacalisti hanno affrontato tre temi di grande rilievo: 1) potere di intervento del sindacato in materia di investimenti e collegamento con i problemi dell'occupazione; 2) produttività ed efficienza a-ziendale, in riferimento a-gli orari di lavoro e alla u-tilizzazione degli impianti; 3) oneri economici derivanti dalle richieste contenute nella «piattaforma» ed eventuali scaglionamenti nel tempo. La delegazione degli industriali privati era guidata dal presidente della Feder-meccanica, Mandelli, in rappresentanza di otto mila imprese piccole, medie e grandi, con un milione di dipendenti. A capo della delegazione dell'Intersind c'era il vice presidente Massacesi, per 150 aziende pubbliche di grandi dimensioni, con 300 mila lavoratori. La delegazione della Firn (che unisce i tre sindacati dei metalmeccanici) era capeggiata dai tre segretari generali: Trentin, Benvenuto, Bentivogli. Ecco in sintesi, le posizioni espresse dalle parti nel corso delle discussioni sui tre temi principali. Investimenti e occupazione Si tratta, com'è noto, della prima parte della «piattaforma». Gli industriali privati hanno dichiarato di essere disposti ad assumersi, per la prima volta ufficialmente come categoria, «un ruolo attivo, per la parte che loro compete, in difesa dell'occupazione». A giudizio degli imprenditori però l'occupazione non può essere difesa azienda per a- zienda, perchè in questo modo si limiterebbe «l'autonomia gestionale dell'impresa, che deve poter operare con criteri economici, cioè in condizioni di piena adattabilità alle situazioni di mercato, e quindi con l'indispensabile elasticità nell'impiego dei fattori produttivi». In pratica, essendo necessarie ristrutturazioni e riconversioni produttive, bisogna adottare sistemi che abbiano a riferimento i livelli complessivi di occupazione e non i singoli posti di lavoro. Per tutti questi motivi gli imprenditori privati hanno proposto ai sindacati il «livello regionale» per le informazioni sugli investimenti, sui programmi produttivi e sull'occupazione. I^a delegazione industriale è poi entrata nel concreto, specificando i temi che dovrebbero essere esaminati in sede regionale: 1) previsioni complessive dei nuovi investimenti produttivi e della nuova occupazione che ne deriva; 2) previsioni sulle tendenze dell'occupazione nel settore metalmeccanico; 3) previsioni sull'occupazione «indotta» che sarà creata dalle nuove iniziative industriali; 4) andamento complessivo del lavoro a domicilio; 5) andamento del fenomeno delle riconversioni industriali, al fine di segnalare la quantità di manodopera eccedente, in seguito a queste operazioni; 6) le necessità del settore metalmeccanico, per quanto riguarda la formazione professionale e la riqualificazione dei lavoratori: per e-sempio, in questo momento c'è ricerca di operai specializzati e qualificati; 7) l'andamento della Cassa integrazione; 8) l'andamento delle assenze dal lavoro. Nello schema regionale -hanno sottolineato gli industriali - rientrerebbe anche l'esame dei problemi degli appalti, del decentramento produttivo e dell'«indotto» (cioè le aziende fornitrici). La delegazione sindacale della Firn, pur non respingendo la proposta di un livello regionale, l'ha giudicata «insufficiente» e ha insistito perchè siano adottati anche livelli aziendali almeno per le imprese di maggiori dimensioni. Nel loro comunicato i sindacalisti hanno sostenuto che gli industriali hanno presentato proposte che rappresentavano «un arretramento» rispetto a quelle già presentate nelle passate sessioni di trattativa. Per quanto riguarda gli appalti e «l'indotto» i sindacalisti hanno affermato che le proposte degli industriali non accolgono le richieste. Nelle trattative per le a-ziende pubbliche, l'Inter-sind ha offerto ai sindacati il «livello aziendale» per le informazioni sugli investimenti e sui programmi produttivi, licitando però questi incontri una volta all'anno, nel primo quadrimestre . Per gli appalti e «l'indotto» l'Intersind ha proposto formule che prevedono una commissione di studio per gli appalti e l'esame del-1'«indotto» negli incontri a-ziendali, una volta all'anno. I sindacalisti hanno giudicato queste formule troppo limitative. Sul tema degli investimenti e dell'occupazione è stato comunque raggiunto un accordo tra sindacati e rappresentanti delle aziende pubbliche. Produttività aziendale e orari di lavoro richieste in materia di orari di lavoro, contenute nella «piattaforma», sono state discusse dai sindacalisti sia con la Federmec-canica, sia con l'Intersind. I^e due delegazioni industriali hanno ribadito, sia pure con parole diverse, che per poter competere sui mercati internazionali e per creare le risorse necessarie per gli investimenti (dai quali nascono i nuovi posti di lavoro) è indispensabile utilizzare in pieno gli impianti ed evitare «cadute di tensione lavorativa», come ha detto l'Intersind. Quindi, non sono accettabili richieste che comportino ulteriori riduzioni degli o-rari, sia pure sotto formulazioni diverse. «Tutte le richièste in materia di orario - ha affermato la Federmeccanica -portano ad un abbassamento del già bassissimo livello di produttività delle aziende e pertanto si muovono nella direzione opposta a quel recupero di efficienza che solo può garantire la ripresa economica e quindi l'incremento degli investimenti e dell'occupazione». È il caso della rivendicazione sindacale che riguarda i 30 minuti di minor lavoro per tutti i lavoratori che operano su turni: 30 minuti che dovrebbero essere dedicati alla mensa. Per ogni addetto, ciò significherebbe 114 ore di minor lavoro all'anno, con un aumento dei costi di mano d'opera di circa il 9 per . cento e una minor produzione del 6 per cento. I sindacati motivano la loro richiesta basandosi sul precedente che altre aziende italiane hanno concesso questa riduzione di orario, ma si tratta di industrie che lavorano per la massima parte con l'orario centrale. La percentuale di lavoratori che operano su turni, per queste aziende, è minima e l'aggravio di costi è dunque più che sopportabile. Ben diversa è la situazione della Fiat che, per esempio, nel settore auto ha l'85 per cento dei' lavoratori che operano su due turni. Questa riduzione dell'utilizzo degli impianti comporterebbe una perdita di centomila vetture all'anno. Tra l'altro la Federmeccanica ha ricordato che gli orari medi in Italia sono di 1400 ore all'anno contro 1800-2000 ore all'anno negli altri paesi europei. I sindacalisti hanno respinto le argomentazioni delle delegazioni imprenditoriali affermando che non è vero che le richieste contenute nella «piattaforma» danneggino la produttività delle aziende. Per esempio, i sindacalisti, sostengono che il sistema del «sei per sei» (cioè sei ore al giorno per sei giorni) in determinate situazioni aziendali del meridione, consente u-na maggiore utilizzazione degli impianti. Il tema degli orari sarà approfondito nelle prossime sessioni di trattative, con gli altri argomenti della «piattaforma». \jì richieste economiche sono state discusse in febbraio soltanto con la delegazione delle aziende metalmeccaniche pubbliche. Non sono state fatte cifre di aumenti. Il capo dell'Intersind, Massacesi, però, ha presentato ai sindacalisti alcuni conteggi globali: accogliendo tutte le richieste economiche contenute nella «piattaforma» le aziende dell'Intersind (150 grandi imprese con 300 mila lavoratori ) avrebbero un onere annuo di 450 miliardi, pari a un aumento del 20-21 per cento del costo del lavoro; inoltre si dovranno aggiungere 200 miliardi all'anno in seguito al funzionamento degli automatismi salariali (come la contingenza) e contrattuali. Le aziende dell'Intersind avrebbero cioè un onere < di 650 miliardi che richiederebbe un maggior fatturato di 2 mila miliardi all'anno non per migliorare i conti delle imprese ma per evitare che «la situazione già estremamente pesante, con quasi tutti i bilanci in deficit, peggiori ulteriormente». Discussione sugli aumenti Che cosa fare? Massacesi ha escluso che i sindacati accettino di «chiudere in bianco» (cioè senza aumenti); ha anche ricordato che aumenti salariali che comportassero aumenti dei prezzi non farebbero che dare una ulteriore spinta all'inflazione. Quindi ha proposto: 1) aumenti limitati e scaglionati nel tempo; 2) il collegamento tra gli aumenti e l'effettiva presenza in fabbrica: in pratica gli assenti non a-vrebbero la quota giornaliera di aumento. Ciò per combattere l'assenteismo abusivo e per aumentare la produttività. Dopo"una riunione tra Federmeccanica e sindacati svoltasi il 3 marzo e dedicata ai problemi dell'inquadramento unico e dell'ambiente di lavoro, le discussioni riprenderanno venerdì 12 marzo. 10 anni di*collaborazione tra Fiat e Polonia L'ingresso dello stabilimento FSO a Varsavia dove sono costruite le 125 P. Nello stabilimento automobilistico FSO di Varsavia, è stato festeggiato, a fine febbraio, il decimo anniversario della collaborazione fra la Fiat e l'industria motoristica polacca, con una cerimonia alla quale hanno partecipato, per la Fiat, il presidente Giovanni Agnelli, il direttore generale Niccolò Gioia, il vicedirettore generale Ermanno Pedrana e Nicola Tufarelli responsabile del Guppo Auto. Per l'industria polacca, il vice premier del governo polacco Tadeusz Wrsaszczyk, il ministro dell'industria meccanica Kopec, il direttore generale della Pomo Jedynak e altre numerose autorità del mondo politico e industriale. La storia della collaborazione fra la Fiat e l'industria polacca risale al 10 gennaio 3921; in quell'occasione fu firmato un accordo per la produzione di auto su licenza Fiat. Le auto prodotte a Varsavia portavano il marchio «Polski Fiat». Nel 1932 vengono anche costruiti autobus e autocarri, sempre su licenza Fiat: durante la guerra lo stabilimento è completamente raso al suolo, e il secondo capitolo della collaborazione si apre nel 1965, quando viene firmato un nuovo accordo che prevede la costruzione della 125 P, sempre su licenza Fiat: Nel 1966 a Torino è aperto un ufficio della Polmo per tenere i contatti fra l'industria polacca e la Fiat. Nel novembre del 1967 dal nuovo stabilimento FSO di Varsavia escono le prime vetture: alla fine dell'anno seguente le vetture prodotte sono oltre settemila e oggi la produzione ha raggiunto le 70 mila unità all'anno. La Polmo inizia nel 1971 una collaborazione con la jugoslava ZCZ, licenziataria Fiat. Continua a produrre la 125 P estendendo la gamma con il montaggio della 127, della 128 coupé tre porte, della 131 mirafiori e della 132. Viene costruito in Polonia un reparto grandi presse, ristrutturato un reparto meccanica e avviata la produzione del nuovo ponte posteriore della 125. Il 29 ottobre 1971 è firmato l'accordo per la costruzione della 126 P nel sud della Polonia presso gli stabilimenti FSM di Bielsko Biala. Nella stessa area viene costruita una fonderia di ghisa (Skoczow), una fucina (Ustron) e uno stabilimento per fanaleria (Sosnowiec). mentre a Tichy, vicino a Bielsko Biala, sorge uno stabilimento con reparto presse, lastro-férratura, verniciaura e montaggio finale della 126 P. Nel corso del corrente anno usciranno da Tichy ottantamila vetture, ma si calcola di raggiungere presto le 200 mila unità.