8 illustratofiat inchieste Così il rottame diventa acciaio L'acciaieria ' moderna, con i nuovi impianti, l'automazione, ha un po' perso il fascino di un passato che trova le sue origini mitiche nel monte Etna, fucina di Vulcano, fabbro degli dei. Resta tuttavia sempre un procedimento industriale di fondamentale importanza. Vediamo rapidamente come funziona. In un grande spiazzo all'aperto sono ammucchiati i rottami dì ferro di vario genere. Per mezzo di un enorme cesto di acciaio il materiale viene trasportato all'interno del capannone per il caricamento del forno; che si effettua dall'alto, per un terzo della sua capacità. Tre elettrodi (a verdesi sembrano un grosso dente dalle punte arroventate) calano lentamente nel tino di acciaio. A questo punto, si alza improvviso un violento rumore come di fuochi artificiali che sembrano scuotere le possenti pareti del forno, e si può pensare che il tutto stia scoppiando; invece, è solo cominciato il normale processo di fusione. Fusa la prima carica se ne aggiunge una seconda e poi una terza. A fusione ultimata si inizia raffinazione, cioè la trasformazione di quello che è rottame fuso in acciaio vero e proprio, l'aggiunta di vari elementi di lega, manganese, cromo, ecc., nel rapporto voluto. I processi che si avvicendano in questa seconda fase sono di natura chimica, e richiederebbero una spiegazione estremamente tecnica. Diciamo soltanto in breve che si introduce ossigeno per ridurre la percentuale di carbonio ai valori voluti (l'ossigeno si compone col carbonio che si trasforma in gas C02 e volatilizza). Si tolgono le scorie inattive, che si trovano sulla superficie del bagno. Si aggiunge poi calce per formare di nuovo scorie, questa volta attive, che hanno il potere di assorbire elementi indesiderati come ossidi e solfuri; una sorta di lavaggio, purificazione del bagno. Terminata raffinazione siamo al provino: si preleva un campiorte dal bagno e lo si analizza per vedere quali elementi occorrano per ottenere il tipo di acciaio voluto. Aggiunti gli elementi, il bagno è pronto. Siamo alilo spillaggio, il momento più spettacolare di tutta l'operazione. Il forno si piega in avanti, si apre un piccolo, foro nel refrattario (di cui è rivestito l'interno del forno) e sgorga un getto, fontana incandescente che riempie una siviera (enorme contenitore di acciaio ) tra spruzzi di scintille. La siviera, appesa a un carro ponte travasa poi il materiale di colata nelle lingottiere preparate su vagoni. A questo punto l'acciaio in lingotti da 4 a 8 tonnellate è pronto per la lavorazione a caldo. Il provino, un momento delicato: si apre la bocca frontale del forno e con un lungo mescolo si preleva un campione della fusione per farlo esaminare Quelli che lavorano Anche se le ferriere si chiamano adesso, con taglio moderno, «elivisione acciai», gli uomini restano quelli di sempre. Figure di altri tempi che- ci ha sempre affascinato. Un'immagine di gente dura, orgogliosa votata a un lavoro pesante, diverso, che non è da tutti. Contromaestro, maestro di forno, fonditore, garzone di fórno, uomo di carica, eapofossa, colatore, nomi che vengono da una arte Preparazione delle lingottiere, una volta questa operazione avveniva vicino ai forni, ora in un'ala del capannone vecchia, e sono rimasti perchè le macchine, l'automazione non hanno intaccato lo spirito delle «Ferriere». Luigi Lagonigro, 55 anni di Foggia, capelli che da grigi' si fanno bianchi 30 anni ai forni. Tonino Mele 31 anni occhi capelli baffi nerissi-mi, sardo, sposato due figli, colatore da sette anni. Giovanni Cassano, 36 anni, pugliese, sposato, due figli fisico imponente, dieci anni di forni. Salvatore Cardillo 58 anni siciliano sposato due figli, gruista, 16 anni di Ferriere. Pasquale Accar-di, 41 anni siciliano sposato, una figlia, 14 anni gruista, oggi colatore. Bai--ano liberato 23 anni di Napoli un anno e mezzo in acciaieria, d,a un anno e mezzo, a Torino, vive solo. Questi alcuni uomini delle Ferriere. Questo il loro lavoro, la loro vita. Nel grande capannone di via Livorno, due forni elettrici sono in piena attività. L'aria vibra nel controluce di vapori e calorg. Ma il caldo è temperato dall'aria fredda del mattino che entra dalle aperture predisposte nell'alto fabbricato. Ma l'aria fredda è a sua volta colpita da improvvise sferzate di calore quando si passa vicino a forni, siviere e lingottiere roventi. Una squadra di uomini è ai lavoro attorno a un forno. Elmetto bianco, occhiali, divisa color sabbia sopra uno spesso maglione, si capiscono a gesti, inutile gridare nel frastuono. Si apre la bocca frontale del forno. Un bagliore di fuoco illumina i volti degli uomini, immobili investiti per un attimo dai riflessi del «magma incandescente» Un operaio anziano, inserisce un utensile dal lungo manico di acciaio nella bocca di fuoco per togliere le scorie. È Luigi Langonigro. Ci avviciniamo per parlargli, ma una fontana di scintille, anche se innoque, ci fa desistere. Il portello si richiude. Langonigro, il viso rosso di calore, viene verso di noi. Cerchiamo di farci capire. Il rumore copre le voci e poi si è disturbati dal via vai delle gru che corrono veloci da una campata all'altra costringendoci a rapidi spostamenti. Lagonigro ci prende per un braccio e ci trascina nel «rifugio», una stanza che funge da refettorio e da zona riposo. Dentro c'è gente. Qualcuno sta mangiando, altri leggono il giornale. Fazzoletti al collo, fazzoletti che fasciano la testa, berretti di lana, hanno tutti qualcosa di diverso, e d'uguale che li accomuna. Lagonigro ci parla del suo lavoro, di come è cambiato negli ultimi tempi. «Un tempo si gettava dolomite nel forno per la riparazione del refrattario corroso dalla colata precedente a mano, anche per quaranta minuti di seguito col forno aperto, il caldo insopportabile, ranti Quando «si dava» l'ossigeno, l'ambiente si riempiva talmente di fumo che non si riusciva a vedere nemmeno i compagni più vicini. Non c'erano cappe aspiranti, schermi, ecc. I giovami di oggi non si a-riatterebbero. E poi siamo giusti ce ne vogliono quattro per fare quello che faccio io da solo. Qualcuno tra i giovani si lamenta «Non cominciare Luigi» «Sempre la solita storia, come se adesso non lavorassimo e il lavoro non fosse duro» Un altro anzia- Sei domande al Uiìa visita allo stabili-mento di corso Mortara fa capire che l'ambiente di lavorii in una acciaieria è e-stremamente particolare e presenta problemi di non fucile soluzione. Per questo abbiamo rivolto una serie di domande al capo del personale dott. Filippo Dato. Gli uomini dei forni si sono lamentati perchè il loro turno di riposo solo una volta ogni sei settimane coincide con il sabato e la domenica. Si sta studiando qualche soluzione in merito? Con l'entrata in funzione (tra pochi mesi) del terzo forno elettrico dell'«acciaieria due», si toglierà un turno di lavoro alla domenica. Ma anche questo provvedimento ha sollevato perplessità in diversi la- vo latori, in quanto il lavoro festivo si traduce in un maggior guadagno che con la soppressione del turno verrebbe a mancare. Con i nuovi forni elettrici, cappe aspiranti, schermi di protezione, l'ambiente di lavoro, per quanto riguarda fumi e calore, è notevolmente migliorato, ma ci sembra peggiorato per quanto riguarda il rumore. In effetti i forni elettrici sono più rumorosi dei Martin. Il rumore rappresenta un problema per tutte le acciaierie del mondo, anche le più moderne, come la nostra. Siamo però sempre attenti agli esperimenti che Russi e 'Americani stanno portando avanti, ma per ora non si sono ottenuti risultati di rilievo. Come nascono, attimo per attimo, nelle moderne acciaierie