In donno «Siete andati prima da un ginecologo perché pensate che la dontia sia fatta di utero e mammelle?». Il professor Riccardo Scarzella, primario di neuropsichiatria dell'ospe- dale Mauriziano di Torino ci accoglie con queste parole, ma subito aggiunge: «Scher- zo, naturalmente. Il fatto è che purtroppo ancora oggi il paziente è valutato solo in ba- se ad un sintomo e alla fun- zionalità di un organo e non nella sua globalità fisica,psi- cologica e sociale. Spesso una grave sindrome ansiosa è scatenata dall'accertamento di un sintomo (un nodulino al seno) e dal tempo necessario per fare gli opportuni accer- tamenti per cui la paziente nel contempo entra in uno stato di allarme che richiede una lunga e sofferta terapia. La medicina moderna deve vedere l'individuo da curare come 'una persona' nella sua globalità non come un ogget- to, un organo ammalato». - Allora cominciamo a lascia- re da parte gli «oggetti» e parliamo della donna come persona che nasce e cresce, con tutti i problemi che si porta dietro per il suo essere di sesso femminile. «La prima tappa della vita è uguale per tutti. La bambina piccola, come il maschietto, riconosce accanto a sé una creatura (la madre) che la protegge, la nutre e la riscal- da. Una creatura con cui si sente una cosa sola. E questo primo rapporto condizionerà tutti quelli futuri. Ma mentre il maschio a mano a mano che cresce riconosce la ma- dre come un essere differente da sé, per la bambina la mamma rimane il modello in cui identificarsi, la 'cosa ' che le dà fiducia e sicurezza e che costituisce un ponte verso la sua (futura) femminilità. È una dipendenza difficile da superare, tanto che alcune donne anche quando diventa- no adulte, e madri a loro vol- ta, continuano a ricorrere al- la mamma per le decisioni importanti e per le banalità». - E la figura del padre è al- trettanto determinante? «Il padre è il primo elemen- to sconosciuto, diverso da sé, che la bambina conosce. An- che il rapporto con il padre, come quello con la madre, è determinante per la vita futu- ra. Anche in questo caso si instaura una dipendenza da cui la bambina dovrà a un certo punto svincolarsi, per poter acquistare una propria individualità. Per diventare lei soggetto della propria esistenza». - Come avviene questa libera- zione? «Attraverso la formazione di una propria personalità che spesso si realizza nell'in- contro con l'uomo». - Le femministe non si trove- rebbero certo d'accordo. Pri- ma dipendenza dalla fami- glia. Poi risveglio tramite l'uomo. La bella addormen- tata nel bosco non ha altre al- ternative? Non può diventare «persona» da sola? «Nell'incontro con l'uomo (il diverso) la donna completa se stessa. Ma naturalmente solo se si instaura un rappor- to di parità. Troppo spesso (è vero) si tratta invece di un passaggio a una nuova dipen- denza. La donna diventa per l'uomo oggetto sessuale o madre dei suoi figli. Così il suo sviluppo si blocca, e la donna non riesce a realizzar- si come persona autentica e libera. - Una volta si diceva che le donne, molte donne, realizza- no se stesse nelle maternità. Questa idea è sbagliata? «La donna può essere ma- Intervista al professor Riccardo Scarzella, neuropsichiatra "Uomo o donna, l'importante è saper vivere il proprio presente" Il professor Riccardo Scarzella, primario di neuropsichiatria al Mauriziano di Torino, con un assistente. dre, ma deve essere soprat- tutto e prima di tutto donna. Ovai a quella donna che cer- ca nella maternità l'unica ra- gione della sua vita perché ha fallito nella realizzazione del suo io e peggio ancora quale cattiva maternità è quella di una donna che per attuarla si nega o cessa di es- sere donna! Spesso queste madri sono cattive mogli e madri autoritarie e iperpro- tettive. - Ma allora il desiderio di ma- ternità è sbagliato? «No. Anzi, quando si arriva ad un certo grado di maturità è spontaneo provare il desi- derio di un figlio (e questo va- le anche per l'uomo). L'im- portante è che non lo faccia- mo per noi, per un nostro bi- sogno, ma per donare vita ed amore ad un altro essere umano. Il figlio deve essere un allargamento della coppia e non una limitazione. L'uo- mo e la donna che si amano, si ameranno ancora di più in quanto padre e madre». - Comunque nella nostra so- cietà il figlio è più spesso alle- vato dalle nonne che non dal- le madri... «La maternità e tutto quan- to la circonda è per la donna un'occasione di ritornare sot- to le ali protettrici della pro- pria madre. Anche perché questa a sua volta non aspet- ta altro per recuperare una posizione di primo piano». - Cioè è contenta di «fare la nonna»? «La donna in genere diventa nonna proprio nell'età della crisi più profonda. Non più fertile, e spesso non più bella in una società per cui bellez- za e giovinezza sono altret- tanti, importantissimi miti, la donna di mezza età è piena di rimpianti, di desideri (an- che sessuali) che non osa ma- nifestare, di delusioni. Vor- rebbe occuparsi ancora dei figli, ma questi in genere si sottraggono al suo controllo e le offrono invece la custodia dei nipoti che diventano in troppi casi vera 'merce di scambio'». - Prima incerta tra la dipen- denza dai genitori e quella dall'uomo, poi al bivio tra es- sere buona moglie e buona madre, infine piena di fru- strazioni per quel che non ha fatto da giovane e non può più fare. Ma può la donna essere felice? «È felice la donna (ma di- ciamo meglio la persona, perché questo discorso vale per tutti) che sa vivere per se stessa e non per il ruolo che assume. Che è soddisfatta del suo presente. Troppi di noi in- fatti vivono sempre proiettati nel futuro o ancorati nostalgi- camente al passato. Non amano quello che hanno, non si accettano per quello che sono. È un errore. La persona che accetta la propria realtà e non si fa condizionare da un ipotetico futuro è felice, per- ché è libera». - Che cosa vuol dire essere li- beri? «Non essere schiavi di nien- te e di nessuno: vivere la propria condizione umana senza condizionamenti. An- che l'attaccamento eccessivo al lavoro è un errore. È la prova che non si ha un'identi- tà propria e la si cerca in un ruolo. Essere liberi soprat- tutto di soddisfare quel biso- gno di amore che è la base della vita». - Fino ad ora abbiamo conti- nuato a parlare di donne che si sposano e fanno figli. Non c'è un'alternativa alla fami- glia? Non ci sono altre possi- bilità? «Abbiamo detto che la don- na esci dalla dipendenza dai genitori nell'incontro con un uomo perché di solito (fino ad oggi) è stato questo il suo de- stino. E abbiamo parlato dei figli perché di solito chi si sposa mette al mondo dei figli. Ma non è affatto vero che il matrimonio e la mater- nità siano 'la salvezza' per tutte le donne. Non esiste in- fatti un parametro unico, un modello valido per tutti per essere felici. L'importante è essere coerenti con se stessi, con la propria natura, vedere il positivo in ogni situazione e realizzarsi come persona ma- gari tramite un lavoro, un'i- dea, una fede, un rapporto d'amore, ma sempre mante- nendo il rispetto della propria individualità e della propria libertà». □ Cosa si raccontano le donne in un consultorio Le tre del pomeriggio. Consultorio femminista. L'uomo ha un velo di sudo- re sulla fronte scura. «Io marito - ripete con ostina- zione - moglie non parla lin- gua. Noi no bambino». La ginecologa guarda scorag- giata l'assistente. Tenta an- cora una volta di dire che non devono rivolgersi a questo consultorio, poi scuote la testa e comincia a compilare un certificato: «Fatima, 23 anni, egizia- na...». La ginecologa è Renza Vo- lante, la dottoressa che con- duce il consultorio munici- pale della zona Torino Cen- tro. È giovane, ma sono an- ni che lavora con le donne e per le donne. «Perché non è giusto - dice - che la medici- na eia conoscenza del corpo restino in mano a pochi pri- vilegiati, tra il timore ri- spettoso di tutti gli altri. Certe cose le può sapere e fare solo un medico, certo, ma tante altre devono esse- re insegnate, per togliere la paura. E non c'è bisogno di usare un linguaggio diffici- le: se si vuole essere capiti, si trovano sempre le parole per farlo». La lotta della dottoressa Volante è cominciata quan- do frequentava la scuola di specializzazione in gineco- logia. «Gli altri, tutti uomi- ni. Io mi aggiravo in ospe- dale nel mio camice, abba- stanza a disagio. Eppure era a me che si rivolgevano le donne. Avevano tutte quattro, cinque figli e non ne volevano più, ma si ver- gognavano di dirlo ai medi- ci. È stato allora che ho co- minciato a distribuire la pil- lola. E i colleghi mi critica- vano. Chissà cosa credi di fare, dicevano. Ma allora (era il '70, '71) di contracce- zione non si parlava nem- meno agli studenti di medi- cina, figurarsi alle donne. E quando una trovava com- prensione, era una valanga di domande, di dubbi, di confidenze». Aveva ragione lei. Oggi la consapevolezza della neces- sità che il medico parli alle donne e le faccia parlare è sentita e diffusa ormai ovunque. Nel consultorio è Dott. Renza Volante. stato previsto a questo sco- po un colloquio, la previsi- ta, che coinvolge ogni gior- no tutte le donne presenti, prima della visita vera e propria e dei controlli medi- ci. «Qualcuna parla di più, qualcuna non cela fa a rac- contare in pubblico i suoi guai - commenta l'assisten- te sanitaria, una donna sempre sorridente -. Ma la previsita fa bene a tutte. Perché ognuna di noi quan- do ha un problema si sente sola e diversa. Ci siamo sempre sentite sole. E inve- ce siamo tutte uguali, e lo capiamo parlando tra noi». Da quando è passata la legge sull'aborto, le prota- goniste sono loro, le donne che vogliono interrompere una gravidanza e vengono qui a chiedere il certificato da portare in ospedale. Ven- gono un po' incerte, spaven- tate. Alcune hanno in brac- cio un figlio piccolo, quasi per dimostrare che non pos- sono sopportare una nuova maternità. «Questa ha solo cinque me- si, e a casa ne ho altri tre un po' più grandi - dice una donna alla dottoressa che le chiede il perché della sua decisione - per me in questo momento non c'è nessun problema di morale. Non ce la farei, e basta». Altre han- no l'aria di vergognarsi, anche se nessuno fa loro una colpa, nessuno le morti- fica. «Renza è così dolce, comprensiva - commenta Marcella, una brunetta di 24 anni - E sapessi invece quante esperienze trauma- tizzanti hanno fatto alcune di noi, maltrattate dai me- dici, o umiliate e insultate in tutti i modi. Cose tipo: ti è piaciuto? E adesso arran- giati». Al consultorio invece la preoccupazione costante è per il dopo: che cosa fare per non ricadere nello stes- so errore. «Perché sia chia- ro - ripete con decisione la dottoressa Volante - c'è la pillola, c'è il diaframma, c'è la spirale: tra questi dobbiamo e possiamo sce- gliere. Tutto il resto, l'avete visto, prima o poi porta sul lettino dell'ospedale». «E quando è in ospedale va già bene - commenta una ragazza pallida che è stata fino ad ora seduta in silen- zio. I riccioli cortissimi le danno un'aria di adolescen- te. Ma ci sono alle sue spal- le tre aborti drammatici. «Specie il primo - racconta con uno strano distacco, forse ciò che resta di una sofferenza troppo grande, e precoce, e ripetuta - pensa, avevo 16 anni. Sono andata da una che mi avevano det- to. Se succede qualcosa, si è raccomandata dopo aver preso i soldi, ricordati che non ci siamo mai viste. Non provare a tornare qui. Nel consultorio ci sono donne soprattutto giovani. le si direbbe studentesse, ma anche più anziane; con l'aria dimessa e inslcura di chi vuole chiedere aiuto ma ha paura. E poi molte ra- gazze con lunghe gonne fio- rite e lunghi capelli, che si muovono con la disinvoltu- ra di chi si sente a casa propria- Sono le femministe del collettivo che si raduna in questi locali una volta al- la settimana a discutere dei propri problemi e di quelli che l'andamento del consul- torio pone ogni giorno. Niente uomini, invece. L'e- giziano che faceva da in- terprete alla moglie è stato un caso raro. «Di solito non vengono mai, e quando ven- gono è peggio - commenta la dottoressa Volante - per- ché sono proprio fra quelli che considerano la donna inferiore. Non vengono per discutere i problemi della loro coppia, ma per parlare al posto della moglie, o per controllarla.Signora, quan- do ha avuto l'ultima me- struazione? chiedo, e loro: 'Il 23 luglio...' rispondono pronti. Mentre le mogli li guardano». 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