Nell'agosto 1942 cinquantasettemila alpini e quattordicimila muli, componenti il Corpo d'Armata Alpino, furono caricati su duecento tradotte e trasferiti dalle basi italiane sul fronte russo : rientrarono in Italia, nel marzo del 1943, ventisettemila alpini ed un migliaio di muli. Nella naja alpina di quei tempi l'uomo ed il mulo costituivano un complesso così unitario che spesso il viso del conducente finiva per rassomigliare a quello del mulo. La parte più dura ed ingrata era comunque sempre quella dell'uomo. Quando moriva un alpino, una striscia rossa sul «giornale di contabilità» ed una comu- nicazione di servizio al deposito erano sufficienti per ottenerne un altro in sostituzione. Quando moriva un mulo, bisognava scrivere un verbale, più volte firmato e contro- firmato, raccogliere testimonianze e spedire il tutto al Ministero della Guerra, a Roma, insieme con lo zoccolo anteriore sinistro, su cui era impresso il numero di matricola. Dopo di che il mulo di rimpiazzo non arrivava. Il Corpo d'Armata Alpino, al comando del generale Nasci, era costituito da tre divisioni, la Cuneense, la Tridentina e la Julia. I ricordi che seguono si riferiscono al «gruppo alpino d'intervento», costituito da due battaglioni pie- montesi, il «Saluzzo» della Cuneense ed il «Cervino» della Scuola Centrale di Alpinismo di Aosta e dalla intera divisione Julia composta dai battaglioni friulani «Gemona», «Tolmezzo», «Cividale», dai veneti «Vicenza» e «Val Cismon», dall'abruzzese «L'Aquila» e dai tre gruppi di artiglieria alpina «Udine», «Conegliano» e «Val Piave» formati da friulani e vicentini con qualche elemento emiliano. Perché le truppe alpine, con un addestramento e una attrez- zatura ispirate alla filosofia della montagna e della difesa della porta di casa, sono state mandate a combattere nelle pianure russe, a tremila chilometri, in linea d'aria, dal Brennero? La risposta è semplice anche se oscura. Secondo la strategia del «Blitz-Krieg», il Corpo d'Armata Alpino doveva arrivare in ferrovia fino alle pendici settentrionali del Caucaso, superarlo, insieme con reparti di Alpenjäger, proseguire per l'Acrocoro Armeno, discendere in Turchia e proseguire verso Est per il Libano, punto d'incontro prestabilito con l'Armata italiana e l'Afrika Korps del generale Rommel provenienti da Ovest, ossia dalla Libia e dall'Egitto. Ma non andò così. Questa la successione degli avveni- menti, così come li ho visti e vissuti, nella mia qualità di sottotenente della 17* batteria del «Dio Terzo», espres- sione con cui veniva definito il 3° Reggimento Artiglieria Alpina, Gruppo Udine «Tasi e Tira», Divisione Julia. Tutti i riferimenti a persone, luoghi, fatti e date sono veri. 17/8/'42 - Ore 17: il capostazione di Gorizia Montesanto ha soffiato in un fischietto di stagno e in una trombetta di ottone e la 17" tradotta della Julia con la 17* batteria a bordo parte per il Caucaso. Il numero 17 ricorre quattro volte. «Non è un po' troppo»? — chiedo al comandante, capitano Franco Frattarelli, romano —. «Sculati, meno balle, il motto friulano della nostra batteria è «anìn, varìn fortune» («andiamo, avremo fortuna»). È più che suffi- ciente ad annullare la tua superstizione». I quarantuno vagoni della tradotta trasportano 339 uomini e 153 muli; oltre alle armi individuali, due mitragliatrici Breda 38 e quattro pezzi d'artiglieria 75/13, prodotti nel 1912 in Cecoslovacchia dalla Skoda per conto dell'esercito austriaco e preda bellica italiana della guerra 1915-1918. 18/8/'42 - Ore 6,30: la tradotta entra nella stazione di Bolzano e viene avviata su un binario morto. Gli uomini scendono dai vagoni e vanno a fare i loro bisogni mattu- tini un po' ovunque sia possibile non pestare quelli lasciati dalle tradotte precedenti. Chissà come faranno gli uomini dell'ultima tradotta. 22/8/'42 - Varsavia : gruppi di civili si avvicinano ai nostri vagoni, ci chiedono notizie dell'Italia e ci propongono scambi di uova e polli contro scatolette di carne e gallette: cibi freschi contro cibi conservati. Per noi è un buon affare : a loro sembra anche migliore. Accanto alla nostra tradotta se ne ferma una della Croce Rossa tedesca, piena di feriti. Vengono dalla zona di Rzev, città a 250 chilometri ad ovest di Mosca. Rivolgo qualche domanda, qua e là. Una nuova situazione si è venuta a determinare nella diret- trice d'attacco su Mosca. Le truppe corazzate tedesche, partite da Rzev, erano giunte a venti chilometri dal Crem- lino. Poi, improvvisamente, le truppe sovietiche erano partite al contrattacco ed attualmente sono in vista di Rzev e continuano ad avanzare. Ne parlo al capitano ed al te- nente Lino Moroni, sottocomandante, 25 anni, anconetano. 20