e zucchero in una pentola sul fuoco: chissà, forse volevo farmi una specie di brulé. Poi, siccome ho sempre ado- rato il fuoco, accesi i vapori che si le- vavano dalla pentola; un certo mo- mento per spegnere quelle fiammate azzurre presi il primo liquido che ave- vo a portata di mano, e era caffè. Avevo degli amici quel giorno e volli fargli assaggiare il liquido ancora bol- lente che era nella pentola, pensando che mi avrebbero mandato al diavolo, disgustati. E invece lo trovarono buo- nissimo. E nato così il caffè alla val- dostana». E diffìcile la cucina tradizio- nale valdostana? «Direi di no, anche se risente delle particolari consuetudini di noi valligiani. Il gusto delle spezie, ad esempio: noce moscata, pepe, can- nella, una infinità di erbe aromatiche. C'è anche l'abitudine a trattare la carne prima di cucinarla, secondo una pre- parazione che dura tre, quattro, anche cinque giorni. Un altro esempio, il pane. Il pane, in Val d'Aosta, lo face- vano addirittura una o due volte l'an- no: dopo la cottura veniva messo ad essiccare su speciali telai e quando lo si mangiava, dopo mesi e mesi, era ancora croccante e gustosissimo. Si può dire che i valdostani hanno in- ventato i crackers con secoli di anti- cipo». Esterina Garin, la madre. Una volta era lei a fare la cucina, adesso sovrain- tende, fa da padrona di casa. « Un menù da consigliare? Antipasti caldi, zuppa alla valdostana, camoscio in civet se è stagione, oppure carbonata con la polenta. Com'è la zuppa alla valdosta- na? Fette di pane integrale appena ap- pena tostato, cavoli bolliti e fontina fresca a strati successivi ; un pizzico di noce moscata, si copre di brodo e si mette al forno finché è gratinata. Un altro piatto tipico è la carbonata. Ha preso questo nome perché era la cola- zione dei carbonai, tanti anni fa. Loro la preparavano in pochi minuti, adesso