leggere un grosso libro si sprigiona una luce, il riflesso di una forza interiore di potenza senza uguali. D'altra parte l'interesse che Rembrandt ha sempre avuto per il viso umano ne ha fatto uno degli artisti che ha scavato più profondamente nel campo della rappresentazione non soltanto della realtà formale, ma di una più intima rivela- zione dello spirito. L'interesse, appunto, per il viso del- l'uomo lo ha portato a guardare in primo luogo a sé stesso; in più di cento autoritratti, incisioni e disegni egli ha riprodotto le sue sembianze in tempi diversi della esistenza così da ricavarne una specie di film sulle trasformazioni della fisionomia e di come i fatti della vita, le rare gioie, i molti dolori, i disinganni e prima la soddisfazione del successo e poi le delusioni della incomprensione abbiano potuto lasciare segni profondi, dai primi giovanili ritratti a quell'ultimo nell'anno della morte in cui il viso si sfalda in un sottilissimo gioco di luci e di ombre. Si può anche dire che la sua è stata una lunga continua confessione che egli faceva a sé stesso per sempre meglio conoscersi. Nell'autoritratto con il casco si è dato un viso melanconico, quello di un povero essere affaticato e smar- rito che quasi cerca rifugio sotto il pesante elmo per nascondersi e cercare protezione. E un'altra volta dipingerà una famosa tavola intitolata «L'uomo dal casco d'oro» riproducendo i tratti di uno dei suoi fratelli e anche allora sarà un volto tormentato quello che apparirà dominato dallo sfarzo del morione piumato mentre i riflessi dell'oro, luminosi e sfavillanti, contrastano con le aggrondate ombre del viso e l'uomo appare come un vinto, un umi- liato dalla vita. Invece nel celebre autoritratto del 1634, 20