alvolta nel silenzio e tra le ombre dei mu- sei, sotto le vecchie volte di antichi palaz- zi, accadono fatti strani. Così anche a Torino, recentemente, nelle sale della Galleria Sabauda nel nobile edificio del- l'Accademia delle Scienze. Un giorno due giovani olandesi piuttosto hippies sono stati visti salire sullo scalone che adduce al museo; si sono subito recati nelle sale in cui è disposta la ricca raccolta di pittura fiam- minga, una delle più importanti in Italia. L'aspetto este- riore dei due giovani era piuttosto trasandato, le vesti dimesse e bizzarre, ma era chiaro trattarsi di studenti pienamente a loro agio in una pinacoteca. Giunti che furono dinnanzi al quadro rappresentante il «Vecchio dormiente» si fermarono come se avessero rag- giunto la loro meta. «Ecco questo è il Rembrandt, amore mio», disse la ragazza, e quella espressione «amore mio» non contrastava con l'ap- parenza così poco romantica della loro modernità perché il volto della fanciulla era gentile ed atteggiato ad un sorriso che lo illuminava. Poi entrambi, vista una pan- china, vi si accucciarono stringendosi in un viluppo tenero e morbido come gatti al sole. 11 guardiano li aveva tenuti d'occhio, ma fu ben presto persuaso della loro innocenza e li lasciò soli a contemplare il quadro. Lui era un ragazzone di contegno timido, con lunghe e scomposte chiome; lei una biondina esile con due trecce un poco molli e sfatte. Appoggiarono l'un capo all'altro e, forse un poco stanchi, forse invitati dal tepore dell'ambiente, chiusero gli occhi per qualche attimo. Fu allora che udirono ben chiara una voce in olandese: «Buongiorno ragazzi e benvenuti, mi fa veramente un gran piacere ascoltare di nuovo la mia lingua...». In quell'istante forse la sensibilità dei due giovani era un poco ottusa, talché non si stupirono del fatto inconsueto ed accennato con la testa a un saluto si misero buoni e quieti ad udire quanto la voce intendeva loro dire. E poiché era chiaro sin dalle prime parole che il racconto sarebbe durato a lungo si raccolsero in un tenero abbraccio e stet- tero ad ascoltare. La voce parlò così: Siete venuti per vedere il quadro di Rembrandt, non è vero? Ecco vi dirò subito un piccolo segreto che vi rivela la mia personalità «non sono un anonimo vecchio dor- miente», sono Harmen Gerritszoon van Rijn, padre di Rembrandt. Molti credono che Rembrandt sia un co- gnome e invece è il nome con cui volli fosse battezzato il mio ottavo figlio. Facevo il mugnaio e Gerrit il primo- genito seguì il mio mestiere, Adriaen fu calzolaio; poi ebbi due bimbe morte in tenera età, poi ancora Machteld, Cornelis, Willem che fu fornaio e l'ultima fu Lijsbeth, nata dopo Rembrandt il cui nome ricorda quello della nonna di sua madre che si chiamava Reijmptje e cioè Remigia. Il nome della casata ci veniva dal possesso di un mulino a vento che sorgeva lungo l'Oude Rijn. Mia moglie, Cornelia Willemsdochter van Zuytbroeck, era figlia di un fornaio e mi diede questo ragazzo il 15 luglio del 1606. Io lavoravo sodo e non stavamo male. Mia moglie badava a far muovere le culle dei bimbi e io le ruote del mulino. I ragazzi crescevano bene, erano sani e forti; i più anziani già avevano imparato a sollevare i pesanti sacchi di farina ed anche Rembrandt avrebbe fatto come i suoi fratelli. Ma sentivo che quel ragazzo aveva in sé qualcosa che lo faceva, non dico migliore, ma superiore agli altri ed allora decisi che avrebbe dovuto studiare, imparare il latino divenire, chissà, un medico, un giurista, un letterato. Abitavamo nella periferia di Leida presso le antiche mura (lui ha lasciato un disegno del mio vecchio mulino) e la nostra casa era semplice, ma ordinata e non priva di agia- tezza. Leida aveva fama nel mondo per la sua università; gli feci frequentare per sette anni la scuola classica e questo fu il periodo in cui acquistò le basi della sua cultura univer- sale. Ben presto fu chiaro che quel dono spontaneo di intel- ligenza che avevo riconosciuto in lui si sviluppava in un'altra direzione e che Rembrandt non cercava di pene- trare un soggetto mediante la conoscenza logica ma attra- verso la percezione dei sensi. Ne conclusi che era bene seguire il suo desiderio e metterlo a scuola di un pittore affinché apprendesse i primi principi e i fondamenti dell'arte. Rembrandt fu apprendista per tre anni presso un artista di Leida che si chiamava Jacob Swannenburgh, ma era uomo di non molta fama; poi ebbe un incontro decisivo per la sua istruzione con Pieter Lastmann. Ho detto incon- tro decisivo perché fu da questo maestro che Rembrandt ebbe modo di accostare gli insegnamenti che provenivano dalla scuola italiana, particolarmente da quella bolognese dei Carracci o da quella coloristica dei veneziani. Mio figlio, purtroppo, in tutta la sua vita non potè mai recarsi in Italia; tuttavia gli insegnamenti di Lastmann in un certo modo sostituirono quelli che avrebbe potuto avere in un viaggio al di là delle Alpi. i parlerò non soltanto della sua vita, ma anche della sua arte e non vi sembri strano che io, modesto mugnaio, possa dirvi di cose di cultura e citare giudizi e riferire apprezzamenti. Io venni a morte nel 1630 e da allora ne è passato del tempo! Per tutti questi anni ho ricordato i miei ragazzi, ma par- ticolarmente lui, Rembrandt, e ho imparato molte cose. Voi siete giovani e forse non lo sapete ancora, ma quando si muore non si lasciano i propri cari, si vive dentro a loro, come se stessimo alle loro spalle; loro non ci possono vedere, ma noi si. E così per tutta la vita ho seguito Rembrandt nei suoi brevi anni felici, nei lunghi lustri della incomprensione e della miseria e poi, quando anche lui venne a morte, ho continuato a imparare attraverso quanto di lui è stato detto in riconoscimento del suo genio. Dal 1625 al 1631 Rembrandt lavorò a Leida; poi si recò ad Amsterdam e per alcuni mesi ebbe occasione di fre- quentare Jacob Pynas il cui stile era affine a quello di Lastmann; questi due artisti ebbero un'influenza positiva sulla rapida evoluzione della sua personalità. Tornato a Leida mise su bottega in comune con Jan Lievens, più giovane di lui di un anno, ed insieme lavoravano con foga appassionata, tanto che si cominciò a parlare di lui come di un ragazzo prodigio. In quel tempo Arent van Buchel scrisse: «Si fa un gran rumore attorno al nome del figlio di un mugnaio di Leida, ma forse anzitempo». Nel suo studio era un grande fervore di opere : si dipingeva, si disegnava fino alle tarde ore e si sfruttava la luce delle lunghe serate nordiche. Non c'erano molti denari per pagare modelli e allora prendeva la povera gente delle strade, i vecchi dell'ospizio, le persone di casa. Per dare un volto alla profetessa Hannah, nel quadro che è ora al Rijksmuseum di Amsterdam, Rembrandt fece posare sua madre. Dal viso di questa vecchia donna occupata a 20