Considerato il cospicuo complesso di doti di Amravathi, Kama aveva pen- sato per lei una soluzione amorosa molto romantica, ma non quella di routine, ovvia, dell'incontro con un bel ragazzo: colpo di fulmine e af- fare fatto. Ispirò in lei, imperioso, ir- resistibile, il desiderio di cambiare acque per le sue quotidiane abluzioni rituali. Non più quelle del prestigioso e sacro Gange, bensì le acque quasi immobili del lontano lago Rati, si- tuato su un selvaggio altipiano, tre- cento chilometri a sud ovest di Be- nares, nella zona nota oggi come il distretto di Chatarpur. La distanza, allora (come del resto solo qualche decennio fa) era paurosa. E pauroso era il viaggio: tigri nascoste in ogni cespuglio, cobra ad ogni passo, senza neanche un'avanguardia di quell'eser- cito d'incantatori di serpenti di cui dispone oggi l'India. Poteva tutta- via opporsi il bramino padre all'ispi- rato capriccio di sua figlia? Portò sicuramente corolle di fiori a Siva, simboleggiato spesso nella zona di Benares da impudenti Ungatn — ci rifiutiamo la cruda traduzione ita- liana di questa parola — sacrificò forse qualche capretto alla terribile moglie del dio, Durga o Kalì la sanguinaria, affinché queste divinità, di comune accordo, tenessero il male lontano da Amravathi. Poi, organizzò una piccola spedizione. Partì la dolce Amravathi — avrebbe scritto Maurice Dekobra nello stile delle sue «Tigri profumate» — sul lucido dorso d'un cavallo, o sull'on- deggiante groppone d'un elefante, alla ricerca inconscia del suo magico momento di delirio. Attraversò fo- reste misteriose, seguì il corso del fiume Khudar, giunse, infine, sulle sponde del Rati. Proprio in una ga- leotta notte di plenilunio. Ormai, an- che se la «purissima» non se ne ren- deva conto, era Kama a condurla per mano. Attese che gli accompagnatori prendessero sonno e s'avventurò lungo la riva. Scelse un angolo remoto, tutto per sé, tra cespugli di fiori sel- vaggi. L'ispirazione che la domi- nava, la spinse a quel bagno di mez- zanotte che sarebbe divenuto di mo- da, in certe spiagge, molti secoli dopo. Amravathi era in estasi. Si sciolse mollemente di dosso l'etereo sari che la fasciava, mentre il rotondo, gelido e ancora incontaminato astro not- turno illuminava appieno il suo pro- rompente splendore. S'immerse più volte. Il suo corpo dovette apparire a Kama come quelli che talvolta capi- tano sotto gli occhi oggi sfogliando qualche rivista audace: nudo e co- sparso di mille e mille gocce d'acqua. E ogni goccia, una piccola lente messa lì, per esaltare la bellezza nel suo in- sieme. Roba da togliere il fiato anche al Cupido indù. Il quale, forse, fece un pensierino per sé. Ma prevalse in lui il senso del dovere divino. Tolse dalla fornitissima, inesauribile faretra un paio di frecce. Ne scoccò una verso la terra e colpì Amravathi. L'altra a chi indirizzarla? A chi fare un cadeau come quello che si of- friva sulla sponda del Rati? Kama favorì un suo parigrado. Il secondo dardo sfrecciò negli imperi celesti e raggiunse Chandrama, il dio della Luna. Quale scelta poteva essere più appropriata? Chandrama gettò un'occhiata sulle rive del lago: vide quel che vide e partì a razzo. Un astronauta alla ro- vescia, potremmo dire. Con una ve- loce picchiata si portò a fianco della figlia del bramino, nelle sembianze — neanche a dirlo — d'un irresisti- bile giovane. Potenza di certe divi- nità : con millenni sulle spalle, quando loro serve compaiono sempre giovani e belli. Talvolta con baffi, come ri- 52