derigo Gonzaga, con Ercole II di Este, con il marchese di Pescara, con Del Vasto d'Avalos, con il Cardinale Ippolito De' Medici, con la Casa ducale Urbino dei della Rovere e di tutti questi personaggi eseguì diversi ritratti. L'anno 1538 è quello in cui il pittore portò a termine la grande tela che gli era stata commessa fin dal 1513 dalla Serenissima sulla «Battaglia di Cadore» avvenuta il 2 marzo 1508 a Rusecco tra le truppe venete e i mi- gliori reparti dell'esercito imperiale. Alla battaglia prese parte anche il padre di Tiziano; fu terribile, sanguinosis- sima, sul campo rimasero 1800 morti mentre migliaia di combattenti vennero feriti o mutilati. La tela verrà di- strutta nell'incendio del Palazzo ducale del 1577, ma ne esiste una copia agli Uffici, un disegno al Louvre e anti- che stampe. A questo lavoro il pittore si sentiva intima- mente legato anche perché all'eccidio parteciparono mi- lizie cadorine e perché si svolse non lungi dal suo paese natale, fra Tai e Valle di Cadore. Per questi motivi Ti- ziano non si decideva a consegnarlo non sembrandogli l'opera mai abbastanza rifinita. Altri viaggi a Milano e a Mantova e lunghe soste a Ve- nezia nella casa dei Birri, aperta a riunioni conviviali mondane, non soltanto agli amici Aretino e Sansovino ma ad artisti e letterati, molti provenienti da lontani paesi. Nel 1541 nuovo incontro con Carlo V al quale fa presente che la concessione fattagli anni prima dal so- vrano, di 300 carri di grano da importare da Napoli, non era stata mai onorata per intervento dei ministri; e tale rimarra anche in seguito. Ma Carlo V gli ricono- scerà una pensione vitalizia di 100 scudi pagabili a Milano. Pagabili, ma non sempre riscuotibili malgrado le insi- stenze dello stesso Carlo V e poi del figlio Filippo II. Del resto gli agenti di Spagna usavano praticare tali si- stematiche inadempienze anche se il maestro a volte li gratificava, per ottenere quanto era di sua spettanza, di ritratti, tele e disegni. La sua fama in quel tempo era tale che il letterato Anto- nio Anselmi scrivendo di lui lo definì «il primo uomo del mondo nella pittura». Dai suoi pennelli infaticabilmente all' opera piovevano zecchini e ducati che venivano tra- sformati in case ed in terre, nell'acquisto di uno stabile a Castel Roganzuolo, della villa di Col di Manta donde si poteva ammirare l'antica abbazia di San Pietro in Colle che gli valse l'incontro con Papa Paolo III Farnese, avvenuto a Bologna. Venere che benda Amore. Galleria Borghese, Roma. 35